Scoprendo Caldarola
Caldarola (Cardaròla in dialetto maceratese) è un comune italiano di 1 660 abitanti della provincia di Macerata, nelle Marche.
Il paese è risultato fortemente danneggiato dalla sequenza sismica del 2016/17 “Amatrice – Norcia – Visso”, soprattutto dalle scosse del 26 ottobre e del 30 ottobre 2016, che hanno rovinato in maniera irreparabile gran parte del patrimonio storico e gli edifici scolastici.
Il comune di Caldarola, insieme con i comuni di Belforte del Chienti, Camporotondo di Fiastrone, Cessapalombo e Serrapetrona, fa parte dei cosiddetti “Cinque comuni”, che occupano la porzione centrale dell’entroterra maceratese per una estensione di 119,18 km² pari al 4,3% della superficie della provincia di Macerata. Il territorio è allungato in senso nord-sud e si estende alle pendici dell’dorsale appenninica umbro-marchigiana. Il dislivello altimetrico è di 985 m, la zona a quota più alta è quella della sorgente Ribotto, che si trova nel comune di Cessapalombo nel suo punto più meridionale, sotto il Pizzo di Chioggia; la zona a quota più bassa è nel comune di Belforte del Chienti, a nord-est del territorio in esame, in contrada Moricuccia nel punto dove il Chienti affluisce nel lago Le Grazie. I “Cinque comuni” sono compresi nella Comunità montana dei Monti Azzurri che ha sede a San Ginesio, gli altri comuni che ne fanno parte sono: Colmurano, Gualdo, Loro Piceno, Monte San Martino, Penna San Giovanni, Ripe San Ginesio, Sant’Angelo in Pontano, San Ginesio, Sarnano e Tolentino.
I rilievi che costituiscono la zona occidentale del territorio comunale non raggiungono notevoli altitudini e fanno parte della dorsale marchigiana nella fascia più esterna della catena appenninica umbro-marchigiana (catena montuosa che fa da spartiacque fra il versante adriatico e quello tirrenico). I maggiori rilievi, nel territorio comunale, caratterizzati da forme morbide ed arrotondate, sono Poggio la Pagnotta (1.148 m) e Poggio la Serra (1.070 m). La perimetrazione del Parco nazionale dei Monti Sibillini non interessa il comune di Caldarola, seppure si trova molto in prossimità.
La montagna occupa una discreta parte della superficie di tutta l’area; la parte restante è costituita prevalentemente da colline di altezza inferiore ai 700 metri, mentre le zone con quote al di sotto dei 300 metri occupano un’estensione estremamente ridotta e limitata alla stretta fascia dei solchi fluviali. Le colline degradano dolcemente costruendo un paesaggio estremamente variato con pendii a volte anche ripidi a fronte dei versanti incisi dai corsi d’acqua. L’utilizzazione di questa fascia collinare è stata tradizionalmente di tipo silvo-colturale e il paesaggio è storicamente caratterizzato da piccoli poderi mezzadrili trattati a policoltura le cui tracce sono visibili nella parcellizzazione dei fondi e obbligata dall’allungamento delle pendenze che ancora oggi determina il disegno dei campi.
· Superficie territoriale: 2908 ha
· Superficie agraria utilizzata (dati 1990): 1373 ha (47%)
· Superficie olivata (dati 1991): 102 ha (7,4%)
Il reticolo idrografico del maceratese si articola in numerosi corsi d’acqua abbastanza brevi ed a regime torrentizio, sui quali insistono bacini di limitata estensione territoriale, la cui presenza è però fondamentale per l’organizzazione del territorio. Il principale fiume che attraversa il territorio comunale è il Chienti nel suo medio corso. Fiume che nasce dalla confluenza di due corsi d’acqua equivalenti (il Chienti di Gelagna e il Chienti di Pieve Torina) a monte del Lago di Polverina. Dopo aver costeggiato lo sperone di roccia sul quale si ergono i ruderi della Rocca dei Varano, scorre nella gola profondamente incisa fra Monte Letegge e Monte Fiungo, e quasi all’uscita della gola, nel territorio di Caldarola, un altro sbarramento interessa il corso del Chienti e origina il lago artificiale di Caccamo (detto anche di Borgiano), al quale a breve distanza fa seguito quello di Belforte. Da questo punto il fiume lascia la zona più rilevata ed inizia il suo percorso nel paesaggio collinare. Il Chienti segna in alcuni punti il confine fra i Comuni di Caldarola e di Serrapetrona. La costruzione e la presenza degli invasi artificiali hanno modificato in modo abbastanza vistoso sia il corso del fiume che l’assetto del bacino idrografico.
Caldarola, sorta probabilmente come villaggio rurale in epoca precedente al IX-X secolo e divenuta, durante il periodo medievale della lotta tra Papato e Impero, feudo dello Stato Camerte, agli inizi del Quattrocento ottiene l’indipendenza sancita dalla bolla di emancipazione di papa Eugenio IV (1434), avviandosi ad un periodo di fioritura che culmina nel pieno Cinquecento.
