Massimiliano Varrese
Massimiliano Varrese è un artista a trecentosessanta gradi con una interessante carriera in diversi ambiti dello spettacolo. Lo ringrazio particolarmente per aver trovato il tempo e concedermi questa piacevole intervista che rivela molto del suo percorso.
Il “caso” Grande Fratello: per la prima volta Varrese da ex concorrente del GF si sbilancia sul reality. Racconta del suo legame con la Carrà: il dietro le quinte degli esordi a Carramba che fortuna. Poi alcune rivelazioni personali: la confessione su alcuni “errori” del passato, la gestione delle porte in faccia e la regola di vita odierna: «Ho imparato a non cercare di piacere a tutti … a un certo punto devi smettere di costruire te stesso sulla base di quello che gli altri si aspettano da te». Una bella intervista; coinvolgente. Buona lettura.
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Salve Massimiliano, per cominciare: Un aggettivo che la definisce?
Direi curioso. La curiosità mi ha sempre spinto a non fermarmi a quello che già conoscevo. Ho bisogno di esplorare, di imparare, di mettermi alla prova. Forse è anche per questo che nella mia vita artistica ho attraversato discipline diverse: danza, recitazione, arti marziali, musica, regia, performance e formazione. Non riesco a stare fermo dentro una definizione.
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Nato nel Lazio, trasferito in Toscana per poi tornare a Roma. Com’è andata?
È stato un percorso che, col senno di poi, mi ha formato molto. Sono nato a Roma, poi la mia famiglia si è trasferita in Toscana e successivamente sono tornato a Roma. Ogni luogo mi ha lasciato qualcosa: la Toscana mi ha dato una dimensione più intima, più legata alla terra e all’osservazione; Roma, invece, mi ha messo davanti al mondo dello spettacolo, alla sua energia, alle sue contraddizioni e alle sue opportunità. Roma, soprattutto per un ragazzo che voleva fare questo mestiere, era una città magnetica. Ma era anche una città nella quale dovevi imparare molto presto a camminare con le tue gambe.
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Una formazione allo IALS di Roma, giovanissimo professionista. Quando scocca la scintilla? Quando nasce la passione artistica?
La scintilla arriva molto presto. Non ricordo un momento preciso in cui ho detto: “Voglio fare l’artista”. È stato più un bisogno che una decisione. Da ragazzo sentivo che, attraverso il corpo, la musica, il movimento e, successivamente, la parola, riuscivo a esprimere parti di me che nella vita quotidiana non riuscivo sempre a raccontare. Lo IALS è stato importantissimo perché mi ha dato disciplina. Il talento, da solo, non basta. A un certo punto capisci che devi trasformare la passione in mestiere, e il mestiere richiede studio, sacrificio e continuità. Purtroppo, questo storico polo artistico ha dovuto chiudere i battenti. È stato come perdere uno degli ultimi pezzi della storia del vero mondo dello spettacolo, un luogo che per generazioni ha rappresentato formazione, incontro e crescita artistica.
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Spesso la carriera artistica è contrastata da diverse difficoltà, luoghi comuni, porte difficili da sfondare. È stato così anche per lei?
Assolutamente sì. E credo che sia quasi inevitabile. Questo è un mestiere nel quale puoi essere bravo e non essere scelto. Puoi essere perfetto per un ruolo e non essere quello che stanno cercando. Puoi attraversare periodi in cui lavori moltissimo e altri in cui apparentemente non succede nulla. La difficoltà più grande è non permettere alle porte chiuse di diventare un giudizio sul tuo valore. Ho imparato che un “no” non significa necessariamente “non sei abbastanza”. A volte significa semplicemente: “Non sei tu, non è questo momento, non è questo progetto”.
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La sua prima apparizione in TV per la pubblicità dei gelati Sanson. La ricorda?
Sì, e la ricordo con un certo affetto perché rappresenta uno di quei momenti in cui inizi a capire che quello che fino a poco prima era un sogno può diventare concretamente un lavoro. Ero molto giovane e avevo ancora quella fame bellissima di chi vuole imparare tutto. Ogni set era una scuola. Anche una pubblicità poteva insegnarti qualcosa: come stare davanti a una macchina da presa, come ascoltare un regista, come gestire il corpo e l’energia in pochissimi secondi.
