In movimento
Le letture di questa domenica ci fanno venire un po’ il mal di mare o, per altri, il mal di montagna… o il mal d’aereo… sì, perché tutto è in movimento, tutti sono in movimento.
Le persone e persino gli elementi naturali si muovono come all’inizio della creazione e, come a ogni re-inizio di creazione, non basta semplicemente muoversi caoticamente – come il mare in tempesta – o maldestramente – come Pietro che cerca di raggiungere il Signore Gesù che gli viene incontro camminando sul mare agitato. È necessario muoversi senza agitarsi, ritrovando continuamente un ordine che esige sempre una scelta di orientamento. La folla viene rimandata, dopo la moltiplicazione del pane, al proprio cammino e, saziata, è chiamata ad affrontare la vita con un nuovo vigore e una nuova responsabilità. Il Signore Gesù, anche lui, si muove per ritrovare la propria calma:
«salì sul monte, in disparte, a pregare» e «venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo» (Mt 14,23).
I discepoli si trovano al largo in mezzo alle «onde» (14,24), abbastanza sballottati tanto da diventare ancora più impressionabili.
Così pure il profeta Elia, dopo la grande performance sul monte Carmelo, deve rimettersi in marcia per approfondire ulteriormente il proprio rapporto con Dio e purificare la sua immagine di Dio a cui conformare la sua stessa immagine di testimone e di profeta. Così, giunto al monte di Dio deve, non certo senza fatica, fare il grande passo di accettare di entrare nel mondo di Dio dopo aver chiesto a Dio di entrare nel suo mondo:
«Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,12).
L’apostolo Paolo si lascia andare a una sorta di sfogo e ci manifesta i suoi sentimenti più combattuti e non ancora risolti della relazione tra la tradizione di Israele e la rivelazione in Gesù Cristo del compimento delle promesse fatte ai Padri: «ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm 9,1). Quella appunto di dover affrontare quotidianamente il movimento interiore della comprensione e della relazione.
Mentre tutto si muove in lungo e in largo e, soprattutto, in profondità:
«Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare» (Mt 14,25).
Origene chiarisce che si tratta della quarta veglia quando ormai la notte sta per finire e la luce del giorno ancora non è sorta. Quella è l’ora più magica, quella dei sogni più vividi, quella dell’incertezza tra luce e tenebra, quella della lotta della volontà di destarsi o continuare a dormire, quella in cui bisogna decidere di affrontare un nuovo giorno, qualunque sia stato il riposo della notte appena trascorsa, più o meno serenamente o più o meno agitatamente. Là e allora il Signore ci viene incontro e chiede di essere riconosciuto quando la volontà è più debole e i sentimenti – soprattutto le paure – sono più vividi e invadenti. Al cuore di tutto questo movimento, che facilmente scade in agitazione, risuona la parola del Signore:
«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27).
Davanti a questa parola non possiamo che reagire come Elia che «Come l’udì si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna» (1Re 19,13). Bisogna ancora fermarsi per riprendere ancora, e in modo diverso, il cammino. Se, come spesso avviene, siamo combattuti tra il desiderio di muoverci e quello di lasciarci immobilizzare dalla paura, risuona l’invito: «Vieni!» (Mt 14,28).
MichaelDavide Semeraro
Brezza leggera di Roberto Pasolini
Per accedere al significato della singolare esperienza di Dio che Elia giunge a fare sul monte Oreb, è indispensabile richiamare brevemente alla memoria il contesto narrativo. Il re Acab ha sposato Gezabele, una principessa fenicia che favorisce in Israele il culto di Baal e promuove una feroce persecuzione contro il Dio d’Israele. Elia, «pieno di zelo per il Signore degli eserciti» (1Re 19,10) uccide di spada quattrocentocinquanta profeti di Baal, scannandoli «nel torrente Kison» (18,40). Così facendo crede di osservare scrupolosamente la Legge di Dio, che vieta l’adorazione e il culto di altri dei. La regina Gezabele naturalmente va su tutte le furie ed Elia scappa «per salvarsi» (19,3) la pelle. È questo il momento in cui avviene l’incontro con Dio nella caverna di cui parla la lettura di oggi.
In questo luogo ritirato e oscuro, Elia si trova prima davanti un «vento impetuoso», «ma il Signore non era nel vento», poi nel mezzo di «un terremoto», «ma il Signore non era nel terremoto», poi di fronte a «un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco» (19,11-12). Infine, giunge «il sussurro di una brezza leggera» (19,12): allora Elia «si coprì il volto con il mantello» (19,13) perché finalmente era il turno del Signore.
Il profeta, dopo aver dato sfogo al suo zelo e alla sua ira ardente, arriva a comprendere che Dio non può imporre la sua presenza in maniera violenta e aggressiva, come fanno il vento, il fuoco e il terremoto. Dio desidera essere creduto e accolto nella libertà, perciò si manifesta nella voce sottile di un silenzio, nel peso leggero di una presenza/assenza che solo la fede può intuire ed accogliere. Questa esperienza purifica il cuore di Elia, finalmente costretto a spogliarsi di tutte le immagini eccessive di una divinità potente e intollerante. Attraverso un lungo cammino, soprattutto dentro se stesso, Elia giunge a scoprire e ad accettare che Dio è leggero, lieve come una brezza.
Anche i discepoli, seguendo il Signore Gesù, giungono all’esperienza di un simile volto di Dio, molto più leggero dei loro sogni, molto meno pesante dei loro incubi. Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù spegne tutti gli entusiasmi, costringendo i discepoli a salire sulla barca per precederlo sull’altra riva, «finché non avesse congedato la folla» (Mt 14,22). Poi si allontana da tutti e si mette a pregare, per conservare l’unione con il Padre e rimanere fedele alla logica dell’Incarnazione, senza diventare il Messia dei miraggi e dei miracoli. I discepoli, a malincuore, obbediscono al comando e si trovano ben presto nel cuore di una vera e propria tempesta: la barca «era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario» (14,24). La primitiva comunità cristiana ha conservato il ricordo di questa angosciosa notte – di cui si parla in tutti i vangeli – perché in essa ha riconosciuto una parabola a cui si espone inevitabilmente il cammino di ogni figlio di Dio. Per fortuna il Signore «sul finire della notte» non ha paura di venirci incontro, «camminando sul mare» (14,25), cioè sull’oceano delle nostre paure.
Tuttavia, il suo arrivo non estingue immediatamente la nostra angoscia, anzi la fa esplodere:
«Vedendo(lo) camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura» (Mt 14,26).
La presenza di Dio nella nostra vita è discreta, lieve; solo la fede la riconosce. Come già aveva capito il profeta Elia, Dio si rende sensibile come un vento leggero, che accarezza e scompiglia i capelli, come una brezza che tocca delicatamente il contorno della nostra vita. Facciamo fatica a credere che Dio sia vicino e presente nella nostra vita in una forma così tenue. Per questo sentiamo sempre il bisogno di mettere alla prova Dio chiedendo ulteriori segni per riuscire a credere: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque» (14,28). Provando a camminare sulle acque Pietro scopre che se guardiamo la furia del vento siamo invasi dalla paura e affondiamo sotto il peso delle nostre angosce, ma se gridiamo e afferriamo la mano del Signore il vento si placa. E noi ricominciamo a credere, a partire dalla brezza della nostra fede, così leggera eppure così vera:
«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31).

