Ospitare Dio nella nostra vita
La liturgia di questa domenica si sofferma sul tema dell’ospitalità.
Sull’esempio di Abramo, di Maria e della sorella Marta, siamo invitati ad accogliere Dio nella nostra vita.
Solo lui è il vero nostro ospite.
Le letture di questa domenica hanno un tema comune: accogliere Dio nella nostra vita. Abramo offre la sua ospitalità a tre misteriosi viaggiatori (I Lettura) nei quali la tradizione cristiana ha intravisto la SS. Trinità. In cambio dell’accoglienza ricevuta, i tre uomini annunciano ad Abramo che presto sarebbe diventato padre. San Paolo spiega che l’accoglienza di Cristo si realizza attraverso le nostre sofferenze che, lungi dall’essere inutili, se sopportate nel nome di Gesù, ci permettono di associarci ai suoi patimenti e vivere con lui il mistero della croce (II Lettura).
Anche le due donne protagoniste del Vangelo, Marta e Maria, accolgono il Signore Gesù: Marta, prendendosi cura di lui; Maria, mettendosi in ascolto della sua parola. La spiritualità cristiana ha sempre dato più valore alla scelta fatta da Maria, ovvero la contemplazione e la preghiera. In verità i credenti devono essere contempl-attivi (don Tonino Bello), ovvero contemplativi come Maria e attivi come Marta, in quanto la preghiera senza il servizio è fatta di sole parole vuote, mentre il servizio senza preghiera è un movimento sterile e infruttuoso.
don Antonio Sozzo
Gesù: i suoi miracoli, le sue parabole
In Gesù e nella sua Parola i personaggi del Vangelo ripongono ogni loro speranza: speranza di guarigione e di salvezza, speranza di vincere il male e il peccato, come pure di essere liberati dai demòni (“gli spiriti impuri”), speranza di vedere il regno di Dio, da sempre atteso.
I molti miracoli di guarigione compiuti da Gesù sono la risposta alle attese e alla speranza dei tanti (uomini, donne, bambini) che lo muovono a compassione. Pensiamo alla guarigione ottenuta dalla donna che nel Vangelo viene presentata con il nome di “emorroissa”, a motivo delle “perdite di sangue” di cui soffriva (cf. Mt 9,18-22). Questa donna, nonostante il perdurare di una simile malattia per dodici lunghi anni, nutre la speranza di essere guarita da Gesù: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata» (Mt 9,21). È la speranza che Gesù esaudisce non solo con il dono della guarigione fisica, ma soprattutto con quello prezioso della salvezza: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata» (Mt 9,22). Noi oggi sentiamo il bisogno di una simile speranza che, come per la donna del Vangelo, ci spinge a osare fino ad aggrapparci anche al più debole appiglio, come il lembo del mantello?
Accanto ai miracoli di Gesù vi sono le sue parabole, tutte ispirate alla speranza di perdono (la parabola del perdono e del servo senza pietà: Mt 18,23-35), di armonia ritrovata fra genitori e figli (la parabola del figlio prodigo: Lc 15,11-32) e fra ricchi e poveri (la parabola del ricco e del povero Lazzaro: Lc 16,19-31). Quella del seminatore (Mt 13,1-23) è la parabola più radicata nella speranza. Gesù ci invita a riporre la speranza nel piccolo seme di bene gettato in quel terreno che è la vita quotidiana di ciascuno di noi. È un terreno a volte arido, sassoso, invaso da rovi e spine, così da non offrire alcuna speranza di frutto. Ma la speranza non è nel terreno: è nel seme, che è la Parola di Gesù, sempre capace di portare frutto, sempre aperta alla speranza.
don Primo Gironi, ssp, biblista

