Sempre caro mi fu quest’ermo colle
Sono le poesie che una generazione fa imparava a memoria a scuola, quelle che ci hanno lasciato delle lezioni di vita, oltre ad un esercizio che si è perso ed è la memoria.
Quale ricorrenza più degna di memoria se non la commemorazione dei defunti ?
Una ricorrenza in cui affiorano i ricordi, in cui ci proiettiamo verso le nostre origini.
Ma anche in cui si entra nella dimensione dell’aldilà e cosa si trova in quell’aldilà?
Giacomo Leopardi dai luoghi di origine, da sopra un colle, precisamente dal monte Tabor, a Recanati, nel 1819 crea e compone questa conosciutissima lirica. Al poeta si presenta una visione limitata dell’orizzonte, ostacolata da una siepe, posta in cima al colle, e questo fa si che la sua fantasia e meditazione lo porta a contemplare l’infinito.
L’idillio si basa su un confronto continuo tra limite e infinito, tra i suoni della realtà e quelli dell’eternità.
Rapporta quindi osservando lo spazio davanti a lui, che ha un limite, ma in quell’orizzonte è chiaro che un limite non lo ha ed è indecifrabile il suo fine. Tutto ciò che scopre è l’alibi, il mezzo per svelare quella continuità che esiste nel collegare la vita terrena con quella ultraterrena, il mistero, l’astratto, l’oltre la morte.
La forma metrica è in endecasillabi sciolti con cui raggiunge una certa musicalità.
Nel silenzio contempla quel momento, e arriva ad ascoltare il suono dell’anima, il suono della Musa che raggiunge l’orecchio del poeta.
L’occulto, il macabro, la morte è ciò che potrebbe apparire tetro e l’origine di tante nostre paure.
Ciò che non si conosce, ciò che non è tangibile, ci rende privi di potere, insignificanti, perché nei confronti della morte noi non abbiamo davvero alcun arbitrio. Solo in pochissimi casi, i più estremi decidiamo noi, e poi anche in questo caso non sarei tanto sicura.
Il non raggiungere la verità, la risposta, la certezza, ci riduce ad essere umani e fragili.
Qui ci colleghiamo all’ancora di salvezza per tanti, alle risposte che troviamo basandoci sulle tante filosofie, da Aristotele, Sant’Agostino, San Francesco, la nostra e tante altre religioni ci inducono a varie spiegazioni e ognuno di noi ci trova il suo appiglio.
Leopardi non rileva mai la sua predisposizione religiosa, più che altro ha evidenziato secondo la critica, il suo materialismo, e poi il suo iniziale cattolicismo nella maturità il suo Dio diventa un dio impotente, senza poteri.
Mentre lui è orientato nell’infinito avverte dolorosamente i limiti della natura umana.
Ho elaborato questo componimento mentre appunto studiavo la poetica di Leopardi, traendo dai suoi versi ispirazione:
Commemorazione
Silenzi e profondissima quiete,
io nel pensier mi fingo, ove per poco,
il cor non si spaura
e come a Leopardi
rapita dalla Musa,
intendo voci del passato
nel presente,
e il “suon di lei”.
Mi cinge la mente
E m’accarezza
Perché mai sovvenga ogni dolore,
in questo funesto Dì.
Innanzi a noi, tornano,
come Angeli
che in questa vita
ci han lasciato
ornati di una luce e calde auree!
Sì il Sole li ha scordati
ma non la Terra,
che di loro ogni traccia sa…
Sempre caro mi fu quest’ermo colle.
L’Infinito di Leopardi si traduce in commemorazione e continuità.
La vita, i ricordi, il passato, di riflesso sul futuro si proietta in un ciclo di fasi, in un infinita esistenza che va oltre la morte.
(dipinto e foto di Linda Lucidi)

