Intervista a Daniele Gonciaruk
Daniele ben trovato. Attore teatrale e poi anche regista.
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Quale importanza hanno nella sua vita queste attività?
Sono due attività che mi hanno accompagnato fin dall’inizio del mio percorso. Si sono sempre alternate, sono due aspetti complementari della stessa spinta creativa. Della stessa esigenza di comunicare.
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Un aggettivo che la definisce?
Curioso.
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Una formazione all’Accademia Silvio D’Amico che la porta giovanissimo da Messina a Roma. Quando scocca la scintilla? Quando nasce la passione artistica?
Ero un bambino curioso ma timido. Amavo smontare i giocattoli e rimontarli, creandone di nuovi. Sognavo di fare l’astronauta. Nel frattempo, però, accaddero due scoperte importanti: un cinema di periferia, che frequentavo quasi di nascosto, e il teatro, che mi inseguiva da sempre, fin dall’asilo. Le maestre prima e i professori poi hanno sempre cercato di coinvolgermi nelle attività teatrali, probabilmente per aiutarmi a superare quella timidezza congenita.
Potrei riassumere tutto così: il cinema l’ho cercato io. Il teatro, invece, ha trovato me.
La passione, però, quella vera, per l’arte e in particolare per il teatro e il cinema, è nata durante gli ultimi anni delle scuole superiori, grazie ancora una volta a ottimi insegnanti, capaci di coltivare aspetti che io stesso non riuscivo ancora a vedere, ma che loro avevano già intuito.
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Spesso la carriera artistica è contrastata da diverse difficoltà, luoghi comuni, porte difficili da sfondare… È stato così anche per lei?
Che una carriera artistica sia costellata di difficoltà e di porte difficili da sfondare è tutt’altro che un luogo comune. È la realtà. Tuttavia, c’è da fare qualche precisazione. C’è da raccontare una storia, e questa storia è divisa in due tempi. C’è un prima e c’è un dopo. Paradossalmente è proprio il dopo a essere più complicato. Mi spiego. Faccio parte di una generazione che ha vissuto gli ultimi anni di un’epoca in cui, soprattutto il mondo del teatro, era particolarmente florido. C’era un grande movimento, il talento veniva accolto. Non era tutto rose e fiori, ma alla fine qualcosa accadeva. C’erano ancora i grandi maestri, registi e attori testimoni di una tradizione straordinaria, che tenevano alta l’asticella. Nell’ultimo trentennio, invece, si è assistito a un continuo e progressivo gioco al ribasso. Un fenomeno che, in realtà, coinvolge trasversalmente tutte le arti. L’Italia, almeno sul piano della produzione contemporanea, fatica ad avere il peso internazionale che aveva un tempo e, limitandoci al teatro, basta osservare l’atteggiamento di molti teatri o produttori, sempre più orientati alla ricerca del nome semi-televisivo o semi-famoso per accaparrarsi una fetta di pubblico che, spesso e volentieri, diserta i teatri anche in presenza del cosiddetto “nome. Non c’è più il coraggio e la voglia di rischiare di un tempo né di investire in progetti di ampio respiro. Si può avere l’idea più geniale del mondo, ma senza il “nome” tutto rimane fermo. Almeno nella maggior parte dei casi. Poi, chiaramente, e per fortuna, ci sono anche le belle eccezioni, alcune molto visibili, altre meno.
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Vuole raccontare qualche aneddoto sui primi incontri con produttori, registi, attori o altri personaggi incontrati in ambito lavorativo, avvenuti in passato o anche recentemente?
Ho avuto la fortuna di studiare, conoscere e lavorare con tanti grandi nomi del teatro. Penso a Turi Ferro, Giulio Brogi, Luca Ronconi, Gabriele Lavia, Giuseppe Patroni Griffi, Armando Pugliese, Luca De Fusco. Più recentemente ho lavorato con Roberto Andò, Franco Branciaroli e tanti altri. Tra questi non posso dimenticare la mia amicizia con il grande Renato Carpentieri, straordinario attore napoletano. Di ognuno conservo aneddoti, ricordi e momenti speciali. Forse, però, quello che mi è rimasto più impresso è l’incontro con Vittorio Gassman.
