Intervista a Marcella Parziale di Ponti Sonori
Oggi parliamo di un progetto molto ambizioso presentato dall’Accademia di Santa Sofia di Benevento: una stagione concertistica che mira a creare un vero e proprio ponte musicale tra l’Italia, l’Europa e le Americhe. La particolarità dell’iniziativa sta nella reciprocità: non soltanto grandi musicisti internazionali vengono a esibirsi nelle prestigiose sedi dell’Accademia, ma gli stessi artisti di Santa Sofia volano verso nuove mete internazionali. Un fecondo scambio di talenti, sensibilità e interpretazioni che evidenzia come l’integrazione culturale sia, oggi come ieri, la vera linfa vitale dell’arte.
Per scoprirne tutti i dettagli, abbiamo incontrato il mezzosoprano Marcella Parziale, Direttrice Artistica dell’Accademia di Santa Sofia.
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Buongiorno e benvenuta. Partiamo dal nome: “Ponti Sonori”. Qual è il valore profondo e il significato che avete voluto attribuire a questo titolo?
Un ponte è, prima di tutto, un luogo di passaggio: ci si incontra a metà strada, si prosegue verso una nuova meta e si torna indietro cambiati. Volevamo che il progetto avesse questa natura, che fosse un’architettura di connessioni, fisiche e ideali, nata dall’incontro tra prospettive diverse. Qui l’incontro avviene attraverso la musica, che ha il privilegio di sostituirsi all’esigenza di una lingua parlata comune.
L’arte aggrega con naturalezza tanto gli artisti quanto le comunità che ne beneficiano. Per questo abbiamo scelto di non concentrarci su concerti episodici, ma su un percorso serio e strutturato, in cui ogni tappa apra nuove strade e rinsaldi relazioni destinate a durare.
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Da quale intenzione o esigenza artistica nasce concretamente questo progetto?
Viviamo in un’epoca rapidissima, che offre potenzialità enormi e porta con sé rischi altrettanto grandi. Uno è la volatilità: l’ottimo che sfugge nell’istante stesso in cui si consuma, senza il tempo di essere ascoltato davvero. Ciò che viene ripreso digitalmente resta il più delle volte archiviato in una memoria virtuale, mentre ciò che viene vissuto sedimenta in maniera diversa. Non è una posizione contro il digitale, che resta uno strumento prezioso per raccontarsi e raggiungere pubblici lontani, ma la convinzione che il cuore di tutto sia l’incontro umano tra artisti, pubblici e operatori culturali. C’è un piacere insostituibile, e per certi versi analogico, nel ritrovarsi in una sala per condividere la musica nel momento stesso in cui accade.
Noi crediamo nel valore di ciò che si costruisce con il tempo, la serietà, la cooperazione e la pazienza, perché una collaborazione artistica profonda non si improvvisa: matura nella frequentazione reciproca.
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Quali repertori proporrete al pubblico nel corso della stagione e con quale criterio sono stati selezionati?
Abbiamo scelto repertori molto diversi tra loro, perché diverse sono le sensibilità e i pubblici che vogliamo incontrare. Si passa dalla musica sacra dello Stabat Mater di Pergolesi al Barocco di Telemann e delle Quattro Stagioni di Vivaldi, dal tango nuevo di Piazzolla alle grandi colonne sonore del cinema italiano, che abbiamo portato sul palco del Teatro Nazionale del Montenegro a Podgorica. Sono pagine che raccontano un’identità musicale poliedrica, esplorata in tutte le sue stagioni, e che all’estero incontrano un pubblico che spesso ne conosce le melodie sorprendentemente bene.
Non c’è alcuna gerarchia di generi. Il criterio è un amore sincero per la musica fatta bene, qualunque sia la sua provenienza, e la convinzione che un programma ben costruito possa parlare a pubblici molto lontani tra loro.
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La mescolanza e l’incontro tra culture diverse è uno dei punti di forza di questa stagione. In che modo questa contaminazione arricchisce le esecuzioni sul palco?
Parlerei di un’ibridazione sana e proficua. Mescoliamo gli organici, accogliamo artisti stranieri e a nostra volta ci integriamo in formazioni estere. È la parte più bella e stimolante del progetto, perché sorprende ogni volta vedere come le barriere linguistiche e culturali cadano d’istinto nel momento in cui si comincia a suonare insieme.
