Non abbiate paura
Cristo ci dice: «Non abbiate paura». Esiste un bene più grande della vita biologica: la vita eterna; e un male peggiore della morte fisica: perdere Dio. Il cristiano professa la sua fede con coraggio, perché crede che il Padre custodisce, già ora, la sua vita per l’eternità.
Chi sperimenta la propria debolezza nella solitudine e tribolazione sa che cos’è la consolazione di Dio e domanda, come nel Salmo, di sentire l’infinita bontà del suo amore, l’abbraccio della sua grande tenerezza. Il Signore gli è vicino. È la certezza che ha sostenuto Geremia, divenuta confessione di fede: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso» (I Lettura). La fede apre all’ascolto interiore della voce di Dio che sussurra all’orecchio del cuore: «Non abbiate paura!», chiedendo di farsi annuncio dalle terrazze, profezia di speranza e libertà per ogni uomo e donna in questo mondo. In mezzo al clamore e agli intrighi degli uomini la verità si fa strada con la potenza inerme della testimonianza. Nessuna tempesta, nessuna menzogna potrà mai estinguere la fiamma di verità che arde nascosta nel “segreto” di una coscienza pura. Non vi è tenebra che possa trattenere lo splendore della luce (Vangelo). Paolo lo grida: è più forte il bene di un solo uomo, Cristo, che il male di un’intera moltitudine. È più forte “il dono di grazia” che il contagio dilagante del peccato (II Lettura). «Per chi ama Dio, tutto ciò che appare dannoso si mostrerà utile» (san Giovanni Crisostomo).
Sorelle Clarisse, Monastero Immacolata Concezione – Albano L. (RM)
Catechesi e laudi per cantare la fede
La problematica situazione arrecata dai nuovi stili di canto nella liturgia, protrattasi a lungo, determina la codificazione della polifonia come lo stile “principe” della musica ecclesiastica con o senza accompagnamento strumentale. La tecnica sempre più avanzata del contrappunto prende il sopravvento sulla monodia gregoriana, per cui l’intervento attivo dei fedeli viene ormai limitato all’ascolto delle difficili esecuzioni delle Scholae cantorum che dalla fine del XIV secolo avevano preso il nome di Cappelle musicali, ovvero gruppi di cantori specializzati per eseguire la polifonia nelle chiese cattedrali o nelle cappelle principesche. In questo periodo fanno la loro comparsa le “messe polifoniche”, la cui esecuzione richiedeva appunto la presenza di un coro professionale, con la conseguente esclusione dal canto del popolo.
Intanto, il popolo non si contentava più di ascoltare e, attraverso il concorso illuminato di alcune personalità, trova un suo spazio per cantare la fede: ciò avviene nelle catechesi extra-liturgiche per mezzo di canti nella lingua del popolo e nelle nuove sensibilità ritmiche e tonali. Tra i personaggi più noti del tempo vi è il presbitero fiorentino Filippo Neri (1515-1595) che, nell’Oratorio della Vallicella a Roma, invita la gente umile, soprattutto i fanciulli, a ritrovarsi per ascoltare la “dottrina” e per pregare insieme anche attraverso canti a loro confacenti. Nell’Italia del Cinquecento sorge dunque il cosiddetto filone delle laudi filippine che subito si distinguono per qualità e contenuto: in esse si inneggia alla Vergine Maria e ai santi, si richiamano le virtù cristiane.
Come per la lauda medievale, così la lauda filippina viene a trovarsi al centro della spiritualità popolare, nutrita da testi di argomento sacro o morale, rivestiti da melodie orecchiabili e facilmente memorizzabili. In questo modo, dopo secoli, il popolo si riappropria del canto della fede, anche se i fedeli dovranno aspettare ancora a lungo per cantare le lodi di Dio nella liturgia.
M° Sergio Militello

