100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini
Un uomo poliedrico ed eclettico, l’emblema dell’anticonformismo, un uomo libero che prende posizioni senza alcun indugio.
Il suo volto appare come un’icona su pagine di giornali (bensì oggigiorno sia il mezzo di comunicazione meno ricercato), su rotocalchi televisivi e per di più sui social, accompagnato dai suoi aforismi e citazioni, che colpiscono come sberle e fanno rumore, ma un rumore silenzioso.
La sua perspicacia aveva già previsto un disegno analogo a quello che poi oggi si è rivelato, mentre ai suoi tempi era un accenno. Arriva in un chiarissimo messaggio, nella sua produzione letteraria e artistica. I mass media per Pier Paolo Pasolini servivano ad omologare le masse e ad educarle al consumismo. Non sbagliava di una virgola.
Per Pasolini l’omologazione abolisce la distinzione tra fascismo e anti fascismo, la distinzione tra le classi sociali, dando luogo ad un’unica classe consumatrice, dissolvendo il potere della Chiesa. L’avvento della tecnologia era per lui la prima vera rivoluzione di destra. In un incontro televisivo nel 1971, condotto da Enzo Biagi, (polemizzava il potere televisivo di assuefazione, ma aveva compreso la capacità che possedeva come veicolo per difendere e offendere), sostenne che ormai non lottava più per verità totali, ma per verità parziali.
Non è facile riassumere in un breve articolo una così prolifica attività artistica, quella appunto dell’intellettuale, pensatore, critico, docente, artista che lo vede anche pittore, di un poeta, romanziere, narratore, sceneggiatore prima e regista poi. Una carriera e una vitalità interrotta da una tragica e misteriosa morte, tra l’1 e il 2 novembre 1975, all’età di 53 anni, sul litorale ostiense, che lo vide vittima di un brutale omicidio. Fu ucciso, secondo la versione più accreditata, perché scomodo: ateo, omosessuale, comunista, difendeva le cause degli ultimi, degli emarginati e dei paesi del Terzo Mondo, e il suo agire era compiuto senza soffermarsi minimamente ai pregiudizi ed era spesso un agire provocatorio.
Un fisico asciutto, un volto segnato da gote scavate e occhiali scuri che coprivano occhi incavati, e lo contraddistinguevano, come il suo trench marrone, la camicia bianca, la sigaretta, una voce incisiva e delicata e delle idee molto chiare.
E’ fondamentale citare le sue origini sulle quali si fonda la sua esistenza.
Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo 1922 a Bologna, in via Borgonuovo 4, dove oggi è posta alla sua memoria una targa commemorativa. Anni in cui si usciva dalla prima guerra mondiale e ci si preparava alla seconda, anni di parziale transizione. Nel 1922 infatti l’Italia entra in dittatura fascista, nel 1939 lo scoppio. Lui come suo fratello vivono la guerra in gioventù schierandosi: suo fratello da partigiano con le armi, in cui perse pure la vita, e lui da intellettuale antifascista. Nel 1930 si trasferì con il padre al Nord, un militare di fanteria a Bologna.
La famiglia, che secondo il suo punto di vista, doveva essere un nucleo amoroso, e che per alcuni lo era stato, per lui no. Il padre irruento e autoritario, aveva abbracciato la carriera militare, e da affettuoso e protettivo, dopo i tre anni di Pier Paolo, diventa antagonista e tiranno. Si rintraccia, così, in età adulta, il motivo del rifiuto alla mascolinità e l’aver toccato sulla sua pelle un’infanzia segnata dal non amore. La madre, Susanna Colussi, proveniva da una famiglia contadina di Casarsa della Delizia, in Friuli, e per lui ebbe un ruolo fondamentale.
Tra i genitori non ci fu assolutamente un’unione felice. Questo segnò l’interiorità emotiva di Pasolini e il suo carattere.
