Antonino Zichichi, tra scienza e fede (prima parte)
di Giuseppe Lalli
Perché bisogna credere in Colui che ha fatto il mondo – Le nuove frontiere della fisica moderna.
L’occasione di questo scritto mi è stata offerta dalla circostanza del 95esimo compleanno, avvenuto il 15 ottobre scorso, di Antonino Zichichi, il celebre fisico il cui nome è legato ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ma decisivo è stato l’invito rivoltomi dall’amico e scrittore romano di origine assergese Fernando Acitelli a scrivere su questo grande personaggio e sul rapporto tra scienza e fede che la sua figura richiama.
Quello che segue, più che un articolo, è un saggio breve, come spesso mi capita di fare quando l’argomento è particolarmente significativo o complesso.
Sento il bisogno di precisare che taluni argomenti scientifici o fenomeni naturali evocati, per renderli più chiari ai lettori, oltre che a me stesso, li ho illustrati con parole mie; mentre, in ordine al decisivo rapporto tra scienza e fede, che è la nota dominante dello scritto, nel riferire fedelmente il pensiero del grande scienziato siciliano (nella cui visione del mondo, peraltro, mi riconosco pienamente), quando ho ritenuto necessario, l’ho integrato con personali considerazioni e avvalendomi non solo degli scritti di Zichichi.Mi corre altresì l’obbligo di dichiarare che, pur non essendo un fisico teorico, la mia dimestichezza con lo studio della filosofia teoretica non fa sentire estraneo al mio interesse questo terreno della conoscenza umana: tra la rigorosa scienza dell’universo e la genuina indagine filosofica c’è una differenza di linguaggio e di terminologia ma, per molti aspetti, una sostanziale contiguità di contenuti. Gli argomenti per così dire “tecnici” toccati nello scritto che segue richiederebbero la lettura di interi volumi, così come molto si potrebbe scrivere sul tema del rapporto tra scienza e fede. Non posso fare a meno, a questo riguardo, di raccomandare i libri di Antonino Zichichi (rinvenibili anche nel web) e, primo fra tutti, quello al quale più mi sono ispirato, intitolato “Perché credo in Colui che ha fatto il Mondo”, saggio rispetto al quale questo mio scritto potrebbe ambire ad essere, tuttalpiù, una modesta introduzione. (G.L.).
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L’ultimo atto della ragione è credere che c’è un’infinità di cose che la trascendono.
Blaise Pascal
Chi non crede in Dio crede in tutto il resto.
G. K. Chesterton
Antonino Zichichi è un bel signore siciliano che ha compiuto da poco 95 anni. Scienziato di fama internazionale che tutto il mondo ci invidia, felicemente sposato per sessantasei anni con Maria Ludovica (venuta da poco a mancare), biologa, conosciuta a Ginevra, dove lavorava in un importante centro di ricerca, due figli e cinque nipoti, una vita professionale divisa tra la Svizzera e l’Italia, in una recente intervista, alludendo al suo invidiabile traguardo anagrafico, ha confessato, da eterno giovane, di avere ancora molti sogni nel cassetto e, rifacendosi al titolo di un suo fortunatissimo libro, ha detto di essere innamorato di Colui che ha creato il mondo, aggiungendo che la fisica non è altro che la logica del mondo, e che scienza e fede non sono conquiste dell’intelligenza umana ma doni di Dio. Ha detto proprio così, “doni di Dio”, parole che suonerebbero strane in un uomo di scienza se non si conoscesse chi è che le pronuncia. Non è facile tratteggiare in poche righe la biografia scientifica e professionale di questo originale scienziato, tanto è ricca e significativa.

