Pregare il Padre con fiducia di figli
«Signore, insegnaci a pregare», chiedono i discepoli e Gesù insegna loro il Padre nostro. Dobbiamo imparare a pregare, cioè a ricordarci di Dio nella nostra vita: nei momenti di gioia come in quelli di dolore.
Oggi ricorre la 5ª Giornata dei Nonni e degli Anziani.
Nella domanda dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare» (Vangelo) Gesù non si limita a proporre una formula da imparare a memoria (come a volte viene ridotta la preghiera del Padre nostro), ma indica la postura spirituale da assumere davanti a Dio. La postura, come ben lascia intendere la breve parabola dell’amico importuno, è quella del figlio che, rivolgendosi al padre con affetto filiale, chiede con insistenza e perseveranza. Lo stesso Gesù invita a chiedere, a cercare e a bussare, e assicura che Dio darà risposta a chi chiede con fede. Il Padre, infatti, commosso da tanta tenacia, concede non semplici cose buone ma la cosa migliore in assoluto, ovvero lo Spirito Santo che permetterà ai discepoli di sperimentare che la vera gioia, anzi l’unica gioia, è Gesù.
La preghiera insistente trova un precursore in Abramo, che intercede in favore degli abitanti di Sodoma e Gomorra, che si sono resi colpevoli di gravi peccati (I Lettura). La preghiera d’intercessione si sviluppa in un dialogo con Dio, serrato ma rispettoso e puntuale nelle obiezioni, nel quale Abramo lo implora per queste città, certamente colpevoli, perché le perdoni in considerazione dei pochi innocenti che le abitano.
don Antonio Sozzo
I giovani: speranza di una umanità che fatica a sperare
È inevitabile che il Giubileo dei Giovani che ricorre in questi giorni a Roma, richiami la Giornata Mondiale della Gioventù che si celebra nella Chiesa a partire dal 1986. Pur con un programma diverso rispetto alla GMG, il Giubileo dei Giovani vede la Chiesa impegnata con la stessa attenzione di questi decenni, ad ascoltare i giovani, per sentire le loro attese e preoccupazioni, per condividere le loro gioie, ma anche per trasmettere loro la buona notizia del Vangelo che il Padre ha rivelato in Gesù Cristo e che anch’essi, a loro volta, sono chiamati a trasmettere.
La cultura del nostro tempo apparentemente esalta il mondo giovanile, ma spesso in un modo interessato, che non ricerca l’autentico bene dei ragazzi ma il proprio tornaconto, derivante da consumi massici di vario genere. Questo inganno rischia di esporre i giovani a dei pericoli che nell’epoca digitale si sono moltiplicati e intensificati, tant’è che la loro formazione non può prescindere dall’offrire loro una grammatica per comprendere il significato vero del linguaggio che sono obbligati ad assumere e aiutarli a “navigare”, per così dire, in acque non prive di pericolo.
Nel Giubileo incentrato sulla speranza, non possiamo dimenticare che i giovani sono la speranza sia della Chiesa sia della società. Tutti noi abbiamo un interesse vitale nell’assicurare loro un futuro pieno di significato che faciliti la loro realizzazione. In questo contesto si inserisce la “cultura dell’incontro” tanto auspicata da papa Francesco, per quanto riguarda il dialogo sia degli adulti con i giovani, sia tra i giovani stessi. L’incontro tra persone molto spesso diverse tra di loro per le origini sociali, i caratteri, i talenti, le debolezze, i doni e i carismi ricevuti, non deve diventare fonte di divisione e rottura, ma occasione di crescita e arricchimento reciproci. Ma questo è possibile solo se si è consapevoli di quella fraternità umana che è aperta a lasciarsi trasformare in figliolanza divina, per opera di Gesù Cristo.
don Primo Gironi, ssp, biblista

