Intervista a Vincent Riotta – Parte 1/3
Vincent Riotta è un grande attore internazionale con una grandissima esperienza in Inghilterra, nazione che gli ha dato i natali in quel di Londra, ma come scopriremo a breve la sua attività si estende in lungo ed in largo, a 360 gradi.
Le sue origini familiari sono italiane e Vincent ci tiene molto ad evidenziarlo perché è particolarmente legato al Bel Paese.
Ha lavorato con grandi registi anche hollywoodiani in film molto noto e di successo, ma è rimasto persona molto umile, rispettosa e grata. Pensa di non esprimersi molto correttamente in italiano, ma, a parte l’inflessione che fa emergere il bilinguismo, parla benissimo. Buona lettura.
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Salve Vincent, grazie per avermi concesso questa intervista in esclusiva
Sono molto onorato di essere qui. Grazie.
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Lei è un attore internazionale; è nato, cresciuto e vive a Londra da genitori italiani, quindi ha naturalmente la doppia nazionalità. Cosa ci racconta?
Tanta confusione! No, veramente ci sono dei momenti dove questa doppia nazionalità, questa doppia cultura mi confonde; la gente spesso mi chiede “quando dormi sogni in italiano o in inglese?”. La verità è che cambia, dipende dall’incubo o dal sogno. Comunque mi vorrei scusare subito; potrei fare delle gaffe enormi perché ancora, nonostante il fatto che parlo l’italiano da quando avevo 40 anni (prima parlavo solo il dialetto siciliano oltre l’inglese ovviamente), ancora penso di parlare poco l’italiano perché sono solo 26 anni che l’ho imparato visto che adesso ne ho 66. Mi dicono che, nonostante i tanti anni che parlo italiano, ancora sbaglio maschile e femminile. Comunque mi scuso in anticipo.
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Ma non è un problema, Vincent si comprende benissimo.
Per me è importante dirlo affinché la gente non pensi “ma quello parla l’italiano?” Devo dire che per me la doppia nazionalità è stato un vantaggio enorme, tanto che sono riuscito a portare mia figlia Emma Riotta, che vuole fare l’attrice, a Londra. L’ho portata da quando aveva 11 anni per farle fare l’esperienza di questa doppia cultura e farle capire fino in fondo; ora ne ha 24 di anni, e ciò vuol dire essere britannica. Non posso dire che anche lei sia inglese perché inglesi si nasce. E poi l’essere inglesi ce l’hai nel Dna, secondo me. Comunque, detto questo, il vantaggio che ho avuto con questa doppia cultura è che lei, Emma non è solo bilingue, lei è biculturale. Questa è una cosa fondamentale, soprattutto adesso che è tornata a Roma, e può utilizzare questo vantaggio delle due culture; perfettamente.
Non parlo solo dell’accento perfetto e lei sembra proprio inglese ma anche perché capisce quello che c’è dietro tutta la cultura anglo-sassone. Non si parla solo del britannico, si parla dell’americano, si parla dell’australiano, del canadese, di tutti quelli che parlano l’inglese come madrelingua. Quindi questo secondo me è un grossissimo vantaggio per lei, come lo è stato per me nella mia carriera; l’ho fatto per lei per la sua cultura, sia quella italiana che quella britannica.
Emma ormai è capace di capire quello che vuol dire essere inglese o essere italiano.
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Ma c’è molta differenza fra l’essere inglese e l’essere italiano?
Mamma mia! Diciamo culturalmente sì, enorme.
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Ma solo per il discorso della lingua? O perché noi siamo latini e loro anglosassoni?
No, no, molto più complicato. Faccio due esempi che uso spesso, che mi sono rimasti impressi. Io sono nato e cresciuto in Inghilterra e mio fratello in Sicilia. Quando lui aveva 4 anni i miei sono venuti a Londra e qui sono nato io; mio papà aveva 27 anni e mia mamma aveva forse 23-22. Io sono cresciuto con una doppia cultura da subito come mio fratello d’altronde, solo che io ero proprio radicato nella cultura inglese dalla nascita.
