Apostoli del Regno
Gesù ha compassione delle folle. Oggi siamo noi, sua Chiesa, ad essere inviati per annunciare il Vangelo e curare l’umanità ferita e piegata dalla stanchezza mortale del peccato.
A monte di ogni apostolato vi è la preghiera di un cuore sensibile, come quello di Cristo, che si lascia ferire di compassione nel vedere le folle stanche e sfinite, come pecore senza pastore. È proprio da questa profonda compassione che scaturisce l’invito di Gesù: «Pregate il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!» (Vangelo). Quanto bisogno ha l’umanità smarrita di pastori, di operai del Regno, di gente donata che si prenda cura di essa! Dio per primo lo ha fatto con noi e, nel suo disegno d’amore, desidera farlo anche attraverso di noi.
Se il Libro dell’Esodo (I Lettura) ci ricorda come ci ha sollevato su ali di aquila per stringere con noi la sua alleanza, la Lettera ai Romani (II Lettura) manifesta che il suo amore gratuito ha raggiunto il culmine quando il Figlio ci ha amato fino a morire, «mentre eravamo ancora peccatori». Chi, scoprendosi amato così, non sente l’urgenza di riamare a sua volta? È la dinamica del regno di Dio: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Se siamo amati, amiamo come apostoli (= inviati), “regno di sacerdoti” mandati a predicare, guarire, risuscitare… ad essere sacramento della vita di Dio per ciascuno dei suoi figli.
Sorelle Clarisse, Monastero Immacolata Concezione – Albano L. (RM)
I nuovi stili di canto all’alba del secondo millennio
Nel IX secolo appaiono i primi tentativi di polifonia (canto a più voci) che i cantori, membri delle Scuole delle grandi cattedrali (come quella di Notre-Dame a Parigi), eseguivano nella liturgia come adorno e sviluppo dell’antica monodia gregoriana. Le nuove forme musicali, da quelle più rudimentali a quelle più complesse, richiedevano necessariamente cantori specializzati per riprodurre le sempre più crescenti innovazioni tecniche e stilistiche dei componimenti polifonici, destando nell’uditorio la compresenza di meraviglia e perplessità circa la loro originalità e la loro efficacia spirituale. Infatti, l’evoluzione del linguaggio della musica sacra (soprattutto in quanto ad armonia e ritmica), quasi dimentica della lezione spirituale del canto gregoriano, implicava una nuova estetica parallela all’evolversi tecnico e linguistico della musica profana.
Questo processo d’innovazione – che coprirà almeno i primi quattro secoli del II millennio – provocherà nell’Europa del tempo una situazione irreversibile nella pratica del canto liturgico, fino a giungere a complessità tali (come quelle del contrappunto fiammingo del XV secolo) che provocheranno persino l’esclusione della possibilità di comprensione del testo sacro cantato in polifonia.
La partecipazione del popolo al canto, già venuta meno nei secoli precedenti, era ora discriminata anche a livello cultuale essendo i nuovi stili di canto non confacenti alla sensibilità del popolo, ormai costretta a forgiarsi sulla musica profana per esprimere il sentimento religioso. L’intervento deciso del Magistero cercò di arginare le esagerazioni stilistiche, in primo luogo attraverso il rifiuto di ciò che non era ritenuto degno per la liturgia (come l’uso della voce). Nonostante ciò, la preghiera con il canto restava compromessa e richiedeva venti di rinnovamento o di restaurazione.
M° Sergio Militello

