Patrizia Cavalli: poeta e scrittrice
Voleva sentirsi chiamare poeta.
Patrizia Cavalli, poeta e scrittrice, ci lascia, a Roma, all’età di 75 anni.
Nata in Umbria nella città di Jacopone da Todi, il 17 aprile 1947 e dopo essere passata per Ancona, nel 1968 si trasferisce a Roma, dove si laurea in Filosofia.
Patrizia Cavalli deve la sua lirica proprio ad Elsa Morante e alla loro forte amicizia per cui le dedica nel 1974 la sua prima raccolta di poesie.
Nel 1976 venne inserita da Biancamaria Frabotta, anch’essa da poco scomparsa, nell’Antologia “Donne in poesia – Antologia della poesia femminile in Italia dal dopoguerra ad oggi”, insieme a lei nomi illustri come Maria Luisa Spaziani, Vivien Lamarque, Amalia Rosselli e Anna Maria Ortese.
La sua casa editrice più affezionata è stata la Einaudi e cito alcune sue raccolte di successo:
– Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974);
– Il cielo (1981);
– L’io singolare proprio mio (1992);
e queste tre silloge verranno riunite nel volume Poesie (1974-1992).
Pubblica sempre con Einaudi, “Sempre aperto teatro” (1999) che si aggiudica il Premio Letterario Viareggio-Repaci, “Pigre divinità e pigra sorte” (2006, Premio Dessi ), “Datura” (2013), “Vita meravigliosa” (2020).
Unica prova narrativa fu “con passi giapponesi” (2019), romanzo vincitore del premio Campiello.
Con la casa editrice Enaudi tradusse l’Anfitrione di Molière e il Sogno di una notte di mezza estate e l’Otello di Shakespeare, messo in scena dall’attore e regista Arturo Cirillo (2009).
Insieme alla cantautrice Diana Tejera realizzò nel 2013 il libro/disco “Al cuore fa bene far le scale” edito da Voland Bideri.
Con la cantautrice jazz Chiara Civello scrisse il brano “E se”, Premio Betorchi, città di Firenze ( 2017).
La sua poesia è caratterizzata da un’intensa e complessa tecnica poetica; le misure metriche sono le classiche, il lessico e la sintassi sono della lingua contemporanea. Sono assenti poeticismi e manierismi, il linguaggio è quotidiano e familiare.
Grazie ad Elsa Morante si era dedicata alla lirica. Ha fuso versi, teatro e musica nel linguaggio contemporaneo. Nei suoi componimenti, tradotti in tutto il mondo, tutte le variazioni del sentire umano: amore, dolore, piacere. Le sue letture all’Auditorium di Roma sono rimaste celebri. Sono rimasti nella memoria veri e propri spettacoli in cui cantava e recitava poesie, scelte da lei, tra cui l’amata Emily Dickinson.
Il critico letterario Alfonso Berardinelli: il suo lessico è misto e ibrido, ma la sua dizione è immancabilmente pura. S’intuisce proprio che è la purezza della dizione lo scopo per cui scrive. Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione.
Il suo traduttore in inglese, Geoffrey Brack, ha detto di lei: “Una delle cose che amo di più nell’italiano delle sue poesie è il modo in cui la sua lingua, così contemporanea, ridà vita a certe tecniche tradizionali”.
In una recente intervista replicò: “Ho scritto solo cinque libri, ed è già tanto, non sono una che apre bocca e gli dà fiato”.
Queste sue parole la definiscono sia personalmente che artisticamente, ad ogni azione e creazione attribuiva un senso.
“La morte dovrò affrontarla ad armi pari -scriveva- anche se infine dovrò perdere/ voglio uno scontro essendo tutta intera/ che non mi prenda di nascosto e lentamente”.
Combatteva da tempo il suo male che l’affliggeva giorno per giorno fino al suo ultimo giorno.
Da “Vita meravigliosa” (2020), “Cosa non devo fare”.
Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