Una delle cose che mi ricordo di quando ero piccolo, mi pare avessi 7 anni riguarda quella volta che i miei ci portarono a Mussomeli, provincia di Caltanissetta, dove loro erano nati e cresciuti; io cantavo in continuazione non so perché, le canzoni dell’Eurovision Song Contest. Quando uscivamo, spesso mi mettevano sul muretto della piazza grande a Mussomeli e io cantavo queste canzoni in inglese e tutti i paesani nell’ascoltarmi restavano come scioccati…
“Guarda u figliu i Giuseppina comu canta!” Spessissimo mi trovavo in tali situazioni e il mio comportamento si adattava a seconda io fossi in Sicilia o in Inghilterra; ero completamente diverso; a Londra mi era capitato di andare a scuola con i panini fatti con il pane italiano che mia mamma comprava e ci faceva mettere le acciughe con l’aglio e melanzane. Per gli inglesi, in quegli anni, sessanta, era inconcepibile. Loro non ne avevano mai sentito parlare. E quindi mi dicevano “Oh che puzza!” Addirittura avevano chiesto a mia mamma di non portare i miei panini a scuola perché puzzavano di aglio. Allora era così. Ora è diverso; oggi il numero uno del cibo in Inghilterra è senza dubbio il Curry che è a base di tantissimo aglio.
Come cambiano le cose vero? Ecco questo è un piccolo aneddoto per far capire le differenze. Ma la cosa che mi ha colpito più di tutto, che mi ha ferito, all’epoca, è stato quando un professore ha frenato la mia gioia, quella di un ragazzo di 14 anni felice mentre faceva sport, rugby. Avevo raggiunto un traguardo e tutti i miei amici mi abbracciavano ed io ero contentissimo; arriva però il maestro e mi dice una cosa che mi ha fatto sentire un alieno sporco, zozzo e stupido solo perché mi sono espresso troppo emotivamente e li non si usava manifestare così la propria gioia.
Ovviamente, ripeto, in Inghilterra da anni è cambiato completamente tutto; non c’è più quell’ignoranza o quel senso di esclusività che avevano gli inglesi una volta; come Impero; anche se al tempo di questi episodi erano già trascorsi 20 anni dopo la seconda guerra mondiale. Le cose diciamo che stanno cambiando poco alla volta, un po’ dappertutto.
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Si spera Vincent. Ci siamo soffermati sul discorso della doppia nazionalità per capire meglio anche alcune differenze. Invece parlando di lei Vincent, un aggettivo che la definisce? Uno solo.
Complesso.
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Una formazione e attività, abbiamo detto internazionale, dalla Royal Academy dove ha studiato recitazione, alla sua presenza in film europei ed oltre. Quando scocca in Vincent la scintilla? Quando nasce la passione artistica?
Mah, secondo me c’erano due elementi. Uno quando cantavo queste canzoni a Mussomeli e tutti ridevano e applaudivano, perché mi hanno dato il coraggio; ho pensato che alla gente piaceva quello che facevo. Quindi ero al centro dell’attenzione. Poi a scuola. A scuola ho fatto Shakespeare a 11,12 anni e ho cominciato a recitarlo negli spettacoli; facevano questo nelle scuole inglesi. Con quest’attività recitativa capivo che si imparava anche a “mentire” bene. Quello di far credere alla gente cose che non erano vere. Quindi pensavo “ma questo è un potere”. La recitazione insegna anche quello. Forse una specie di “arma” da utilizzare, a volte e certo con cautela.
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La carriera artistica sappiamo che è solitamente molto contrastata da diverse difficoltà soprattutto per iniziare, luoghi comuni, porte difficili da sfondare. È stato così anche per lei Vincent?
