L’olio in piccoli vasi
Siamo vigilanti e viviamo sempre in grazia. L’attesa dello Sposo non dev’essere passiva: riempiamo le nostre “lampade” con la preghiera e le opere di bene.
Oggi ricorre la 76ª Giornata del ringraziamento.
La liturgia di oggi è ricca di simboli e paradossi: giorno-notte, veglia-sonno, incontro-attesa, fatica-riposo. Come a dire che nei suoi accadimenti la vita è uguale per tutti e tuttavia, nel suo fondo nascosto, per tutti non è uguale… Le vergini sagge, diversamente dalle stolte, «insieme alle loro lampade presero anche l’olio in piccoli vasi». Questo olio è simbolo dell’amore custodito nel tempo e proteso all’incontro con lo Sposo. Se l’amore, bene non negoziabile (cfr. Ct 8,7), è quanto di più personale, interiore e prezioso ci sia, cos’altro vuol dire prendere l’olio «in piccoli vasi» se non riversarne quanto è possibile nel “poco” di ciascun giorno e conservarlo nella lunga attesa dei giorni e delle notti? Il libro della Sapienza esprime questo lavorio segreto e continuo con i verbi cercare, desiderare, vegliare… propri di un cuore che ama. Amare è l’arte nobile della vita, la scommessa dell’oggi, la speranza che anima il presente ancorandolo al futuro. Sta a noi scegliere se vivere a metà pensando che basti avere una lampada tra le mani, anche se spenta, o investire oggi cuore, mente ed energie per preparare l’olio che un giorno la farà brillare.
Sorelle Clarisse, Monastero Immacolata Concezione – Albano L. (RM)
Quando Bisanzio distrusse le “finestre sull’infinito”
Quest’anno ricorre il 1300º anniversario dell’inizio della controversia iconoclasta, uno degli episodi più drammatici e significativi della storia bizantina. Nel VII secolo l’Impero bizantino attraversava una crisi profonda e multiforme: le conquiste arabe sembravano inarrestabili, disastri naturali si susseguivano e divisioni interne ne minavano la coesione. In questo clima di angoscia e insicurezza, l’imperatore Leone III – salito al trono nel 717 e originario della Siria, regione fortemente influenzata dall’Islam – emanò nel 726 il primo editto contro la venerazione delle immagini sacre, dando così avvio a una lunga e dolorosa frattura all’interno della Chiesa. Le fonti coeve, prevalentemente di orientamento favorevole alle icone, riferiscono che Leone subì l’influenza dell’Islam, religione ostile alle immagini sacre che accusava i cristiani di idolatria. Convinto che la distruzione delle icone avrebbe purificato il culto e rinsaldato l’unità dell’Impero, l’imperatore ottenne invece l’effetto opposto: provocò una profonda spaccatura nella società bizantina. Le chiese vennero spogliate delle loro immagini, i monaci perseguitati e i fedeli si divisero tra chi vedeva nelle icone un sostegno prezioso alla preghiera e chi le considerava un ostacolo a una fede più pura e spirituale. Tra i difensori delle icone si distinse san Germano I, patriarca di Costantinopoli, il quale nel 730 preferì dimettersi piuttosto che piegarsi all’ordine imperiale. Anche i papi Gregorio II e Gregorio III difesero la tradizione condannando fermamente l’iconoclasmo, contribuendo così ad accentuare le tensioni tra Oriente bizantino e Occidente latino. La controversia sarebbe durata ancora vari decenni, diventando più dura con l’ascesa al trono di Costantino V, figlio di Leone. Il Concilio di Hieria del 754, dichiarando eretiche le immagini sacre, inaugurò un periodo di violenze e distruzioni sistematiche. Solo con il Secondo Concilio di Nicea nel 787 si sarebbe verificata la svolta decisiva, che avrebbe posto fine a questa lunga e dolorosa controversia con la definizione della corretta dottrina cristiana sulle immagini sacre.
don Michele G. D’Agostino, ssp

