La Via Francigena del Sud attraversa la Storia
La Via Francigena era nel Medioevo il più importante tracciato per i pellegrini in viaggio spirituale dal nord Europa verso Roma, da dove proseguivano, attraverso Brindisi, per giungere a Gerusalemme.
Nel corso dei secoli si creò una rete di cammini, anche verso il Santuario di Santiago di Compostela, il cui culto si era notevolmente diffuso.
I pellegrini odierni, mossi da bisogni culturali e salutistici più che spirituali, dispongono quindi di un reticolo di antiche strade lungo le quali scorre la storia. Il camminare lento giova alla salute e connette con l’ambiente, favorisce lo sviluppo rurale valorizzando territori lontani dagli itinerari di massa, e mette in relazione con le tipicità gastronomiche e la spontanea ospitalità degli abitanti.
Anche al sud la Via Francigena attira camminatori italiani e stranieri, offrendo obiettivi economico-turistici alle regioni che attraversa. L’Agenzia Campania Turismo ha tracciato un percorso esperienziale lungo la tappa n. 17 della Via Francigena del Sud che comprende alcune località della provincia di Benevento.
Gioia Sannitica è l’ultimo comune dell’alto casertano, la cui valle è dominata dal castello, luogo fortificato di origine normanna (X-XI) tra i meglio conservati della Campania. Dal dirupo lo sguardo spazia su alcune delle otto frazioni del piccolo comune racchiuse dai monti del Matese e dalle montagne di San Leucio. La fortezza fu teatro della tragica vicenda di Erbanina, andata in sposa al signore del castello che la gettò giù accusandola di essere una janara, ovvero una strega.

Sulle pendici del monte Erbano, la grotta di San Michele, dedicata al culto dell’arcangelo dai longobardi intorno al 700 d.C., rivela pregevoli affreschi di influsso bizantino.
Entrando in territorio beneventano, ci vengono incontro i resti del Castello della Rocca oltre il quale restano i contrafforti delle mura perimetrali di Telesia, l’opulenta città sannita che, al tempo delle guerre puniche, fu occupata prima da Annibale e poi riconquistata da Quinto Fabio Massimo, come tramandato da Tito Livio nei suoi Annali. L’odierno centro storico di San Salvatore Telesino è un intreccio di palazzi gentilizi e modeste case nelle cui mura sono incastonati lapidi, colonne e marmi di origine romana, materiale prelevato dall’antica Telesia. La chiesa, costruita su un tempio romano, conserva un pregiato monumento funebre e la pala d’altare della Trasfigurazione, attribuita a Luca Giordano. Una rete di tunnel percorre il sottosuolo.
La città di Telesia, importante crocevia commerciale, aveva una cinta di mura di altezza variabile fino a 7 metri, con 42 torri sia quadrate che cilindriche. La peculiarità era la presenza del muro concavo tra le torri che permetteva la visione a 180° sui soldati che assaltavano le cinque porte di accesso, attraverso le quali i nemici erano costretti a mostrare la destra (che impugnava la lancia), mentre il braccio protetto dallo scudo veniva coperto dal corpo.
L’impianto della città comprendeva il foro, un acquedotto, tre stabilimenti termali, un anfiteatro col primo ordine interrato, che è stato abitato fino a pochi anni fa con l’interno coltivato a vigneti e frutteti. Costruito su una falda acquifera, vi si svolgevano giochi acquatici.
Divenuta malsana dopo il terremoto del 1349, la città si spopolò e un nucleo di abitanti si collocò nella valle del fiume Calore intorno al monastero del Santo Salvatore, creando il borgo agricolo Casale di San Salvatore. L’Abbazia benedettina, fondata dai longobardi su una villa romana, è stata un centro di potere politico ed economico tra l’XI e il XII secolo, e ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusione del monachesimo benedettino nel Meridione d’Italia. Più volte distrutta da invasioni, terremoti e saccheggi e ricostruita, restano parti del pavimento a mosaico, frammenti di affreschi e altre strutture medievali che costituiscono l’antiquarium, insieme a opere archeologiche dell’Antica Telesia. L’attigua chiesetta del Santo Salvatore e l’ala di residenza dei monaci sono di proprietà privata.
Con la fine del monachesimo, i locali dell’abbazia dal ‘700 sono stati trasformati in falegnameria e mulino, fino al totale restauro.
Il monte Pugliano, attraversato dalla Via Latina che univa Roma con le Puglie, presenta il fenomeno carsico delle doline, piccole voragini calcaree chiamate “Puri” nel dialetto locale (dal greco Pyros, fuoco), come fossero crateri vulcanici. In realtà si tratta di grotte millenarie, scavate e poi crollate, che hanno dato vita a questi abissi pieni di fascino e mistero.
Le acque che sgorgano dalle falde del monte, analizzate all’inizio del 19° secolo, hanno rivelato presenza di sodio e zolfo, con elevate proprietà curative. Ciò diede impulso al progetto di bonifica della Valle Telesina e la costruzione dello stabilimento termale che raggiunse fama internazionale promuovendo lo sviluppo turistico della zona, intorno al quale si sviluppò Telese Terme, il centro oggi più importante dell’intera Valle. Le storiche Terme Jacobelli, nel parco naturale del monte Pugliano, offrono una sosta di benessere alle stanche membra del pellegrino, che potrà trovare anche un angolo di paradiso costeggiando il Lago di Telese.

La zona è luogo d’elezione del peperone quarantino a polpa dolce e forma conica, recuperato da semi antichi, tipicità che la Pro Loco promuove insieme allo ‘struppolo’ e ai “vanti” che affondano le radici nella tradizione popolare. La sagra dello struppolo è stata riconosciuta sagra di qualità. A un buon piatto di peperoni quarantini ripieni, di struppoli farciti e ‘vanti’ fritti si abbinano i vini del Taburno come Aglianico e Falanghina.
Un’ultima tappa gustativa si può effettuare a Solopaca, soprannominata nell’Ottocento “piccola Napoli” per la fama dei suoi vini e oli pregiati, una tradizione che ancora oggi rende il paese un punto di riferimento per i cultori delle eccellenze enogastronomiche campane. Qui non è solo la bellezza del paesaggio a catturare l’attenzione, ma anche la forza di una comunità che ha costruito la sua identità attraverso i secoli. La cantina fondata nel 1966 da 25 soci, giunti oggi a 600, propone degustazioni di vini Doc con un ottimo rapporto qualità/prezzo, mentre davanti al punto vendita grandi pompe erogano vino per l’acquisto quotidiano. Dal 1985 la cantina produce spumante di Falanghina.
Dopo aver fatto apporre in ogni località il timbro sul Passaporto del pellegrino, che certifica l’avvenuto passaggio, il percorso si può concludere a Palazzo Cusani, che racchiude un antico frantoio affacciato su un suggestivo cortile, dal quale si sale alla dimora storica del tardo Seicento adibita a Bed & Breakfast. Altra soluzione per i pellegrini in cerca di quiete è la residenza d’epoca Il Rifugio del Duca circondata da un ampio giardino.