Ero ancora uno studente dell’Accademia, al secondo anno, ed ebbi modo di incontrarlo informalmente prima di uno spettacolo al Teatro Argentina, dove interpretavo un piccolissimo ruolo. Parlammo per qualche minuto. Gli dissi che ero un giovane attore e, quando venne il momento di salutarci, mi guardò, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: «Datti da fare!». In quelle tre semplici parole c’era già il senso di molte cose che sarebbero venute dopo.
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Ha qualche “rivelazione” importante che ha voglia di svelare in questa intervista?
Vede, prima parlavamo delle difficoltà che si incontrano in questo mestiere. C’è un episodio recente che mi ha profondamente colpito e che, secondo me, racconta bene il tempo in cui viviamo. Non l’ho mai raccontato pubblicamente e posso approfittarne adesso. Qualche settimana fa ho cercato di contattare il direttore artistico di un importante teatro nazionale per proporgli un progetto. Ho provato in tutti i modi a parlargli: telefonate, e-mail, richieste di appuntamento. Nulla. Silenzio assoluto. Un giorno, parlando con un dipendente di quel teatro che conosco, gli ho chiesto: «Come mai il vostro direttore non risponde mai?» La sua risposta è stata disarmante: «Daniele, ma tu di chi sei amico? Di chi sei parente? E soprattutto… di che partito sei?» Ecco, credo che questo episodio racconti meglio di qualunque analisi il momento che stiamo vivendo.
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Quanto è importante la libertà di azione e di esprimersi per un attore di teatro?
Un attore deve conoscere tutti gli strumenti che possono condurlo al risultato. Ricordo che un giorno Gabriele Lavia disse a una giovane attrice che recitare era l’arte più difficile. Sono pienamente d’accordo. L’attore è forse l’unico artista – insieme ai danzatori – ad avere come unico strumento se stesso. Più strumenti possiedi, maggiore sarà la tua libertà espressiva. Attori come Turi Ferro, ad esempio, avevano una tale padronanza dei propri mezzi e una conoscenza così profonda delle proprie possibilità espressive da potersi muovere con assoluta naturalezza dentro ogni parola, restando sempre credibili. È un dono raro. Per questo la libertà, per un attore, è fondamentale. Ma è una libertà che si conquista attraverso lo studio e la conoscenza del proprio strumento: se stessi.

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E per un regista?
Un regista che smette di essere libero, libero di osservare il mondo, di interrogarsi e soprattutto di interrogare il pubblico, probabilmente dovrebbe fare un altro mestiere.
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Ha lavorato con grandi nomi della regia, come Turi Ferro, Luca Ronconi, Armando Pugliese e altri… Cosa le hanno trasmesso?
Tutto quello che so lo devo, in gran parte, a loro. Mi hanno insegnato il mestiere, ma soprattutto il rispetto per questo mestiere.
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Oltre il teatro, come attore, anche cinema e televisione. Un approdo naturale o esperienze che l’hanno soddisfatta?
Un approdo naturale. La naturale evoluzione di un mestiere che può portarti ovunque ci sia una storia da raccontare.
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Ed adesso come procede il suo percorso artistico e lavorativo?
È un momento di grande fermento creativo. Ci sono molti progetti, molte idee e molta voglia di trasformarle in realtà. Proveremo a farlo con la tenacia e la pazienza che questo mestiere richiede.
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Al recente Taormina Film Festival ha ottenuto grande rilevanza il suo documentario “Fango”, realizzato e prodotto con il contributo di Rai Teche. Ci racconta?
L’idea del film nasce dal ritrovamento di un archivio personale rimasto sepolto per diciassette anni. Sono immagini che girai nei giorni immediatamente successivi all’alluvione che il 1° ottobre 2009 devastò Giampilieri, piccolo borgo collinare alle porte di Messina. Per molto tempo quel materiale è rimasto chiuso in un cassetto. Oggi è diventato il punto di partenza di un racconto che mette in dialogo passato e presente, memoria individuale e memoria collettiva. Non ho voluto realizzare un documentario di ricostruzione. Ho preferito affidare il racconto alle immagini, ai suoni originali registrati in quei giorni e alle voci di chi quella tragedia l’ha attraversata, lasciando che fossero il tempo, il silenzio e la memoria a costruire la narrazione. Pur partendo da una vicenda profondamente siciliana, Fango parla di un tema che riguarda l’intero Paese: la fragilità del territorio, il rapporto tra uomo e natura e la capacità delle comunità di conservare la memoria e ritrovare la forza di ricominciare. Sono temi che, purtroppo, continuano a riaffiorare con inquietante attualità.