Si laurea in Lettere a Bologna nel 1945 e si iscrive al PCI. Inizia ad insegnare, ma nel 1950 dovette trasferirsi a Roma con la madre, poiché cominciarono a pesargli diverse condanne, accusato di corruzione e atti osceni in luogo pubblico, venne licenziato ed espulso dal lavoro. Si trasferì con la mamma a Roma e dovette reinventarsi. Povero e senza impiego, vive in borgata, a Rebibbia, e incontra lì la marginalità urbana, quella che diventerà protagonista dei suoi romanzi e film. Trova lavoro a Ciampino, in una scuola privata, ma sarà il cinema ha risollevarlo economicamente.
Il decennio tra il 1953 e il 1961 è decisivo per la sua maturazione intellettuale e il più produttivo.
Nel 1954 “La meglio gioventù”, poesie scritte dal 1941 al 1953, in dialetto friulano, dove è centrale il tema dei valori arcaico-rurali della società, valori sconvolti dal boom del cosiddetto “miracolo economico”. Altra opera “Le ceneri di Gramsci” (1957), dove trasuda l’impegno civile e ideologico, recuperando il genere narrativo del poemetto in endecasillabi, in terzine, presenti nell’opera di Pascoli. Nel 1961 pubblica “La religione del mio tempo”, nel 1964 “Poesia in forma di rosa”, dove la dialettica tra ideologia e apertura autobiografica è sostituita da pura confessione, una proposta di poesia che coincide col silenzio, e nel 1971 “Trasumar e organizzar” presenta la condizione dell’uomo-massa, con un linguaggio “giornalistico”, mette in discussione la letteratura e allo stesso tempo una confessione autobiografica. Si rileva qui una crisi della funzione poetica. Nella prima meta degli anni Settanta intensifica l’attività di pubblicista e nel 1973 collabora con il “Corriere della sera” con interventi caustici e provocatori di polemica sociale, culturale e politica. Da qui nascono gli “Scritti corsari”(1975) contemporaneamente lavora per le “Lettere luterane” un trattatello pedagogico rivolto a Gennariello, un ipotetico ragazzo napoletano che non farà a tempo a pubblicare, come “Petrolio” concepito con implacabile atto di accusa contro la società contemporanea, apparirà postumo nel 1992.
La poesia in lui non aveva affatto un potere consolatorio e pacificatore, ma denota una nuda provocazione.
Scrive e pubblica “Ragazzi di vita” (1955), “Una vita violenta” (1959) con discreto successo letterario, poi i saggi critici “Passione e ideologia” (1960), interventi critici pasoliniani.
L’aspetto poeta-scrittore, non fu assolutamente quello che lo portò alla notorietà, anzi, ne trascorse di tempo prima. La sua acutezza lo portò ad individuare il cinema come strumento ben più efficace e diretto con il pubblico e dove interpretava lucidamente la realtà. Ma tutto ciò che creava era poesia, persino uno stacco tirando il pallone su un campo di calcio, giocando una partita amichevole con la nazionale attori, o una cinepresa sulle sue mani era quanto più di delicato e raffinato possa essere, proprio come poesia.
Pier Paolo Pasolini teneva a mettere tutto alla luce del sole, persino le sue rivendicazioni, ma il buio le piaceva particolarmente, il buio che nascondeva il peccato e la sua continua ricerca tra i meandri del marcio, quello che di notte si palesava.
Emanuele Trevi su “Qualcosa di scritto” scriveva: “Tornava a casa tardissimo, quando davvero in giro non c’era più un’anima, i passi risuonano sul selciato, i semafori lampeggiano”.
La Fallaci così lo ricorda: “Non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Lasciarti dopocena era uno strazio perché tutti sapevano dove andavi. E, ogni volta, era come vederti correre ad un appuntamento con la morte”.
Dacia Maraini: “Tu eri consapevole che esistevano due tipi di frecce pericolose, ma per quanto tu contassi su una testa raziocinante e su un cuore responsabile, il tuo corpo trascinava sempre verso la freccia avvelenata dell’amore sacro e folle, rapido e solitario nei riguardi di corpi giovinetti appena sbocciati al piacere. Un amore senza amore… e ti rimproveravi di quei furti erotici e ti inchiodavi mani e piedi a quel senso di colpa” (da Caro Pier Paolo).
