L’eredità di Gino Paoli
Se ne va l’ultimo dei poeti maledetti della scuola genovese, l’uomo che ha insegnato all’Italia che si può scrivere d’amore anche parlando di soffitti viola e di pareti che non esistono più. Con la scomparsa di Gino Paoli, la musica d’autore italiana perde non solo un interprete, ma il suo architetto più audace e malinconico.
Nato a Monfalcone ma genovese nell’anima e nel mugugno, Paoli ha rotto gli schemi della canzonetta tradizionale degli anni ’60. Mentre l’Italia cercava il ritmo, lui cercava l’abisso e l’estasi. Capolavori come “Senza fine”, “Che cosa c’è” e la monumentale “Il cielo in una stanza” hanno ridefinito i confini della struttura pop, portando il jazz e l’esistenzialismo nei giradischi di ogni famiglia.
Paoli non è mai stato un artista “facile”. Burbero, intellettuale, spesso controcorrente, ha vissuto una vita che sembra un romanzo:
Il sodalizio con i grandi: Da Luigi Tenco a Fabrizio De André, Paoli è stato il fulcro di una stagione irripetibile.
L’amore come musa: Il legame tormentato con Ornella Vanoni e quello iconico con Stefania Sandrelli hanno nutrito i suoi testi di una verità cruda e mai banale.
La resilienza: Celebre il suo “appuntamento mancato” con il destino nel 1963, quando sopravvisse a un tentativo di suicidio con quel proiettile vicino al cuore che lo ha accompagnato per tutta la vita.
“Io sono un gatto che ha vissuto molte vite, e in ognuna ho cercato di raccontare la stessa cosa: l’incanto di un momento che svanisce.”
Oggi la musica italiana si scopre più povera. Non ci mancherà solo la sua voce graffiante e stanca, ma quella capacità rara di trasformare il quotidiano in eterno. Gino Paoli non è stato solo un cantante; è stato la colonna sonora dei primi baci, dei grandi addii e delle domeniche d’estate di un’intera nazione.