Nato a Trapani il 15 ottobre 1929, Antonino Zichichi, che porta già nel nome la sua vocazione (‘Zichichi’, infatti, è nome di origine greca che vuol dire “frontiere” – le nuove frontiere della scienza sono legate alla sua attività di instancabile ricercatore), dopo la maturità classica, conseguita nella sua città natale, si è laureato in Fisica nel 1952 presso l’Università di Palermo. Ha lavorato poi presso il Fermilab di Chicago e il CERN di Ginevra, è stato ordinario di Fisica Superiore dal 1965 al 2006 alla Facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 1977 al 1982 e della Società Europea di Fisica nel 1978. Fondatore nel 1963 ad Erice, nella sua Sicilia, del Centro di cultura scientifica intitolato a Ettore Majorana (1906 – ? ), si è fatto promotore e ideatore, nel 1980, dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, alla cui attività scientifica si accennerà di seguito. È stato presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati. È autore di più di mille lavori scientifici, tra cui sei scoperte, quattro invenzioni, tre idee che hanno aperto strade nuove nello studio della fisica subnucleare e delle alte energie. La sua carriera scientifica è stata costellata di onorificenze e riconoscimenti. Zichichi è inoltre un eccezionale divulgatore scientifico. La sua capacità di coniugare rigore scientifico con chiarezza espositiva ha del prodigioso. Nei suoi libri – primo fra tutti Perché credo in Colui che ha fatto il mondo, destinato a fungere da filo conduttore delle considerazioni che seguiranno – il tema dominante è il rapporto, che da cattolico convinto sente nelle fibre più profonde dell’anima, tra scienza e fede, anzi, come egli sapientemente suggerisce invertendo l’ordine delle parole, tra fede e scienza.
Ascoltare una sua conferenza è un autentico godimento dello spirito: un linguaggio cristallino, come non sempre riesce agli uomini di scienza, a tratti immaginifico, ma sempre controllato. Grande comunicatore, con il suo bel viso incorniciato da una chioma candida e leggermente scompigliata, quando parla di scienza in relazione alla fede il suo eloquio è semplicemente incantevole: si ha l’impressione di abbeverarsi ad una fonte di acqua viva. Quello tra Scienza e Fede (in seguito, per indicare i due termini, o per evidenziare concetti scientifici fondamentali, nonché i nomi di persona, si userà preferibilmente la lettera iniziale maiuscola e/o il carattere in corsivo o in grassetto) è stato nella modernità un confronto spesso lacerante che l’opinione corrente ha spesso recepito come una sostanziale incompatibilità. Quante volte nei discorsi al bar o nella strada si è sentito dire nel secolo scorso che gli scienziati, parola che incute ancora oggi un religioso rispetto presso i non addetti ai lavori, quasi si trattasse di una setta di iniziati, non credono alla religione, che è roba da vecchierelle, non avendo costoro mai letto di Blaise Pascal (1624–1643), singolare figura di filosofo e scienziato, che passeggiando tra i vicoli della Parigi del XVII si inchinava dinanzi ad ogni immagine della Madonna che incontrava nel suo cammino. In tempi più vicini ai nostri, profondamente religiosi sono stati Michael Faraday (1791–1867) e J. Clerk Maxwell (1831–1879), fisici geniali a cui si devono, tra l’altro, grandi scoperte nel campo dell’elettromagnetismo, così come cattolico convinto era quel Galileo Galilei (1564–1642) alle cui intuizioni si farà di seguito più di un cenno. Per circa cinque secoli, presso gli strati colti delle società dell’Occidente, ha dominato più o meno larvatamente l’opinione che la scienza poteva fare a meno dell’idea che fosse stato Dio a creare il mondo. L’idea che la fede religiosa e la ragione (speculativa, nel caso della filosofia, e sperimentale, nel caso della scienza) siano su piani differenti e incompatibili è di derivazione illuministica. È il frutto acerbo dello scientismo positivista, vale a dire dell’idea profondamente erronea, in auge nella seconda metà dell’Ottocento, dell’autosufficienza delle scienze della natura sul terreno della conoscenza, al tempo in cui si pensava che lo studio della natura avrebbe risolto tutti i problemi degli uomini e che il cammino delle scoperte fondamentali stava per giungere al suo epilogo: un’espressione di arroganza intellettuale che affidava all’intelligenza umana la capacità di capire come è fatto il mondo senza ricorrere ad alcuna istanza superiore.
