Pompei e il Rinascimento
Reperti ceramici del Quattrocento e Cinquecento riaprono il capitolo della Pompei post-eruzione e documentano una continuità abitativa rimasta a lungo nell’ombra.
Nuovi ritrovamenti nell’Insula Meridionalis, settore meridionale dell’antica Pompei, aggiungono un tassello alla storia della città nei secoli successivi all’eruzione del 79 d.C. Materiali e frammenti ceramici databili tra il XV e il XVI secolo documentano infatti una frequentazione dell’area in piena epoca rinascimentale, molto prima dell’avvio degli scavi borbonici del 1748. Le evidenze archeologiche rafforzano così l’idea di una presenza umana e di una memoria del sito rimaste attive nel corso dei secoli.
Per lungo tempo la storia di Pompei è stata raccontata attraverso una cesura quasi assoluta: da una parte la città romana travolta dall’eruzione del Vesuvio, dall’altra la sua riscoperta settecentesca. Tra questi due momenti, però, si estende un periodo nel quale il territorio non sarebbe rimasto completamente abbandonato.
I nuovi dati provenienti dall’Insula Meridionalis contribuiscono proprio a ricostruire questa fase intermedia. I reperti rinvenuti durante le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza testimoniano una frequentazione dell’area tra Quattrocento e Cinquecento, inserendosi nel più ampio filone di ricerca dedicato alla “Pompei dopo Pompei”.
Secondo il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, le testimonianze di chi tornò a vivere o frequentare il paesaggio segnato dall’eruzione sono rimaste a lungo marginali rispetto alla narrazione tradizionale. Si tratta, ha spiegato, di tracce spesso fragili legate a esistenze precarie, ma fondamentali per comprendere la continuità della memoria del luogo.
La ricostruzione proposta dal Parco Archeologico non si limita ai reperti. Un elemento significativo è rappresentato anche dal toponimo “Civita”, considerato una testimonianza della persistenza, a livello locale, del ricordo dell’antica città sepolta.
Zuchtriegel sottolinea l’esistenza di una comunità rurale composta da contadini e pastori che avrebbe continuato a vivere nel territorio dopo l’eruzione, mantenendo un rapporto con le rovine. Una conoscenza dell’antico che non aveva le caratteristiche della ricerca scientifica moderna, ma che non per questo sarebbe stata assente.
In questa prospettiva, Pompei viene interpretata come una vera “heritage community”, una comunità legata alla memoria del patrimonio antico. La città contemporanea, dunque, non sarebbe semplicemente nata attorno a un sito riscoperto nel Settecento, ma avrebbe mantenuto nel tempo un rapporto con ciò che rimaneva della città romana.
La nuova documentazione archeologica si colloca nello stesso periodo storico nel quale si sviluppano altre vicende legate alla presenza e alla percezione di Pompei. È il caso della “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna, opera di grande valore artistico recentemente riscoperta nel Santuario della Beata Vergine di Pompei.
Il dipinto era documentato fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Successivamente sarebbe arrivato a Pompei, con ogni probabilità negli ultimi decenni dell’Ottocento, durante la fase di fondazione del Santuario mariano.
L’opera fu identificata alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei e, dopo un lungo intervento di restauro nei laboratori dei Musei Vaticani, è esposta dal novembre 2025 nella nuova Pinacoteca del Santuario.
Le due vicende non hanno un rapporto storico diretto, ma contribuiscono a delineare un quadro nel quale Pompei appare tutt’altro che estranea alla propria memoria nei secoli compresi tra l’antichità e l’età moderna.
La nuova interpretazione non ridimensiona il ruolo delle prime campagne archeologiche. Nel 1748 Gioachino Alcubierre, archeologo di origine spagnola, promosse l’avvio degli scavi di Pompei. Tuttavia, secondo Zuchtriegel, quella stagione non rappresentò la nascita della memoria della città, ma un passaggio decisivo nella sua riscoperta scientifica.
Le evidenze emerse nell’Insula Meridionalis suggeriscono infatti che il rapporto con il sito fosse precedente. La memoria dell’antica Pompei sarebbe sopravvissuta attraverso la popolazione locale, anche in forme lontane dagli strumenti e dai metodi della moderna archeologia.
È proprio questo il punto centrale della nuova prospettiva: la storia di Pompei non sarebbe rimasta congelata nel 79 d.C. per poi ricominciare improvvisamente nel 1748. Tra i due estremi esiste una storia ancora da approfondire, fatta di presenze, frequentazioni e memoria.
Il cantiere dell’Insula Meridionalis può essere visitato insieme agli archeologi e ai restauratori impegnati nelle attività. L’accesso è previsto su prenotazione dal lunedì al venerdì, dalle 11 alle 12, contattando il numero 3272716666.
Gli ulteriori approfondimenti sulle ricerche sono disponibili nell’E-journal del Parco Archeologico di Pompei.
I reperti rinascimentali dell’Insula Meridionalis ampliano dunque la prospettiva sulla storia di Pompei e riportano l’attenzione su una fase rimasta a lungo ai margini della narrazione. La città non appare più soltanto come il luogo cristallizzato dall’eruzione e successivamente riportato alla luce dagli scavi, ma come uno spazio la cui memoria ha attraversato i secoli.
La ricerca sulla “Pompei dopo Pompei” apre così nuove possibilità di studio: comprendere chi frequentò quelle rovine, come vennero percepite e in che modo la loro presenza sia stata trasmessa dalle comunità locali può contribuire a ricostruire una continuità storica molto più complessa di quella finora raccontata.
Fonte: Italia Report USA.