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Nel 1998, scoperto dalla mitica Raffaella Carrà, entra nello spettacolo “Carramba che Fortuna”. Cosa ci racconta?
Raffaella è stata una figura fondamentale. Essere scelto da lei e lavorare in Carramba che Fortuna è stata una delle esperienze che hanno dato una svolta al mio percorso.
Raffaella aveva una presenza incredibile, ma soprattutto una capacità straordinaria di leggere le persone e il palcoscenico. Era una professionista totale.
Io ero giovanissimo e mi trovavo dentro una macchina televisiva enorme. Ricordo la velocità, la precisione, la disciplina. E ricordo soprattutto quanto fosse importante essere sempre pronto: quando arrivava il tuo momento dovevi esserci completamente.
Da lei ho imparato una cosa che non ho mai dimenticato: in televisione, come sul palcoscenico, non puoi permetterti di esserci soltanto fisicamente. Devi esserci con tutto te stesso. E duettare spesso con lei, che mi chiamava “il mio Massi”, è un ricordo indelebile.
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Vuole rivelare qualche aneddoto, per esempio sui primi incontri con personaggi vari incontrati in ambito lavorativo, avvenuti in passato o anche recentemente?
Uno degli aspetti più belli di questo mestiere è proprio l’incontro. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone molto diverse tra loro e spesso quello che rimane non è necessariamente la grande scena o il momento ufficiale, ma una frase detta fuori dal set, un consiglio, un modo di affrontare una difficoltà. All’inizio della carriera ero molto attento a osservare. Guardavo come si comportavano i grandi professionisti quando qualcosa andava storto, quando erano stanchi, quando arrivava una critica. E ho scoperto che la vera grandezza di un artista non si vede soltanto quando tutto funziona. Si vede soprattutto quando qualcosa non funziona.
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Ha qualche “segreto” importante che ha voglia di svelare in questa intervista?
Uno sì: non cercare di piacere a tutti.
È una delle cose più difficili da imparare, soprattutto in un mestiere basato sullo sguardo degli altri. A un certo punto, però, devi smettere di costruire te stesso sulla base di quello che gli altri si aspettano da te. Devi conoscere il tuo centro. E poi c’è un’altra cosa: continuare a studiare. Io ancora oggi mi considero uno studente. Quando pensi di essere arrivato, secondo me hai già iniziato a fermarti.
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Quanto è importante la libertà di azione e di esprimersi per un ballerino?
È fondamentale. La tecnica è il linguaggio, ma la libertà è ciò che permette al linguaggio di diventare espressione. Un ballerino non dovrebbe essere soltanto un corpo che esegue perfettamente una sequenza. Deve poter raccontare qualcosa. Quando la tecnica diventa uno strumento e non una prigione, allora nasce veramente l’artista.
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E per un attore?
Per un attore forse è ancora più complesso, perché deve essere libero dentro una struttura. Un attore deve rispettare un testo, una regia, un personaggio, una visione autoriale. Ma dentro quei confini deve trovare uno spazio di verità. Per me recitare significa essere presenti. Non “fare” un’emozione, ma permettere all’emozione di accadere. È uno dei motivi per cui nel mio lavoro di formazione insisto molto sulla presenza, sull’ascolto, sulla gestione dell’energia e sull’autenticità.
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Ha incontrato e lavorato con nomi come la citata Carrà, Fiorello, Ambrogio Sparagna, Claudio Fragasso, Paola e Chiara, Geri Halliwell, Valerio Mastandrea, Lamberto Lambertini, Omar Sharif, Alessandro Gassmann, Raffaele Mertes, Salvatore Samperi, Giorgio Albertazzi… Un ricordo per ognuno, anche di altri. Cosa le hanno trasmesso?
Ognuno mi ha lasciato qualcosa, e sarebbe difficile ridurre persone così diverse a un singolo ricordo.
Raffaella Carrà mi ha trasmesso la disciplina e la professionalità assoluta.
