Dio apre vie nuove
Ancora una volta il Vangelo ci mostra la sconfinata ricchezza della misericordia del Padre: egli non condanna nessuno, ma sempre salva e invita a vita nuova. Il profeta Isaia evidenzia poi l’azione ricreatrice di Dio, mentre Paolo pone nella scoperta e nell’adesione a Cristo il vero traguardo di ogni aspettativa umana. Si celebra oggi il Giubileo degli Ammalati e del Mondo della Sanità (5-6 aprile).
Abbracciare e servire Cristo sofferente
Non c’è dubbio che la malattia, come del resto il pensiero della morte, provoca in ognuno domande che toccano l’essenza della nostra condizione umana, soprattutto quando sembra coinvolgere l’innocente. Come possiamo coniugare sofferenza e morte con quelle che sono le innegabili gioie della nostra esistenza umana, soprattutto l’amare e l’essere amati? Nel cristiano, fragile come tutti gli uomini, queste domande diventano ancor più incalzanti perché interrogano il cuore della stessa fede che professiamo. Se Dio ci ha salvati in Gesù Cristo, perché ancora la necessità di dover soffrire e morire?
Per il cristiano, risposte a domande come queste non possono prescindere dalla persona di Gesù Cristo e dal nostro rapporto con lui. Nel cristianesimo, Dio non sta lontano dalla sua creatura. Se Dio nell’Incarnazione del Figlio, per dirla con il Vaticano II, «si è unito in un certo modo a ogni uomo» (Gaudium et spes, 22), questo legame è reso ancora più evidente nella Croce in cui il Figlio, e attraverso di lui il Padre e lo Spirito, sperimenta la sofferenza e la morte per la nostra salvezza, così diventando solidale con ogni uomo in ogni epoca. Guardando al Crocifisso, che rivela come Dio ama, la sofferenza e la morte assumono una nuova dimensione. Chi abbraccia la sofferenza partecipa a pieno titolo alla missione del Figlio e chi subisce la morte sa che è condizione per poter entrare nella vita vera e incontrarsi con Dio. Così la sofferenza e la morte diventano parte integrante della vocazione cristiana, perché sono in riferimento all’amore.
L’evento giubilare che si celebra oggi non è rivolto soltanto agli ammalati, ma anche a chi si prende cura di loro, quindi ai medici e al personale infermieristico, a quello ausiliare e ai ricercatori che faticano per trovare nuove cure.
Chi abbraccia la sofferenza abbraccia Cristo e la sua Croce, e chi cerca di guarire e curare si fa carico di Cristo povero e sofferente; ambedue continuano la sua missione salvifica nel mondo.
iubilaeum2025.va

