Accoglierci per accogliere Dio
Giovanni Battista ci esorta alla conversione. Preparare la via al Signore significa cambiare radicalmente direzione, accogliendo, col perdono dei peccati, la nuova luce che orienta una vita rinnovata.
Viviamo l’Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda però che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II Lettura). Le immagini di pace che ci vengono suggerite dal profeta Isaia, facendoci contemplare il lupo che dimora con l’agnello, mentre il leopardo si sdraia accanto al capretto (I Lettura), ci sollecitano a vivere cammini di riconciliazione tra noi uomini e donne. Spesso siamo noi lupo per qualcun altro, oppure percepiamo la minaccia di chi ci appare con il volto e l’aggressività di un leoncello. La conversione alla quale Giovanni Battista ci invita (Vangelo) ha una duplice dimensione, sia verticale sia orizzontale. Ci convertiamo a Dio se lo facciamo gli uni verso gli altri. Se Dio può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre, può renderci fratelli e sorelle nonostante il nostro cuore duro, come fosse pietrificato. Gli alberi senza frutto vengono gettati nel fuoco. Eppure, Giovanni annuncia che Gesù verrà con un fuoco diverso, quello dello Spirito Santo, per bruciare tutto ciò che in noi pone resistenza all’accoglienza filiale di Dio, all’accoglienza fraterna degli altri.
dd. Luca Fallica, Abate di Montecassino
Aspetto la risurrezione e la vita eterna
L’ultima e solenne affermazione del Credo esprime la “certa speranza” della «risurrezione dei morti» e della «vita del mondo che verrà»: la risurrezione conferirà un corpo glorioso a immagine di quello di Cristo risorto e introdurrà nei «nuovi cieli e nella terra nuova» (cf. 2Pt 3,13). Queste due ultime verità di fede sono il culmine del disegno eterno di Dio di «riconciliare in Cristo tutte le cose» (cf. Col 1,20) e, insieme, manifestano la potenza della piena liberazione dal potere della morte nella partecipazione alla comunione gioiosa con Dio, che è il compimento della vita cristiana sorretta dalla fede, ancorata alla speranza, espressa nella carità. Uniti fin dal giorno del Battesimo alla morte e alla risurrezione di Cristo, «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20), ci ritroveremo nel Regno che non avrà fine, la Gerusalemme celeste dove contempleremo per sempre «il volto di Cristo mite e festoso» (come si recita nel Rito delle esequie). Il nostro “io” più profondo non viene distrutto con la morte, poiché la nostra “anima” sussiste per sempre ed è destinata al Paradiso, a godere della visione di Dio, in attesa della risurrezione finale del corpo. Il giudizio particolare, che prelude a quello universale, è conseguenza delle scelte compiute in vita in funzione del bene o del male, tanto che il restare fuori dal regno della beatitudine è l’esito di coloro che si sono esclusi in terra dall’abbraccio misericordioso e giusto di Dio. L’Amen che conclude la «professione di fede» attesta il nostro consenso e la nostra fiducia sulla fedeltà di Dio in relazione a tutti gli articoli di fede espressi nel Credo, così che la breve acclamazione ebraica funge da solenne chiusura della recita comunitaria del Simbolo niceno-costantinopolitano. Non a caso la medesima acclamazione, che si trova a chiusura dell’ultimo libro della Bibbia (Ap 20), conclude anche tutte le preghiere del cristiano, manifestando così che il dialogo con Dio è suggellato dalla forza dello Spirito che ci permette di affermare con gioia e determinazione il nostro “credo”.
don Giuseppe Militello