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Qualche anticipazione artistica per il 2027?
Sono impegnato nella scrittura di una sceneggiatura e di un nuovo documentario, che spero di portare a termine entro la prima parte del nuovo anno. Nel frattempo sto lavorando alla nuova edizione del mio spettacolo Le menzogne della notte, tratto dall’omonimo romanzo di Gesualdo Bufalino, che debutterà a ottobre al Teatro Vittorio Emanuele, e a una nuova versione teatrale di Novecento di Alessandro Baricco.
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Quali sono i sogni che sente di aver già realizzato e quelli ancora nel cassetto?
Non ragiono tanto in termini di sogni, perché credo di aver già realizzato il più importante: poter dedicare la mia vita a ciò che amo fare. Mi interessa, piuttosto, continuare a dare forma ai progetti che porto avanti e a quelli che attendono ancora il momento giusto per nascere. Per il resto, credo nel destino e in ciò che la vita decide, o meno, di donarti.
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Se tornasse indietro, artisticamente, cosa non rifarebbe e cosa, invece, rifarebbe senza esitare?
Studiare. Formarmi. Questo lo rifarei senza alcun dubbio. Quello che non rifarei, invece, non lo so. Ogni esperienza vissuta, nel bene e nel male, ha contribuito a costruire la persona e l’artista che sono oggi.
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Quali valori sono importanti per Daniele? Quali prova a trasmettere?
La costanza, lo studio e il sacrificio. E la capacità di andare avanti anche quando tutto sembra remare contro.
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Le origini, la fede, l’amore, la famiglia, il prossimo: una definizione per ognuno?
Le origini non si dimenticano. Ti accompagnano sempre. Sono il principio di tutto. Non sono religioso, ma ho fiducia nel buon senso. La famiglia, qualunque forma essa assuma, dovrebbe essere il punto di equilibrio tra noi stessi e il mondo. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, dicono i Vangeli. Se riuscissimo davvero a vivere secondo queste parole, il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore. In fondo, credo che tutto sia profondamente collegato.
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La Sicilia, sua terra natale, e il Meridione. Come li vede oggi?
Mi sembra una terra che, lentamente, stia ritrovando fiducia in se stessa. Non ho l’età per formulare giudizi storici così netti, ma vedo una realtà in evoluzione, con una crescente voglia di riscatto.
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E l’Italia? Come viene vista a livello internazionale?
Se parliamo dell’aspetto artistico, in parte ho già risposto. L’Italia conserva un patrimonio storico e culturale che nessuno potrà mai cancellare. Continuerà sempre ad avere un ruolo importante. Guardando però alla produzione contemporanea, credo che siamo ancora in attesa di una stagione di autentica rinascita, capace di coinvolgere tutte le arti.
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Cinema, televisione, teatro, radio, web. Quali differenze nota tra il sistema italiano e quello estero?
Sulla televisione posso dire poco. Seguo poco i palinsesti italiani così come quelli stranieri. Mi interessano soprattutto i programmi di divulgazione, in particolare quelli storici, e i documentari. Guardo raramente le fiction, perfino quelle alle quali ho partecipato. Non per disinteresse, ma perché la serialità, lunga o breve che sia, raramente mi appassiona. Mi piace ascoltare la radio e frequentare il web, dove approfondisco argomenti di mio interesse come la storia, l’astronomia, la fotografia e, naturalmente, il cinema. È sufficiente, però, frequentare le grandi piattaforme internazionali e alcuni festival per rendersi conto che, nel complesso, il cinema prodotto fuori dall’Italia oggi osa di più. Naturalmente, anche da noi continuano a esistere autori e opere di straordinario valore.
