Ma voi, chi dite che io sia?
Cristo fonda la sua Chiesa sulla roccia di Pietro. Questo ci ricorda l’importanza dell’unità visibile e della guida sicura nella comunione ecclesiale.
La duplice domanda – «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? … Ma voi, chi dite che io sia?» – che Gesù pone ai suoi discepoli interroga la nostra fede e la nostra identità cristiana. La gente, al dire dei discepoli, rincorre l’opinione comune e vive l’attesa messianica d’Israele secondo il “si dice” che passa di bocca in bocca, identificando Gesù con l’una o l’altra figura profetica. Gesù è una “notizia breve” sul quotidiano della gente: vale la curiosità di un momento per poi passare ad altro, invece di porsi in ascolto del Cristo, che sveglia le coscienze e interpella la fede e la vita. «E voi?», chiede Gesù. Risponde Pietro, proclamando parole ispirate dall’alto, rivelatrici del Cristo e atto di fede nel Figlio del Dio vivente. Gesù loda la fede del suo discepolo, che ha la solidità della pietra e la stabilità in Dio, e affida la Chiesa al suo umile servizio, conferendogli l’alta missione di farsi servo della verità, guida sicura della comunità credente, dispensatore della grazia salvifica che dischiude le porte del Regno. La salda e intima relazione di Cristo con la sua Chiesa non verrà mai meno, nessuna insidia potrà incrinarla. Pietro ne è certo, sulla parola di Gesù.
don Giuliano Saredi, ssp
Il sogno di Ostia
“Il sogno di Ostia”: queste parole potrebbero sintetizzare quanto di grande, nella storia e nello spirito, avvenne nell’estate del 387 tra santa Monica e sant’Agostino, santi di cui si fa memoria liturgica alla fine di agosto. Ostia fu testimone degli ultimi colloqui tra madre e figlio, in una visione che potremmo definire umano-divina. Il sogno della madre – di vedere il figlio battezzato, maestro – si era realizzato e nei pressi di Milano a Cassiciaco (oggi, Cassago Brianza), egli aveva dato un saggio delle sue capacità spirituali e organizzative nel primo informale Eremo cristiano.
Non per nulla l’iconografia religiosa ha tramandato la sosta e il dialogo nella cittadina laziale come “Estasi di Ostia”. Se la Santa era alla fine della sua vita terrena (morirà proprio a Ostia il 27 agosto 387), il Santo era nel mezzo del cammin di sua vita: battezzato da poco a Milano da sant’Ambrogio, si avviava a Tagaste per esservi ordinato presbitero. Fu in seguito vescovo a Ippona, città che lo vide impegnato in una ricchissima attività filosofica e teologica. Il sogno di Ostia potremmo definirlo, in un linguaggio teatrale, una conversazione affettuosa, mistica in cui – lasciate per un momento le grandi domande teologiche – i due dialogano in maniera spirituale, nostalgica, memoriale, protèsi verso la luce dell’immediato futuro che si stava delineando per il figlio; sullo sfondo dello sciabordio delle onde del mare e del canto dei pescatori. In tale dialogo, lei, la madre, prende ancora più coscienza del suo ruolo materno, pedagogico; lui, d’altra parte, del suo passato, del suo peccato, delle bravate giovanili che adesso rivede con distacco e rimorso.
A Firenze, in aprile, in vista del primo anniversario dell’elezione di papa Leone, agostiniano, per dare maggiore risalto alla memoria dei due Santi, è stato messo in scena un testo teatrale dall’omonimo titolo: “Il sogno di Ostia”.
Il figlio-santo accarezzando la madre morente, prega: «Nei tuoi cieli o Dio / oltre il velo delle nubi / sento l’eternità delle voci / il bagliore delle luci / che per te sono immobili. / Lì ti contemplo / attonito e assorto. / Lì io verrò, mano nella mano, / con Monica a me madre / e miriadi di compagni di fede».
don Vincenzo Arnone

