In attesa tra fede e speranza
Dobbiamo essere vigilanti nella fede anche nei momenti di difficoltà.
Per mantenere salda la nostra fede non scordiamo quando ha avuto inizio e abbandoniamoci fiduciosi nelle mani del Padre.
Qualcuno ha detto che “il cuore è più presente in ciò che ama che nel corpo che abita” e che c’è un luogo esistenziale dove ne facciamo esperienza: l’attesa. Attendiamo, tra fede e speranza, quello che non vediamo ancora ma che ci è stato promesso, spinti dalla certezza che «ciò che sta davanti è molto più grande di ciò che è passato» (Gregorio di Nissa). Lo hanno vissuto i nostri padri nella fede, in quel “pellegrinaggio” ininterrotto che dalla notte della liberazione (I Lettura), attraversando le vite di Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara e molti altri…, include oggi anche noi, «stranieri e pellegrini sulla terra», protesi nel cammino verso «la città dalle salde fondamenta», la patria del cielo (II Lettura).
Il Vangelo ci svela il senso autentico di questa “fede vigilante”, ricordandoci che non attendiamo solo qualcosa ma Qualcuno. Sarà l’incontro con il Signore a rivelare la verità di quell’amore che ora ci tiene desti e che accende di operosa speranza e beatitudine la nostra umile attesa.
Sorelle Clarisse, Monastero Immacolata Concezione – Albano L. (RM)
L’apostolo Paolo e le sue lettere
Con le sue tredici lettere indirizzate alle comunità cristiane da lui fondate, l’apostolo Paolo è diventato una voce familiare per noi che ogni domenica ci incontriamo per la celebrazione eucaristica. Oggi, infatti, siamo diventati noi e le nostre comunità i destinatari della parola di questo grande apostolo, nato a Tarso, nell’attuale Turchia, circa il 10 d.C. Non ha conosciuto Gesù, ma ne ha assimilato il Vangelo: «Tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,23).
Paolo ha parlato della speranza sempre rivolto a Cristo: «Per la speranza in lui siamo stati salvati» (Rm 8,24), come pure siamo salvati «per la sua grazia» (Ef 2,10), perché «la speranza in lui non delude» (Rm 5,5). Ogni tappa della nostra vita cristiana è radicata nella speranza di renderci conformi a Cristo: battezzati con Cristo, morti con Cristo, sepolti con Cristo, risorti con Cristo (come ci dice l’apostolo in Rm 6,1-8). Questa speranza ci conduce a una fede forte, sull’esempio di Abramo («egli credette, saldo nella speranza, contro ogni speranza»: Rm 4,18) e a una carità che è l’anima del nostro agire, sull’esempio di Gesù, che «mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me» (Gal 2,20).
È significativo che proprio nelle lettere di Paolo troviamo la formula triadica «fede, speranza, carità» (1Cor 13,13; 1Ts 1,3; 5,8) come programma di vita per il cristiano. L’esistenza cristiana vissuta nella speranza è fonte di gioia e di sereno ottimismo («siate lieti nella speranza»: Rm 12,12), a differenza di coloro che non hanno speranza e sono nella tristezza («perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza»: 1Ts 4,13). La stessa creazione respira questa speranza, perché Dio, che è «Dio della speranza» (Rm 15,13), la libererà dalla schiavitù del peccato, il vero inquinamento che la corrompe e la degrada (cf. Rm 8,19-21). Anche noi oggi, come i cristiani delle comunità di Paolo, vogliamo accogliere il suo invito «ad abbondare nella speranza» (Rm 15,13).
don Primo Gironi, ssp, biblista