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Un attore e un’attrice italiani che vorrebbe dirigere in un suo film?
Se parliamo di interpreti molto conosciuti dal grande pubblico, mi piacerebbe ritrovare sul set il mio amico Pierfrancesco Favino, che considero uno degli attori più versatili del cinema italiano. Tra le attrici apprezzo molto Valeria Golino e Paola Cortellesi. Naturalmente l’elenco potrebbe essere molto più lungo.
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Talento e merito: quanto contano per affermarsi?
Per affermarsi seriamente contano tutto. Il problema è che non sempre vengono riconosciuti.

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Artisti si nasce?
Credo di sì.
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Quanto è importante oggi il lavoro degli artisti per la società civile?
Una società senza artisti sarebbe come un mondo visto sempre in bianco e nero. Se togliessimo l’arte e tutto ciò che essa ha generato, rimarrebbe soltanto un enorme meccanismo burocratico. Perfetto, forse. Ma privo di anima.
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Molti lamentano scarsi diritti e poche opportunità lavorative. Che ne pensa?
Come dicevo prima, il sistema è profondamente cambiato. Oggi è molto più semplice improvvisarsi artisti. In molti casi conta più il numero dei follower degli anni dedicati alla formazione. La notorietà può arrivare rapidamente; il riconoscimento del valore molto meno. Sul piano dei diritti, credo che il nostro Paese abbia ancora moltissima strada da fare.
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La tecnologia… un’opinione?
Da appassionato di tecnologie, sia vecchie che nuove, non posso che guardarla con interesse.
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E l’Intelligenza Artificiale? Quanto è utile è quanto rischiosa?
Qui il discorso si fa più complesso. L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il modo di comunicare e anche quello di creare. Se devo indicare un rischio, è quello di rendere tutto troppo semplice.
Il processo creativo vive di tentativi, errori, intuizioni improvvise e ostacoli da superare. È proprio quel percorso a renderlo appagante. Se elimini ogni ostacolo, rischi di eliminare anche una parte del piacere della creazione. Credo però che esista ancora un’arte destinata a rimanere profondamente umana per molto tempo: il teatro.
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Oggi c’è meno creatività?
Non credo. Penso che siamo ancora dentro una stagione ricca di idee. Semmai dobbiamo imparare a riconoscerle.
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Le tensioni internazionali la preoccupano?
Finché continueremo a coltivare l’idea del confine – geografico, culturale o umano – correremo sempre il rischio che, prima o poi, tutto ci sfugga di mano. E le conseguenze potrebbero essere devastanti.
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Cosa possono fare gli artisti per promuovere la pace?
Gli artisti sono, in qualche modo, le colombe bianche della società. Possono indicare una strada, ricordarci ciò che conta davvero, ma difficilmente riusciranno, da soli, a cambiare il mondo. Viviamo ancora in una realtà in cui troppo spesso prevale la legge del più forte.
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Se scrivesse oggi un film sul presente, quale sarebbe il suo messaggio?
L’unità dei popoli. L’abbattimento di ogni confine, non solo geografico ma anche culturale e umano. E, anche se nessuno me lo ha chiesto, sto lavorando proprio a un progetto che si avvicina a questi temi. Poi chissà… magari non vedrà mai la luce.
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Se non avesse fatto questo mestiere?
Avrei fatto l’architetto. Mi sarebbe piaciuto progettare ponti.
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Come si vede nel futuro?
Preferisco vivere guardando al breve termine. Anche se, qualche volta, mi immagino in un piccolo paese di provincia, seduto al tavolino dell’unico bar, davanti a un cappuccino, mentre scrivo o buttò giù qualche nuovo progetto.
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Qual è la domanda che nessuno le ha mai fatto e che avrebbe voluto sentirsi rivolgere?
“Dove stai andando?”
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Però… non è religioso ma conosce; ha citato la nota frase di Pietro a Gesù: “QUO VADIS”, Daniele cosa risponde?
Non lo so. Vado.
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Daniele Gonciaruk a chi vuole dire un semplice grazie?
Alla passione per questo lavoro. Per non avermi mai abbandonato. Nemmeno nei momenti più difficili.

