Alla scuola di Gesù
Seguire Cristo richiede il coraggio quotidiano del “no” a sé stessi per il “sì” a lui. Applichiamo questo nelle piccole rinunce fatte per amore.
La Chiesa è chiamata a testimoniare la fecondità della croce con una fede viva e operosa, spogliandosi della mentalità mondana. È la lezione che Gesù impartisce ai suoi discepoli, allorché apre loro il cuore annunciando la sua passione, morte e risurrezione (Vangelo). Pietro, che prima lo ha confessato solennemente come “il Figlio del Dio vivente”, ora è il primo ad avere bisogno di mettersi alla sua scuola, di “andare dietro a lui”, accantonando le attese messianiche terrene per entrare nella logica divina. Ammonendo Pietro, Gesù parla alla sua Chiesa, ai cristiani di ieri e di oggi: lasciarsi trasformare è sacrificio gradito a Dio (II Lettura). Cade a proposito l’amaro sfogo del profeta Geremia (I Lettura), “sedotto” per proclamare le verità scomode di Dio. Il messaggio lo coinvolge, gli vibra nel cuore, ma sconvolge i pensieri e i progetti dei suoi interlocutori, scatenando derisione e scherno. Il profeta ne è sconcertato, prova una sofferta lacerazione interiore sino a dubitare di Dio e del suo modo di agire. Dio, invece, lo sta forgiando non in base al gradimento degli uomini, ma secondo il suo volere che, come “fuoco ardente”, s’impone, inquieta e piega le resistenze.
don Giuliano Saredi, ssp
«A Diogneto». Lo stile di vita dei cristiani
La Lettera a Diogneto, successiva agli scritti neotestamentari, ci fa conoscere, come la Didaché, lo stile di vita delle prime comunità cristiane alle prese con la società del tempo. Si tratta di uno scritto anonimo, composto in greco, risalente probabilmente alla seconda metà del II secolo e scoperto nel XV (ca. 1436). Citato in particolare dal Concilio Vaticano II in alcuni suoi scritti (Lumen gentium 38; Dei Verbum 4; Ad gentes 15), documenta la risposta alla domanda del pagano Diogneto su quale sia il Dio dei cristiani e quale sia il genere di vita da essi praticato.
Le 12 brevi sezioni in cui è suddiviso confutano il culto tributato dagli antichi agli dèi, del quale si sottolinea l’inutilità dell’adorazione verso gli «idoli fatti di materia corruttibile» (II,3), insieme al superamento degli antichi sacrifici del culto giudaico con l’offerta a Dio di «sangue, grasso e olocausti» (III,5). La parte centrale si diffonde nella descrizione concreta del «mistero cristiano» (V), ovvero sull’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo, fino a illustrare, con esempi, la peculiare vocazione dei cristiani di essere «anima del mondo» (VI). Si insiste, quindi, sulla “novità” della fede cristiana, con l’invio da parte di «quello che è veramente signore e creatore di tutto e Dio invisibile» (VII,2) del «suo figlio, come uomo per gli uomini… come chi salva, per persuadere, non per far violenza» (VII,4).
Così, l’incarnazione del Verbo è propriamente il motivo dell’intera economia divina (IX) da cui discendono la carità di Dio (X), il dono della sequela del Maestro divino per «quelli che si sono fatti discepoli della verità» (XI) e della “vera scienza” per quanti «diventano un paradiso di delizie e producono in sé stessi, ornati di frutti vari, un albero fruttuoso e rigoglioso» (XII,1). Un testo da leggere, dunque, e che affascina per la freschezza dei suoi contenuti, incoraggiando specialmente a saper stare da cristiani nel mondo senza essere del mondo (cfr. Gv 17,14).
don Giuseppe Militello

