Dall’indifferenza alla condivisione
La contrapposizione tra il ricco epulone e Lazzaro evidenzia la necessità di usare le ricchezze come strumento di relazione con Dio e di cura attenta dei fratelli. Oggi ricorre la 11ª Giornata del migrante e del rifugiato. Si celebra oggi il Giubileo dei Catechisti.
Il profeta Amos, ai ricchi del suo tempo che vivono nel benessere e nel lusso, rivolge uno sferzante richiamo («Guai agli spensierati di Sion!») e annuncia loro la fine imminente («andranno in esilio»). L’accusa del profeta diventa una condanna del loro disinteresse verso chi è povero e bisognoso, e del loro disimpegno nel prendersi a cuore la situazione del popolo (chiamato qui “Giuseppe”), minacciato dagli eserciti invasori: «Della rovina di Giuseppe non si preoccupano» (I Lettura). Lazzaro, il nome del povero della parabola evangelica, significa “Dio è il mio aiuto”. Di fronte all’indifferenza dell’uomo ricco verso la fame e i bisogni del povero Lazzaro, e alla sua totale assenza di umanità, Dio manifesta il suo aiuto collocando, al momento della morte, Lazzaro «accanto ad Abramo» (il nostro “paradiso”) e il ricco «negli inferi fra i tormenti» (il nostro “inferno”). La parabola ci invita a convertirci dall’indifferenza e dall’egoismo all’accoglienza e alla condivisione. Non ci aiuteranno segni straordinari (come la risurrezione di un morto), ma il nostro quotidiano ascolto della Parola del Signore, indicata qui come “Mosè e i Profeti” (Vangelo).
don Primo Gironi, ssp, biblista
Trasmettere la fede in Cristo nella cultura digitale
La catechesi è forse, nel campo dell’agire ecclesiale più visibile ai fedeli, dopo la liturgia, quello che più ha risentito dell’opera rinnovatrice attuata a seguito del Concilio Vaticano II. Così, nel giro di pochi anni, si è dato vita a nuovi testi di catechesi, sia a livello delle Chiese locali sia di quella universale. Questo processo è poi culminato nella pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) e del suo Compendio (2005) sotto i pontificati, rispettivamente, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Accanto a questi testi, per così dire pratici, ci sono anche documenti magisteriali dei papi, delle Conferenze Episcopali e dei singoli vescovi che offrono linee guida per la catechesi che, a partire dall’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (1975) di san Paolo VI, attestano una crescente e sempre più urgente consapevolezza dell’intimo legame tra la catechesi e la natura missionaria della Chiesa, tema che è stato uno dei capisaldi del magistero di papa Francesco. Quest’ultimo, oltre ad offrire alla Chiesa universale un rinnovato Direttorio per la Catechesi (2020), con il Motu proprio Antiquum ministerium (2021), ha poi istituito il ministero laicale di catechista, desiderio già auspicato, ma mai realizzato, di san Paolo VI. Il mondo della catechesi, tuttavia, non è solo un insieme di testi, per quanto importanti. È soprattutto un campo dell’agire ecclesiale che coinvolge numerosissimi laici, uomini e donne che, insieme ai loro pastori, dedicano con gratuità tempo e forze alla trasmissione della fede. E questa trasmissione, anche in un tempo come il nostro, così segnato dalla cultura digitale, può avvenire come in ogni altra epoca, solo a partire dalla testimonianza interpersonale. La figura del catechista può variare a seconda dei luoghi e dei tempi, ma ciò che sempre deve distinguere questi fedeli è l’amore a Cristo e alla Chiesa, unito all’impellente desiderio di trasmettere al prossimo la buona notizia della risurrezione e della verità che salva.
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