Credo, Signore
La fede obbediente dona la vista. Chi si fida di Cristo, anche senza capire tutto, riceve da lui la luce e scopre il suo progetto d’amore.
L’attestazione di fede di un cieco dalla nascita, che oggi leggiamo nel Vangelo, è la risposta esistenziale a un incontro trasformativo. Nel racconto giovanneo, il cieco guarito da Gesù attraversa un processo di riconoscimento progressivo: da beneficiario di un miracolo diventa confessore della divina identità di Cristo, il “Figlio dell’uomo”.
La sua professione di fede nasce non da astrazione, ma dall’esperienza vissuta – dalla vista riacquistata alla luce interiore della fede – nell’incontro con Gesù, “luce del mondo” che illumina, dissolvendo le tenebre del cuore. Paolo definisce il “frutto della luce” come «bontà, giustizia e verità» (II Lettura) – virtù che in Cristo raggiungono la pienezza: bontà che accoglie la fragilità, giustizia che ristabilisce, verità che libera.
Credere non è mero assenso intellettuale, ma conversione integrale dell’essere: accogliere Cristo implica lasciarsi sanare e trasformare. Anche nelle tenebre, la sua luce opera con fecondità, generando frutti di carità, rettitudine e autenticità. Come il cieco, ogni credente è chiamato a riconoscere in Gesù il Kýrios, il Signore, traducendo il «Credo, Signore!» in una esistenza trasfigurata dalla grazia.
don Michele G. D’Agostino, ssp
Alla scuola di san Paolo
Lungo i secoli molti teologi e filosofi si sono ispirati a questo grande apostolo e ne hanno assimilato il pensiero e commentato le lettere. Nella figura e negli scritti di Paolo, Martin Lutero (1483-1546) e i suoi seguaci hanno trovato l’ispiratore della Riforma protestante. Le lettere dell’apostolo sono diventate il nutrimento della vita di grandi santi e hanno ispirato la spiritualità di diversi fondatori di ordini religiosi. San Domenico di Guzman (1172-1221), fondatore dell’Ordine dei Frati predicatori (Domenicani), portava sempre con sé le lettere di Paolo e le meditava così lungamente, fino a impararle quasi a memoria. Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), fondatore dei Barnabiti (Barnaba era il fedele collaboratore di Paolo) ispirò tutta la sua opera al grande amore di Paolo, che nulla separava dall’amore di Cristo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» (Rm 8,35).
Il beato Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia Paolina, dichiarava l’apostolo Paolo il “fondatore” e il “padre” della sua istituzione e affermava che la chiamata a dedicarsi all’evangelizzazione con i mezzi della comunicazione (egli parlava di “apostolato delle edizioni”) fu da lui avvertita dopo la lettura della Lettera ai Romani: «L’ammirazione e la devozione a san Paolo cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione della Lettera ai Romani. Da allora Paolo gli parve veramente l’Apostolo, e ogni apostolato poteva ispirarsi a lui… La Lettera ai Romani è il primo e principale saggio dell’apostolato delle edizioni, l’esemplare su cui modellare ogni edizione paolina».
Ma già sant’Agostino (354-430) aveva iniziato il suo cammino di conversione, aprendo la Lettera ai Romani e confrontandosi con le forti parole del capitolo 13, come egli stesso afferma: «Appena terminata la lettura di [queste parole], una luce di certezza penetrò il mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono» (Confessioni VIII, 12, 29).
don Primo Gironi, ssp, biblista