Fiorello mi ha insegnato la capacità di essere presente e di trasformare l’imprevisto in spettacolo.
Ambrogio Sparagna mi ha fatto entrare in contatto con una dimensione musicale e popolare profondissima, nella quale la tradizione non è qualcosa di vecchio, ma qualcosa di vivo.
Claudio Fragasso mi ha insegnato molto sul linguaggio cinematografico e sulla concretezza del lavoro sul set.
Paola e Chiara e Geri Halliwell appartengono a un mondo nel quale energia, immagine, musica e performance devono convivere perfettamente.
Valerio Mastandrea è un attore che ho sempre apprezzato per la capacità di essere vero, istintivo e leggero, senza bisogno di dimostrare continuamente di esserlo.
Con Omar Sharif ho avuto la possibilità di percepire cosa significhi avere una storia artistica e umana enorme alle spalle. È stato davvero un nonno per me.
Alessandro Gassmann mi ha colpito per la presenza scenica e per il rapporto molto fisico che ha con il mestiere.
Raffaele Mertes, Salvatore Samperi, Lamberto Lambertini e Giorgio Albertazzi mi hanno fatto incontrare linguaggi, sensibilità e generazioni diverse.
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Lei partecipa ai progetti di una Fondazione molto importante ” Terrestri” e pochi mesi fa alla Camera dei Deputati vi è stata la convention ” La Pace è essenziale- siamo tutti terrestri-. Ci racconta?
Si, negli ultimi anni ho avuto anche l’opportunità di avvicinarmi a un impegno che sento profondamente affine ai miei valori. Sto partecipando a questa Federazione Terrestri di Mario Savonardo, come uno dei front man impegnati a dare voce alle tematiche umanitarie e ai temi della pace. È un percorso che considero importante perché mi permette di mettere la mia presenza, la mia esperienza comunicativa e la mia sensibilità al servizio di messaggi che riguardano tutti: il rispetto della vita, la solidarietà, la convivenza e la responsabilità collettiva. Credo che un artista, quando ne ha la possibilità, debba anche interrogarsi sul tempo in cui vive e contribuire a diffondere consapevolezza. E forse è proprio questo il privilegio più grande di questo mestiere: incontrare persone che, anche solo per un periodo, diventano parte della tua formazione e, talvolta, ti aiutano a comprendere meglio anche il tuo ruolo nel mondo.
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Per il teatro ricordiamo, tra gli altri, “Chiara e Francesco”, quindi a sfondo religioso cristiano. Un’esperienza che l’ha soddisfatta?
Molto. È stata un’esperienza importante anche perché affrontare un tema spirituale richiede un livello particolare di responsabilità.
Il teatro ha una caratteristica che amo profondamente: non puoi nasconderti. Non puoi fare finta. Davanti a te hai il pubblico e tra te e il pubblico non c’è uno schermo.
Interpretare un personaggio legato a una dimensione spirituale mi ha portato anche a interrogarmi personalmente sul senso della fede, del sacrificio, della scelta e del rapporto con qualcosa che va oltre l’individuo.
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E adesso come procede il suo vissuto artistico/lavorativo?
Oggi sento di essere in una fase molto interessante della mia vita.
Non voglio più soltanto “fare” progetti: voglio anche crearli.
Continuo a lavorare come attore e performer, ma parallelamente sto sviluppando sempre di più la parte autorale, registica e formativa.
Il mio lavoro sul Total Performance Training nasce proprio da questa esigenza: mettere insieme tutto quello che ho imparato in oltre trent’anni di esperienza e trasformarlo in un metodo.
Per me performance non significa soltanto salire su un palco. Significa imparare a stare nella propria presenza, gestire l’energia, la voce, l’emozione, l’ansia e il rapporto con gli altri.
Accanto a questo, sento sempre più forte anche il desiderio di utilizzare la mia visibilità e le mie competenze comunicative per sostenere iniziative legate alla pace, ai diritti umani e alla solidarietà. La partecipazione alla Federazione Terrestri di Mario Savonardo va proprio in questa direzione: essere presente e dare voce, come front man, a tematiche umanitarie che considero urgenti e universali.
