Io sono la Porta
Dio chiama tutti alla salvezza e ci chiede di vivere una fede autentica passando attraverso la porta stretta. Dobbiamo abbattere i muri di divisione tra noi, che ci riteniamo i salvati, e gli altri, gli esclusi.
Se è vero che Dio desidera che tutti gli uomini siano salvi è altrettanto vero il severo monito del Vangelo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». La porta stretta da cui bisogna transitare è lo stesso Gesù che proclama: «Io sono la porta» (Gv 10,9). La salvezza non è un bene da conquistare e per conseguirla non sono sufficienti le sole buone azioni che vengono rivendicate dai personaggi della parabola: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Oltre a fare la comunione (mangiare e bere) e annunciare il Vangelo (insegnare nelle piazze), il Signore chiede la postura spirituale dell’umiltà e la consapevolezza della propria indegnità. I personaggi della parabola vengono puniti perché hanno la pretesa di “dover” entrare.
La salvezza è il dono di Dio a chi si affida a lui con umiltà e mansuetudine. Il profeta Isaia (I Lettura) rivela il disegno grandioso di Dio di riunire tutti i popoli della terra in un unico popolo: la Chiesa, fondata da Cristo, è questo nuovo popolo. La lettera agli Ebrei (II Lettura) esorta a non lasciarsi abbattere dalle avversità, ma a dar prova di coraggio e di perseveranza.
don Antonio Sozzo
Il “tesoro prezioso” per camminare nella Verità
Le “sintesi” della fede cristiana La Chiesa, «nostra Madre che ci insegna il linguaggio della fede» (CCC 171), ha avvertito fin dall’inizio la necessità di esprimere e trasmettere le realtà divine «in formule brevi e normative per tutti» (CCC 186), come un riassunto della primitiva predicazione degli Apostoli e garanzia sicura per il progredire della vita cristiana. Questo dovere di trasmettere l’«unica fede» (CCC 172) «con voce unanime» – come scriveva sant’Ireneo di Lione in Adversus haereses – portò assai presto alla compilazione di compendi organici e articolati, nella forma di sintesi chiamate “professioni di fede” (Credo) o “Simboli”: destinati in particolare ai candidati al Battesimo, questi testi espongono le principali verità di fede nella triplice ripartizione riferita alle tre Persone della Santissima Trinità e che i Padri della Chiesa, in particolare Ireneo, chiamavano «i tre capitoli del nostro sigillo» (Demonstratio apostolica); a sua volta, ciascuna parte di esse si compone di articoli, in analogia con le distinte e allo stesso tempo unite articolazioni delle membra del corpo umano. Il Simbolo della fede era anche segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti delle prime comunità cristiane (cf. CCC 188) e, tra di essi, si tramandano per importanza quello detto Simbolo degli apostoli (II-III secolo), che era in uso nella Chiesa di Roma, e quello chiamato Simbolo Niceno-Costantinopolitano (IV secolo), da cui la denominazione comune di Credo, termine con cui ha inizio la recita di questi testi. Così, professare la fede è far memoria del nostro Battesimo, che è la “porta della fede” e il fondamento di tutta la vita cristiana; ciò comporta l’adesione di tutto noi stessi al dono della salvezza ed è, allo stesso tempo, attestazione comunitaria, pubblica e solenne, della volontà di non rinnegare il dono della fede. Recitando il Credo manifestiamo pure la nostra gratitudine e il nostro impegno a far fruttificare il dono immenso di essere «in comunione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo» e «con tutta la Chiesa che ci trasmette la fede e nel seno della quale noi cre56 diamo» (CCC 197).
don Giuseppe Militello

