Venga il tuo regno di verità e di pace
Rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio è la risposta di Gesù a una domanda tranello.
È chiaro che solo a Dio si deve dare tutta la nostra persona e che, al contempo, va dato il proprio contributo leale alle istituzioni civili.
Questo Gesù lo insegnerà con la sua vita e l’obbedienza della Croce, quando i suoi avversari sceglieranno di stare dalla parte del potere umano e non dalla parte di Dio.
Oggi ricorre la 97a Giornata missionaria.
l tempo ordinario si conclude con una solennità il cui nome, all’orecchio di alcuni, potrebbe suonare un pò strano.
Perché dare a Gesù Cristo il titolo di Re?
Forse è una domanda che ci poniamo anche noi. Questa ricorrenza liturgica sembra stridere con il nostro modo consueto di pensare ai re e ai potenti.
E non basta che quanti vengono investiti da tali onori, solitamente affermino che ciò sia, prima di tutto, un onere, un servizio.
La storia, infatti, insegna che spesso, questi buoni propositi, non vanno oltre a semplici “spot”, senza convertire l’esistenza di chi è chiamato a compiti di guida e di potere.
Come in tutte le cose, allora, ecco che c’è la necessità di un esempio perfetto, indefettibile e assoluto ed ecco perché la liturgia non cambia il nome a questa solennità: dove sta la vera regalità? Sta nel servizio al cuore dell’uomo, alle sue necessità, perché, come direbbe san Tommaso d’Aquino, non si può non amare chi Dio ama. Il giudizio sull’amore non è questione di verifica successiva, ma di conversione continua al modo vero di regnare nella vita. Dopo tutto, è vero che noi ci ricordiamo nella vita di chi ci ha voluto bene!
don Tiberio Cantaboni
Venga il tuo regno di verità e di pace
Nel 1925, a seguito degli eventi della prima guerra mondiale, papa Pio XI indisse un “Giubileo della pace”; l’11 dicembre dello stesso anno, con l’enciclica “Quas primas”, istituiva la Solennità di Gesù Cristo Re, a coronamento del Giubileo. Originariamente la ricorrenza era collocata nell’ultima domenica di ottobre, ma con il Concilio Vaticano II è stata spostata all’ultima domenica dell’anno liturgico ed è stata adottata anche dalle Confessioni luterana e anglicana. Parlare di regalità di Cristo oggi ha ancora un senso e se sì, come farla vivere nella nostra società post-cristiana sempre più autonoma da ogni riferimento a Dio e a Cristo? Il prefazio della Messa definisce, quello di Cristo, regno eterno e universale, di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace.
Le ragioni che spinsero Pio XI, su richiesta di pastori e fedeli, a istituire la ricorrenza valgono ancora? Nella citata enciclica, il Papa chiedeva ai cattolici un maggiore impegno nella società per accelerare il ritorno alla regalità sociale di Cristo, per opporre «un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società», cioè il laicismo con tutti i suoi errori. Lo scopo del richiamo di Pio XI è proprio contrastare la nascita e la crescita di una società atea e secolarizzata, per l’avere i cristiani allontanato Cristo «e la sua santa legge» dalla pratica della vita quotidiana, dalla famiglia e dalla società.
Continuando a negare e rigettare «l’impero di Cristo Salvatore» diviene, così, impossibile una speranza di pace duratura fra i popoli.
Da qui la necessità di «instaurare il Regno di Cristo e proclamarlo Re dell’Universo». Dopo quasi cento anni, resta attuale l’analisi di Pio XI, la quale ci aiuta a constatare che anche oggi, l’umanità, quasi idolatrando il principio di autodeterminazione, sceglie di fare a meno di Dio. «Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo – afferma il Papa –, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società».
Parole che restano attuali; è innegabile, infatti, che anche oggi la fede vada diluendosi, sino a diventare ininfluente nella concezione della vita e nelle scelte delle nostre società; pure i cristiani talora rinunciano a essere sale e lievito evangelico nella pasta di questo mondo, risultando, così, irrilevanti nell’affrontare le grandi sfide del nostro tempo. La festa di Cristo Re può essere uno stimolo per i cattolici a svegliarsi dal sonno dell’indifferenza e dell’accomodamento allo spirito mondano. Se ieri la “peste” era il laicismo, oggi la “peste” è l’indifferenza, il disimpegno, l’accettazione acritica di tutto come se non ci fosse più differenza fra il bene e il male. Pretestuosa è la ricorrente critica all’utilizzo del titolo “regale” attribuito a Cristo, quasi che con esso si voglia imporre con la forza a tutti le nostre convinzioni. La verità è che i destinatari della ricorrenza annuale di Cristo Re siamo noi cristiani, sollecitati dallo Spirito a considerare Cristo nostro Re e Signore, a essere testimoni del vangelo per credenti e non credenti. O questo ci è chiaro, o smettiamola di pregare così: “Padre Nostro che sei nei Cieli…”.
Mons. Giovanni D’Ercole, vescovo