Ho avuto un momento di difficoltà ma a parte quello sono stato veramente fortunatissimo. C’è stato un momento difficile al Royal Academy a Londra quando ero a metà del corso che durava tre anni; dopo un anno avevo deciso di andare nell’ufficio del Presidente per dirgli: <<voglio mollare perché non credo di avere quello che serve per fare questo mestiere>>. Stavo andando a parlargli perché la sera prima avevo fatto uno spettacolo e mi sentivo tutto “imbarazzato”. È una brutta sensazione che tantissimi attori, alcuni che conosco personalmente e altri che non conosco, hanno raccontato; dei momenti dove capita di avere un grande dubbio; a me è successo proprio all’inizio, dopo un anno di corso al Royal Academy; nel mentre, mi ha visto una maestra, la regista Elena Kauthausen che era una polacca meravigliosa molto sensibile e mi ha frenato; mi fatto capire che quei momenti potevano succedere. Io le ho detto tutto e lei mi ha consigliato di comprare un libro “Rispetto per la Recitazione” di Uta Hagen, aggiungendo: <<sarai un attore bravissimo>>.
Sono andato a comprarlo dicendole che lo avrei letto perché lei mi aveva stimolato convincendomi che avevo le capacità e che dovevo solo trovare una tecnica per canalizzarle. Ed è successo davvero e da lì è stata la svolta. A distanza di anni, quella tecnica che avevo trovato ed applicato come attore adesso la insegno perché sono anche docente per il Nuovo Imaie. Proprio in questo nese di maggio darò delle lezioni ad alcuni allievi, in un corso. Quindi devo dire che da quel momento è cambiato tutto ed è stato importante perché ci tenevo tanto e quando non riuscivo stavo diventando depresso da morire pensando che se non ci fossi riuscito sarei finito male; se non potevo fare l’attore a quel punto non avrei saputo dove andare e cosa fare. Una volta trovata la strada posso dire che da quel momento sono stato fortunatissimo con grandi soddisfazioni. Sono stato proclamato “miglior attore” scelto insieme a Kenneth Branagh e Mark Rylance. Queste persone erano lì insieme a me, nello stesso momento; ed io venivo premiato come il migliore. Circondato dai giornalisti, televisione… sì è stato un inizio meraviglioso. Peccato che il percorso è continuato con alti e bassi; ma come tutti gli attori penso…
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Assolutamente normale; in qualsiasi carriera lavorativa ci possono essere gli alti e bassi e lei è un grande attore molto conosciuto anche in Italia oltre che all’estero. Quanto è stato importante per lei la libertà di azione e di esprimersi a livello artistico recitativo ed in generale quanto questa cosa è importante per ogni attore?
Mamma mia…tutti gli artisti hanno un dono se riescono ad esprimersi. Perché io sono convinto di una cosa, la creatività, se si possiede qualsiasi creatività, musica, arte, qualsiasi cosa…si ha una fortuna enorme perché si riesce a togliere da dentro di sé tutta la frustrazione, tutta la rabbia, tutta la gioia, l’intelletto che uno accoglie negli anni. Sai, è un dono che uno non può veramente paragonare con nessun’altra cosa.
Io penso che anche i matematici, gli scienziati, quelli che sono all’avanguardia della scienza, per esempio adesso con l’intelligenza artificiale, si distinguono per questa cosa; se pensiamo alla loro creatività è ciò che li rende unici. Musk per esempio. Lo diceva Einstein che non serve essere intelligenti più di quanto avere un’immaginazione. Quindi questa creatività è un dono, un dono che noi artisti abbiamo tutti; durante gli anni della mia vita ho incontrato tantissime persone che avevano creatività, il problema è che non ci credevano finché non si sono messi in gioco.
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Capisco. Oltre 40 anni di carriera diretto da importanti registi internazionali fra cui Brian De Palma, Jhon Madden (ne il Mandolino del Capitano Dorelli), Ridley Scott (in House of Gucci), Volfango De Biasi, Ron Howard, Cristopher Nolan (il Cavaliere oscuro) Stefano Reali, Enzo Monteleone e Alexis Sweet (Il capo dei capi dove lei era Buscetta), Andrea e Antonio Frazzi (Giovanni Falcone) e la lista continua…. Ci racconta?
Si, continua è vero; con Fabrizio Maria Cortese nel 2023 Il meglio di te, e nel 2025 girando Under the Rain che uscirà adesso dove ho lavorato con Giuseppe Battiston, Samuel Leclerc, Chantal Nchako e Francesco Pannofino. Se ci rifletto resto completamente scioccato, veramente, del talento che esiste nel mondo, tutti bravissimi; questo mi fa sentire molto umile.
