Annunciare senza timore la salvezza
Non dobbiamo temere chi può uccidere il corpo, ma colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo. Anzi dobbiamo esultare, perché il Signore è con noi! Chiunque riconosce il Signore davanti agli uomini si trova nel luogo più sicuro dell’universo, perché è custodito nelle mani di Dio.
Oggi ricorre la Giornata per la carità del Papa.
L’esistenza umana è da sempre minacciata e ciò suscita quel sentimento così indebolente da far bloccare ogni entusiasmo: la paura! Con essa aumentano l’instabilità e l’incertezza dell’esistenza, mettendo in questione il senso stesso della vita. Anche i personaggi della Bibbia sono spesso presi dalla paura, ma sempre la voce di Dio li chiama a rinsaldare il proprio spirito confidando nella forza della sua grazia. Gesù addirittura invita i suoi discepoli a non aver paura nemmeno di quelli che possono uccidere il corpo, ma che non hanno potere sull’anima, e rassicura quanti confidano in lui che la Provvidenza di Dio è sempre all’opera nella loro vita. Sicuri della forza di Dio, è possibile annunciare la buona notizia del Vangelo nonostante l’incomprensione del mondo. È la missione della Chiesa: annunciare “dai tetti”, senza temere ostilità e persecuzioni, la salvezza di Dio. Dalle piccole “risurrezioni” quotidiane, dagli affanni della vita alla risurrezione eterna per la comunione definitiva con Dio.
don Tiberio Cantaboni
L’espressione cantata della fede
Un antico detto recita: « volte», come a dire che il canto possiede una Chi canta, prega due forza maggiore per esprimere la preghiera. Oggi, però, si canta sempre meno nelle nostre assemblee liturgiche e, forse, non si avverte la necessità di cantare; ma se guardiamo alla storia della preghiera liturgica, vediamo come essa sia nata con il canto e come sia stata sempre accompagnata dal canto.
Per quale motivo? Ritornando all’antico detto, la versione originale – meno conosciuta e attribuita a sant’Agostino (desunta dalla sua Esposiz. sul Salmo 72) – è quella di «Chi canta bene, prega due volte».
L’aggiunta dell’avverbio “bene” dà alla frase un diverso significato: la preghiera come frutto dell’impegno, della dedizione e dell’uso appropriato della voce per cantare “bene” sia tecnicamente sia spiritualmente.
In ciò s’intravvede il desiderio di intensificare la qualità del canto per una preghiera più sentita. Di conseguenza, si sperimenta l’accrescersi di un fervore gioioso, così come esprimeva il vescovo di Ippona quando, commentando il Salmo 72, annotava che senza cantare le lodi di Dio il risultato è quello di «una cosa triste e quasi luttuosa». Una tale atmosfera spirituale si riscontra a volte nelle nostre celebrazioni quando, facendo a meno del canto, si pensa di pregare con uguale intensità. Se il canto non pregiudica il valore della preghiera, certo la rende più efficace nella misura in cui esso è espressione di una fede che desidera cantare e, ancor più, amare colui che si canta.
Sempre Agostino, nel medesimo commento aggiungeva che «nel canto c’è l’affetto di colui che ama»; di qui, tante premesse a libri liturgici e a libri di canto citano un altro detto, questa volta di vera matrice agostiniana: «Cantare è proprio di chi ama» (dal Discorso 366). Evidentemente, non si avverte il bisogno di cantare se non si sperimenta il fervore della fede, condizione per la quale il canto scaturisce come manifestazione gioiosa di ciò in cui si crede: è questo il canto del cristiano!
M° Sergio Militello