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Al Grande Fratello del 2024 è arrivato secondo. Perché ha voluto essere concorrente? Com’è stato? Pensava di meritare la vittoria?
Un giorno parlerò davvero di tutto ciò che non si è visto. Per ora preferisco non aggiungere altro. Potrebbe succedere un caos, se mai decidessi di aprire bocca.
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Sempre nel 2024 le viene consegnato sul palco del Premio Vincenzo Crocitti International il prestigioso “Vince Award” per la sua poliedrica carriera artistica. Quale emozione?
È stata un’emozione particolare perché, quando ricevi un riconoscimento per una carriera, ti rendi conto improvvisamente di quanta strada hai percorso.
Io tendo molto a guardare avanti. Sono uno che pensa continuamente al prossimo progetto, alla prossima sfida. Quel premio mi ha costretto per un attimo a fermarmi e guardare indietro.
E ho pensato a quel ragazzo che aveva iniziato tanti anni prima, alla formazione, ai sacrifici, ai provini, ai momenti belli e a quelli difficili.
È stato come ricevere un abbraccio dal percorso che ho fatto.
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Qualche “anticipazione” artistica per il 2027 a cui sta lavorando?
Il 2027 lo vedo come un anno nel quale portare a maturazione diversi progetti che sto costruendo adesso.
Ci sono sviluppi legati alla formazione e al Total Performance Training, ma anche progetti audiovisivi e autorali.
Sto lavorando per unire sempre di più cinema, performance, formazione e comunicazione. Non voglio ancora svelare tutto, perché alcune cose hanno bisogno di tempo per trovare la forma giusta.
Posso però dire che sarà un periodo nel quale vorrei portare il mio lavoro anche oltre i confini italiani e continuare a dare spazio a messaggi legati alla pace, alla tutela della dignità umana e alla costruzione di una società più consapevole.
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Quali sono i sogni che sente di aver già realizzato e quelli ancora nel cassetto?
Ho realizzato molti sogni che da ragazzo sembravano enormi.
Ho lavorato in televisione, al cinema, in teatro, nella musica e nella danza. Ho avuto la possibilità di lavorare con grandi professionisti. Ho diretto, interpretato, creato.
Ma il sogno più grande, forse, non è un singolo progetto. È essere riuscito a trasformare la mia passione in una vita.
Nel cassetto ce ne sono ancora tanti. Mi piacerebbe continuare a dirigere, sviluppare nuovi progetti cinematografici e portare il mio metodo di formazione a un pubblico internazionale. E già lo sto facendo.
Mi piacerebbe anche riuscire a costruire progetti capaci di unire arte, formazione e impegno civile, perché credo che la creatività possa contribuire a creare ponti, favorire il dialogo e diffondere una cultura della pace.
E poi c’è sempre un sogno che non si può programmare: quello di fare un’opera che rimanga. Qualcosa che continui a parlare alle persone anche quando tu non sei più lì a raccontarla.
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Se tornasse indietro, artisticamente, cosa non rifarebbe e cosa invece farebbe senza esitare?
Non rinnego quasi nulla.
Anche gli errori, le scelte sbagliate e le occasioni perse fanno parte della persona che sono diventato. Forse imparerei prima a non dare troppo peso al giudizio degli altri e a fidarmi maggiormente del mio istinto.
Ci sono stati momenti nei quali ho cercato di adattarmi troppo a ciò che pensavo il mondo volesse da me.
Oggi farei senza esitare una cosa: sceglierei ancora una volta l’arte.
Con tutte le sue difficoltà, le sue ingiustizie, le sue attese e le sue gioie.
E sceglierei anche l’impegno. Perché credo che, quando hai la possibilità di parlare a molte persone, non puoi ignorare ciò che accade intorno a te. L’arte può intrattenere, emozionare e trasformare, ma può anche diventare uno strumento per promuovere consapevolezza, umanità e pace.
Perché alla fine, dopo più di trent’anni, sono ancora qui. E questa, forse, è la risposta più sincera che posso dare.