Gianluca Cianetti (attore, scrittore, regista) scrive: “L’ultima tomba di Pasolini”
Morendo, ho vissuto ogni giorno,
fino alla luce dei fanali di quella notte,
a rischiarare e sciogliere,
il pugno compresso del pensiero,
che ripudiava il passato in un abbraccio,
per sconfessare il presente,
nel tepore di quella carezza lacerante,
confusa e svilita da chi vendeva
il domani delle illusioni in bottigliette di plastica e cristallo.
Scorsi sempre vivida la realtà,
lungo il tormento infuocato
di sogni,
aspirandone il bacio suadente
e il presidio della verità
e meritando il riposo di ora,
coperto di foglie e di ghiaia,
immerso e abbandonato,
nella terra umida,
con la prima donna
della mia vita, vicino.
Pier Paolo Pasolini si allontana dalla letteratura e nel 1960 scopre il cinema, dopo poche esperienze teatrali, gli procura una fama a livello internazionale. I primi film, in concomitanza all’attività letteraria, “Accattone” (1961) e “Mamma Roma” (1962) sembrano riprendere il mondo romanesco dei romanzi, con una visione realistica e documentaria. Poi passa al periodo mitologico e simbolico, negli ultimi anni Sessanta: il “Vangelo secondo Matteo” (1964), “Edipo re” (1967), “Teorema” (1969), “Porcile” e “Medea”.
La rappresentazione spregiudicata dell’eros attrae il regista con l’accusa di oscenità. Nascono così dal 1971 al 74 “Trilogia della vita,”, “Il Decameron”, “Canterbury”, “Il fiore delle mille e una notte”, “Uccelacci e uccellini”, l’ultimo, dalla sottile ironia drammatica che vede protagonisti Totò, Ninetto Davoli e un corvo ammaestrato, una favola allegorica che racconta le borgate romane. Il corvo scorta i due lungo il cammino, i quali alla fine decidono di mangiarlo, perché un predicatore inopportuno.
E ad oggi Pasolini, lascia una produzione artistica di non poco interesse e importanza artistica, ma soprattutto indica rotte sconosciute su una vita fatta di rivelazioni e punti oscuri lasciando tanti punti interrogativi su verità dette a metà…io so, so i nomi dei responsabili, ma non ho le prove…, scriveva così nel 1974 sul Corriere della Sera…con un suo articolo titolato: “Che cos’è questo golpe”, riferito alla strage di Milano del 12 dicembre 1969 , e continua io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti….Ma non ho le prove….
Per terminare, cito alcuni versi di Pier Paolo Pasolini dal titolo: “Crisi di felicità”.
Poi è il silenzio a darmi il più divino
Moto di gratitudine pel mondo.
Ferma il cuore l’occhio del bambino
Grato, con la sua crudeltà gioconda.
No, non si resiste al troppo amore, ai baci
Avuti e dati in una sera sola!
Vorrei svenarmi, pazzo d’amore, audace
Di beltà, fermare il cuore che vola.
O pazza crisi di felicità,
notte di Malafiesta, in una volta
io fui fanciullo e dio: più non sa
la mia vita che volere la sua morte.
Un conflitto esistenziale che si pronuncia ad ogni sua espressione artistica, o comunque ad ogni messaggio condiviso.
Concludo qui, perché non riesco a riconoscere una vera e propria fine alla descrizione di un personaggio che ancora tiene vivi gli echi della sua esistenza così risonante, come lo è stata nelle sue membra, e nelle sue ossa. Perché con questa frase: “Io so… lui trova una morte omicida di cui non se ne conoscono ancora i nomi degli assassini”, ecco che si perpetua il mistero.

Ritratto a cura di Linda Lucidi
