Gesù rivendica per sé il primato assoluto su tutto e tutti
Gesù rivendica per sé il primato assoluto su tutto e tutti.
Gli affetti familiari più cari e le amicizie più sincere non devono mai essere d’impedimento alla relazione più profonda che per il cristiano è quella con Dio.
La nostra accoglienza e il rispetto sono dovuti anche agli uomini e alle donne dedicati al servizio di Dio.
La vita di Dio è il respiro del Cristiano.
Per la grazia del Battesimo, il cristiano non appartiene più a sé stesso, ma è “vivente per Dio” e appartiene a Cristo Gesù, morto e risorto per lui (II Lettura). La vita divina, che circola nel battezzato, muove pensieri e azioni; plasma sentimenti e affetti; orienta aspirazioni e relazioni, sicché egli vive e agisce secondo la parola di Gesù. In tale contesto possiamo situare le istruzioni del Maestro ai suoi discepoli (Vangelo). È degno di Gesù chi legge i frammenti dell’esistenza alla luce della sua parola, persuaso che tutto proviene e si riceve da Dio; chi, in nome suo, prende su di sé i travagli e le sofferenze che crocifiggono la carne e lo spirito; chi non preserva egoisticamente la propria vita, ma la dona con amore e la nutre con l’ascolto accogliente e umile di chi parla e agisce in nome del Maestro, di chi pratica il Vangelo e dà ragione della sua speranza. Chi agisce così appartiene alla categoria dei “piccoli”, che Gesù guarda con predilezione. Nella loro fedeltà vede rispecchiato sé stesso, e l’acqua fresca donata onora lui, mentre disseta chi la beve. Fresca, come l’animo gentile e il cuore buono della donna che provvede per l’uomo di Dio (I Lettura).
don Giuliano Saredi, ssp
L’esperienza spirituale delle origini
Nelle adunanze liturgiche delle prime comunità cristiane si pregava e si cantava con fervore, come invita l’Apostolo nella lettera agli Efesini: «Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore» (Ef 5,18-19).
L’esortazione esprime un metodo di preghiera che coinvolge anche l’espressione cantata: si canta ciò che si professa e lo si canta comunitariamente, sotto l’azione dello Spirito Santo. Così vissuto, il canto diviene tratto distintivo dei cristiani, come scriveva nel II secolo il pagano Plinio il Giovane nella sua lettera all’imperatore Traiano: i cristiani avevano la «consuetudine di adunarsi in un giorno stabilito prima del levarsi del sole, e cantare tra loro a cori alternati un canto in onore di Cristo, come a un dio» (Epistola X, 96). La lode accomuna i cristiani, li fa sentire “popolo” dietro a Cristo e li fa “cantare” anche in contesti di ostilità.
La preghiera comunitaria, con l’efficacia espressiva del canto, infonde fiducia nei cuori e forza nella testimonianza. Senza preghiera e senza il canto fervoroso si affievolisce la speranza, lasciando spazio alla sfiducia, che non appartiene al sentimento cristiano. L’esortazione di Paolo suona oggi quanto mai attuale e sprona a recuperare la preghiera cantata quale espressione intensa della gioia cristiana, fondata sull’evento della risurrezione del Signore. Sebbene non ci siano giunte fonti dirette sul canto dei primi cristiani, siamo però certi del loro contenuto, quello di celebrare e annunciare «con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,8) il canto nuovo che è Cristo risorto. Così, proclamando le opere ammirevoli di Dio, i cristiani esercitavano un vero culto spirituale, caratteristica del loro essere «popolo di Dio» (1Pt 2,10), rivivendo nel culto il mistero pasquale di Cristo, con quella semplicità che si estendeva anche al canto spontaneo. La lezione delle prime comunità ci esorta a rivivere nella preghiera cantata il fondamento della festa cristiana che è la Pasqua.
M° Sergio Militello