L’idea di fondo, il filo rosso che unisce le argomentazioni di Zichichi in materia di scienza e fede è che la Scienza non può essere contro la Fede, per il semplice motivo che, contrariamente a quanto vorrebbe far credere il pensiero dominante, essa non nasce da un atto della ragione, ma da un atto di fede di quel Galileo Galilei che, presentato da una vulgata laicista come ateo e vittima dell’oscurantismo religioso (“e invece è nato a casa nostra” rivendica con orgoglio il cattolico Zichichi), è colui che, inaugurando la scienza moderna, studiava le pietre, cioè il materiale “vile”, per scoprirvi “l’impronta del Creatore”: così egli chiamava le leggi fondamentali della natura, che nessuno prima di lui aveva scoperto. Non poteva sapere che in un minuscolo pezzettino di pietra ci sono miliardi di protoni, neutroni ed elettroni: un universo invisibile ma reale. È stata, quella del grande scienziato pisano (dalla pietre alle stelle), agli occhi di Zichichi, un’intuizione profonda e feconda, giacché, non potendosi fare esperimenti con le stelle, si possono studiare le pietre moderne, vale a dire le cosiddette “particelle elementari” della materia quark, leptoni, bosoni, ecc… Si sta parlando di quel Galilei che in vari esperimenti, spesso non eseguiti materialmente ma semplicemente raffigurati col pensiero (si pensi al “moto uniforme”), ha di fatto introdotto nella scienza, trecento anni prima di Einstein, il concetto di “relatività”.
Un altro leitmotiv nel libro di Zichichi (ribadito in ogni incontro pubblico) è che nella natura umana agiscono due componenti: l’Immanenza, ovvero tutto ciò che si può cogliere con i sensi, che è, per così dire, all’interno della “scatola” (il mondo, la storia, la natura, la dimensione bio–psicologica dell’individuo) e la Trascendenza, vale a dire ciò che sta oltre il visibile, fuori della “scatola”, al di là, al di sopra. Il celebre fisico tiene a precisare a questo riguardo che non c’è ormai nulla, entro il perimetro di queste due dimensioni, l’Immanenza e la Trascendenza, che la scienza moderna non abbia studiato. Ciò significa che l’uomo, che come tutte le forme viventi sta nell’Immanente, ma che a motivo della sua struttura esistenziale è in grado di concepire il Trascendente (è un essere finito che tende all’infinito) è l’oggetto privilegiato del pensiero scientifico moderno. Ad illustrare la distanza che corre tra la Scienza vera e quella superficialmente divulgata, Zichichi, con linguaggio accessibile anche ai non specialisti, e quasi conducendo per mano il lettore o l’ascoltatore, è solito prendere come esempio un argomento abbastanza popolare anche presso il grosso pubblico: quello del cosiddetto Big Bang, vale a dire l’esplosione – se così si può dire – che in una frazione di secondo, a partire da un solo atomo primigenio, avrebbe dato vita all’Universo (ipotesi, peraltro, che fu elaborata da uno studioso che era un sacerdote gesuita, tale Georges Lemaître – 1894/1966 – , e che richiama alla mente il divino atto creativo, il Fiat – Si faccia ! Si compia! – di biblica memoria). Sul grande tema Zichichi chiarisce che un solo Big Bang non sarebbe sufficiente a spiegare la realtà attuale del cosmo: di Big Bang ce ne vogliono tre. Il primo è di fondamentale importanza per passare dal vuoto fisico all’universo (ciò che non è…da poco), che, dopo venti miliardi di anni, ha miliardi e miliardi di stelle e di galassie: tutta materia inerte. Il secondo è necessario per passare dalla materia inerte alla materia dotata di vita (“dalla pietra alla rondine”, per intenderci), che è già un salto che appare inimmaginabile con la sola logica umana ed è tema che lo scienziato siciliano aveva prospettato già circa mezzo secolo fa in un congresso scientifico che si svolgeva a Washington, suscitando nell’uditorio reazioni controverse. Fondamentale poi per la nostra esistenza è il terzo Big Bang, che segna il passaggio dalla materia dotata di vita alla materia dotata di intelligenza.