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Ma come è stata l’esperienza con questi diversi registi, per esempio da John Madden passiamo a un Christopher Nolan, a un Ridley Scott; che differenze ha trovato nel loro modo di dirigervi, di come si sono comportati? Due parole.
Ognuno di loro ha una sua creatività dal punto di vista del modo di fare, uno diverso dall’altro. Quello che si sente come attore quando questi registi ti chiedono di fare qualche cosa è eccezionale perché hanno la capacità ti farti penetrare in quella parte di te stesso che non ti aspettavi mai di poter tirare fuori. Questo è il genio di questi grandi registi, e se ti fidi, perché sono bravissimi e ognuno è diverso, è un dono, è un regalo; io dico loro grazie, grazie.
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Comunque diversi uno dall’altro a quanto ho capito.
Completamente. Un Ridley Scott per esempio ha il genio visivo, John Madden aveva la genialità di poter aprirti come una cozza.
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Madden più romantico anche come visione.
Mamma mia… A parte la regista statunitense Audrey Wells, molto umana e sensibile, poverina non c’è più, con la quale ho lavorato in Sotto il Sole della Toscana, la mia esperienza più profonda, devo dire che è lui, John Madden il più sensibile, più umano, con un cuore enorme. Ciò non toglie niente a un Ridley Scott con cui ho lavorato in House of Gucci. Mi ha fatto un favore enorme quando sono arrivato su set con Lady Gaga. Mentre aspettavamo lei, Scott mi diceva di fare un bel primo piano…fu enorme. Mamma mia… questo è Ridley Scott, ragazzi. Lo volevo abbracciare…Per non parlare di persone come Anthony Hopkins straordinario.
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Sono tutti dei miti. È vero. Scopriamo dalle sue parole anche molto sensibili ed umani, certo. Adesso addentriamoci invece più nell’animo di Vincent. Quali sono i sogni che sente di aver già realizzato e invece quali sono quelli che ancora sono nel cassetto?
Onestamente, Carmen, e sono onesto, io non credo di avere realizzato i sogni che credevo di poter realizzare. Io penso che sono molto grato e felicissimo di tutto quello che la vita e il mio mestiere mi ha dato, ma veramente, perché sono stato fortunatissimo. Però, e sono onesto, adesso a 66 anni, posso dirlo dopo 44 anni professionalmente parlando, io credo che sono stato poco coraggioso. Io penso che avrei dovuto esserlo di più.
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Questa sarebbe stata la successiva domanda. Se tornasse indietro artisticamente, cosa non rifarebbe e cosa invece farebbe senza esitare?
La cosa che noto di certe persone, che mi stupiscono, che mi fa pensare, “ma dove prende il coraggio quella persona, dove prende il coraggio di buttarsi, di tuffarsi dentro questa sfida enorme, sia registica sia musicale, qualsiasi cosa”; anche se delle volte finisce malissimo e altre volte, benissimo, ti chiedi come ha fatto. Come ci è arrivato? Però ci è arrivato; e secondo me perché ha avuto il coraggio di buttarsi.
Il coraggio ti premia. Io sono colpevole di non essere stato coraggioso, perché avevo troppo paura, non di cosa potevano dire “tu non sei bravo, tu sei più bravo”, Non sono mai stato preoccupato di ciò.
Quello che secondo me mi ha frenato era l’aspettativa di non deludere le persone che ci tenevano a me. E questo è terribile. Non puoi vivere la vita così.
Non puoi. Questo è un mio messaggio a tutti i giovani.
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Molto importante. Quindi essere stato bloccato non tanto per l’essere più o meno bravo, ma per le aspettative degli altri. Per non deludere le aspettative degli altri. E’ una cosa che effettivamente bisogna superare ed è un bel messaggio per i giovani. Concordo Vincent.
Si, non si deve contare troppo sugli altri e le loro aspettative su di te. Perché loro hanno sbagliato come si sbaglia tutti.
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Esatto, come si sbaglia tutti.
Per questo io, per me stesso, mi arrabbio quando ci ripenso.