La musica richiede ascolto reciproco, e l’ascolto produce comprensione: ciascuno porta il proprio modo di respirare e di fraseggiare, la propria scuola e la propria storia, e dal confronto nasce un’interpretazione che nessuno avrebbe raggiunto da solo. Credo sarebbe un fenomeno interessante da studiare, come modello di dialogo applicabile anche fuori dal contesto artistico professionale.
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Quanti sono stati finora gli appuntamenti e gli interventi dell’Accademia all’estero nell’ambito di “Ponti Sonori”?
Siamo stati finora in tre Paesi: il Montenegro, a Podgorica, la Finlandia, a Helsinki, e la Polonia, a Trzebnica. A questi si aggiungono le tappe italiane, a Benevento, Cervinara, San Martino Valle Caudina e alla Reggia di Caserta, che hanno dato al progetto le sue radici nel territorio.
Il viaggio continua a febbraio con Los Angeles e a maggio con la Romania, a Cluj-Napoca, e l’Ungheria, a Budapest, alla Fondazione Franz Liszt, dove si chiuderà il percorso con i giovani e talentuosi pianisti Christian De Nicolais e Giovanni Mascia. È una geografia che dall’Italia raggiunge l’Europa orientale e l’America, e che realizza concretamente l’idea di un ponte tra l’Italia e il mondo.
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Essendo la prima edizione di questo progetto, che riscontro e che risposta avete avuto finora da parte del pubblico e della critica?
Ottimi in entrambi i casi: abbiamo riscontrato un’attenzione grande, sia da parte del pubblico sia da parte della stampa. I concerti in Italia hanno registrato il tutto esaurito, e lo stesso è accaduto all’estero. In Polonia l’attenzione mediatica è stata particolarmente alta e ha coinvolto anche la televisione di Stato.
Per noi ha un significato profondo, perché conferma la bontà dell’intuizione da cui siamo partiti: il pubblico, in Italia come altrove, è pronto a seguire un progetto che gli chiede di uscire dall’occasionalità e di partecipare a un percorso. La macchina organizzativa è complessa, perché richiede coordinamento tra Paesi, istituzioni e artisti, ma ha dimostrato di funzionare.
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L’iniziativa ha ottenuto il supporto di importanti istituzioni, un grande motivo di orgoglio. Quanto è stato fondamentale questo lavoro di rete?
È stato decisivo. Tutto nasce da Boarding Pass Plus, il programma del Ministero della Cultura dedicato alla mobilità degli artisti, di cui l’Accademia di Santa Sofia è risultata vincitrice. Questo riconoscimento ci ha dato lo stimolo per entrare in contatto con partner di primo piano: il Teatro Nazionale del Montenegro, il festival finlandese Emäsalo Music Festival, la Sierra University di Riverside, il Teatro dell’Opera di Cluj-Napoca, la Fondazione Franz Liszt di Budapest e altre realtà ancora. Ciascuno ha portato risorse, artisti, luoghi e competenze che da soli non avremmo avuto, e soprattutto la fiducia di chi accetta di costruire insieme a noi.
A tenere insieme questa rete c’è anche un coordinamento artistico solido, assicurato dallo staff dell’Accademia e dal consulente artistico, il M° Salvatore Orlando, la cui esperienza e autorevolezza nel mondo della pedagogia pianistica hanno garantito coerenza ai programmi e qualità agli incontri. Per sua stessa natura, un progetto come questo non si può realizzare da soli: o si costruisce insieme, o non si costruisce.
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Guardando al domani: alla luce del lavoro svolto, state già progettando una seconda edizione?
Il percorso è ancora in pieno svolgimento e si concluderà a maggio 2027, quindi la priorità è portarlo a compimento nel modo migliore. Ma le relazioni nate in questi mesi sono solide e hanno già generato idee nuove, sia con i partner che ci hanno accolto sia con realtà che ci hanno manifestato interesse lungo la strada.
Per noi è naturale dare seguito a un’esperienza che ha dimostrato di rispondere a un’esigenza reale, degli artisti come dei pubblici, e che merita di crescere. Vorremmo continuare a costruire, allargare la rete dei partner e consolidare i rapporti già avviati, perché un ponte, una volta costruito, vive solo se continua a essere attraversato.