Il paese risente in particolare dell’intensa opera di aggiornamento urbanistico promossa da papa Sisto V a Roma nei cinque anni del suo pontificato (1585-1590), soprattutto per merito dei cardinali creati dal papa piceno. Evangelista Pallotta, elevato alla porpora nel 1587 dopo un rapido cursus honorum percorso all’ombra dell’autoritario pontefice, fu particolarmente alacre nell’abbellire la sua città di origine, Caldarola, sviluppando un piano urbanistico di grande respiro che in pochi anni ridisegnò il volto del centro medievale con la creazione di un’ampia piazza sulla quale prospetta il nuovo palazzo cardinalizio, la Collegiata di San Martino ed il Santuario di Maria SS del Monte, ma anche di opifici destinati ad incrementare le attività artigianali del territorio. Il cardinale Pallotta si avvalse del pennello di Simone De Magistris e della sua scuola per decorare i nuovi edifici da lui realizzati: egli riconobbe infatti in Simone De Magistris il più importante pittore attivo nel territorio alla fine del Cinquecento, nonché l’interprete più avvertito delle rinnovate istanze dell’arte sacra sancite in occasione del Concilio di Trento ed il più fecondo autore di opulente decorazioni ispirate allo stile sistino, caratterizzate dall’interazione fra l’apparato plastico in stucco ed i dipinti murali.
La frazione di Bistocco si trova lungo il corso del fiume Chienti ed è costituito da un piccolo agglomerato sviluppato interamente sui due lati di una strada che termina nella chiesa di San Rocco. Nell’ambito del territorio ascritto a questa frazione si trovano i ruderi di due torri di avvistamento facenti parte del sistema di fortificazione dei Da Varano. Una si trova lungo la strada provinciale a metà strada fra Bistocco e Valcimarra ed è a pianta quadrangolare, l’altra è posta ad ovest dell’abitato ed è a pianta circolare.
Il castello di Croce del XIV secolo mantiene intatta la struttura di un notevole sistema di fortificazioni realizzate con grosse pietre squadrate. Dell’antica fortezza rimane la torre poligonale, oggi campanile della chiesa parrocchiale. Anche qui sono conservate numerose opere pittoriche di Nobile da Lucca e dei De Magistris. Non è noto se l’insediamento alto medioevale ebbe fasi di vita precedenti. Non lo rivela il toponimo, né le notizie pervenute. Finita l’era castellare, cresciuta la popolazione attivissima in agricoltura, il paese si è sviluppato più in basso, a fianco alla zona difesa, con case d’agricoltori affiancate da stalle e capanne piene di fieno e attrezzi agricoli. Il territorio è particolarmente ricco di uliveti dove è presente prevalentemente olivi della varietà Coroncina e della varietà Oliva grossa che localmente viene detta “Oliva grossa di Croce”
Di interesse ambientale e paesaggistico è Pievefavera le cui colline, coperte di ulivi, scendono gradatamente sul lago sottostante e costituisce l’areale prevalente della cultivar Coroncina, varietà di olivo marchigiana per la produzione di olio di ottima qualità, molto fruttato, amaro e pungente, con sentore di carciofo, di colore verde intenso, ad elevato contenuto in polifenoli e clorofilla e buon rapporto insaturi/saturi. Altre varietà locali accompagnano la Coroncina nei vecchi oliveti, garantendone probabilmente l’impollinazione, dato che la maggior parte delle varietà di olivo è autosterile e necessita di altre varietà intercompatibili. È presente nel territorio il Piantone di Mogliano detto in questa zona “Oliva Riccia”, e in percentuali minori troviamo l’Orbetana (sinonimi “Oliva Sarga”, “Bastarda”), l’Oliva grossa di Croce, l’Ascolana Dura, il Moraiolo (sinonimo “Folignata”) ma anche Frantoio e Leccino.
Nella parte alta del paese, si innalza il castello risalente al XIII secolo, che conserva quasi intatta la struttura muraria con tre cortine e quattro torri. Lungo la sponda meridionale del lago sorge un’area archeologica di epoca romana dove sono presenti strutture di età tardo repubblicana appartenenti alla pars rustica di una villa. Nei pressi è situato l’Antiquarium dove sono conservati i materiali archeologici.
La frazione di Valcimarra si trova lungo il corso del fiume Chienti, composto da due nuclei abitati Valle che è situata in prossimità delle sponde del fiume e Colle arroccato sulle propaggini rocciose che sovrastano la sponda sud. Il toponimo secondo alcune ipotesi potrebbe derivare dal greco Keimarron, torrente, ma la leggenda parla anche della sibilla Cimarra che avrebbe dovuto trovarsi sulle rupi presenti nella valle. Oltre ai due nuclei insediativi antichi, esistono ancora una torre di avvistamento dell’antico sistema di difesa dei Da Varano, e la costruzione di una piccola chiesa della Madonna del Sasso e i ruderi dell’Abbazia di San Benedetto de cripta in saxo latronis.
Nelle vicinanze di Caldarola sorge la frazione di Vestignano, antico castello appartenente dal IX secolo all’Abbazia di San Clemente a Casauria in Abruzzo. Rimangono a Vestignano consistenti resti dell’impianto urbanistico medievale, quali un torrione cilindrico angolare e la cinta muraria in pietra, risalente al XIV secolo. All’esterno delle mura sorge la duecentesca chiesa di San Martino, rimaneggiata nel XVI secolo. La prima citazione datata di Vestignano, corte del comitato di Camerino, compare nel 969 in un elenco di possedimenti dell’Abbazia di San Clemente a Casauria, oggetto di un diploma dell’imperatore Ottone I. Successivamente in un atto notarile del 1102, il conte di Camerino Garendo si fece mallevatore davanti all’abate di Casauria Grimaldo per la cessione il locazione perpetua delle terre di Vestignano ad alcuni uomini di cui riferisce i nomi. Studiosi di storia locale ritengono, nel XII secolo, di poter supporre l’esistenza di un discreto nucleo abitativo e di una chiesa rurale che potrebbe essere stata l’antica San Martino. Inoltre ci dice possa essere verosimile credere che all’epoca del possesso dei Varano (1468), del Vicariato di Summonte (1538) e del terziere di Sessanta (1568) sia avvenuta un considerevole incremento demografico e di conseguenza una cospicua edificazione sia di tipo residenziale che religioso.

