Capolavori senza tempo con Vincent van Gogh
Roma, Vincent van Gogh in mostra a Palazzo Bonaparte. Capolavori senza tempo, “Alle porte dell’eternità”.
Chissà per quale motivo i grandi artisti vengano riconosciuti pienamente tali solo dopo la morte; questo è un interrogativo che rimarrà tra i quesiti da sempre irrisolti e di non semplice soluzione. Fatto sta che non si può prescindere da un elemento che accomuna tante personalità eccellenti che, con la loro arte, hanno contribuito a rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Tra gli esponenti di questo cambiamento figura, senza ombra di dubbio, Vincent van Gogh. Dall’8 ottobre 2022 gli spazi di Palazzo Bonaparte, a Roma, ospitano una maestosa retrospettiva che, attraverso una selezione delle opere più celebri dell’artista olandese, racconta la drammatica storia della sua vita.
Nato in Olanda il 30 marzo 1853, Van Gogh fu un uomo profondamente sensibile; dunque già, per sua natura, destinato a soffrire. Tristemente noti i suoi attacchi di follia, così come le lunghe degenze nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul in Provenza; inoltre, l’episodio dell’orecchio reciso ed il funesto epilogo finale, con il suicidio, che avvenne il 29 luglio 1890, a soli trentasette anni, con un colpo di pistola al petto nei campi di Auvers. Sulla tragica morte dell’artista, però, ci sono dettagli ancora da chiarire; a partire dal mancato ritrovamento dell’arma e su un gesto, come quello del suicidio, del tutto in antitesi con la profonda fede religiosa di Van Gogh, che non vacillò mai, neanche nei momenti di più acuta disperazione. Le ipotesi più accreditate riconducerebbero il gesto ad un ragazzo conosciuto dall’artista, il quale amava vestirsi da cowboy e sparare agli animali. Il colpo sembrerebbe essere partito accidentalmente e, Van Gogh, durante i due giorni di terribile agonia, non avrebbe denunciato il colpevole per evitare di condannare un gesto che, inconsciamente, lo aveva condotto finalmente alla liberazione da una vita tormentata ed angosciante.
Malgrado le continue tribolazioni, Van Gogh darà vita a più di mille dipinti, che correderà con meravigliosi scritti, (le famose “Lettere” al fratello Theo van Gogh); perfette cornici che conferiranno un ulteriore tocco di bellezza ai suoi numerosi Capolavori.
Osservando da vicino le opere di Vincent van Gogh, si rimane affascinati e rapiti da quelle fitte pennellate, accostate l’una accanto all’altra, come onde del mare, dal moto ora quieto, ora agitato e tempestoso (Paesaggio con covoni e luna nascente – 1889). In mostra, nella Capitale, fino al 23 marzo 2023, sarà possibile ammirare cinquanta opere provenienti dal Museo Kröller-Müller di Otterlo, che custodisce uno dei più grandi patrimoni delle opere di Van Gogh.
Il percorso espositivo conduce il visitatore tra i luoghi dove il pittore visse: da quello olandese, al soggiorno parigino, a quello ad Arles, fino a St. Remy e Auvers-Sur Oise, dove avrebbe deciso di porre fine alla sua inquieta esistenza.
La predilezione dell’artista verso gli ultimi della società sottolinea la sua profonda empatia; una dote umana innata che, soprattutto se posseduta da un artista, si trasforma in un dono prezioso ed immortale, proprio come le sue creazioni.
Dall’attenzione al lavoro della terra nascono figure che visibilmente portano sulle proprie spalle il peso del quotidiano, come il seminatore, i raccoglitori di patate, i tessitori, i boscaioli, o le donne prese da incombenze domestiche (Contadina che lava una pentola – 1885) e spesso tutt’altro che lievi, come il trasporto dei sacchi di carbone (Donne nella neve che portano sacchi di carbone – 1882). La verità, insomma, raccontata con estremo realismo e quasi con compassione, nella sua crudezza.
I mangiatori di patate, realizzato nel 1885, è sicuramente uno di quei capolavori che connotano Van Gogh, come artista e come uomo. Non è un caso se lo stesso pittore, in una lettera alla sorella Willemien, lo definirà il dipinto “migliore di tutta la mia produzione”; aggiungendo: “Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute”. Fa un certo effetto, per giunta, sapere che questo rimarrà l’unico quadro con figure della sua breve carriera.
Nell’esposizione di Piazza Venezia, viene dato particolare risalto al periodo del soggiorno parigino, nel corso del quale Van Gogh si dedica ad una meticolosa ricerca del colore sulla scorta del modello impressionista e ad una nuova libertà nella scelta dei soggetti, che porteranno ad un linguaggio più immediato e cromaticamente intenso.
Si consolida, inoltre, l’interesse dell’artista verso la fisionomia umana, che lo condurrà alla realizzazione di una cospicua serie di autoritratti.
È proprio di questo periodo, infatti, l’Autoritratto a fondo azzurro con occhi verdi del 1887, visibile in mostra, cui viene dato il giusto rilievo, sottolineato anche dalla collocazione centrale all’interno di uno degli spazi espositivi di Palazzo Bonaparte.
Di particolare impatto emotivo, infine, il dipinto Vecchio disperato, del 1890, che ritrae un anziano seduto su una sedia e prostrato su sé stesso, con le mani che gli coprono il volto, come a nascondere le lacrime che scendono a fiotti.
L’opera reca, nel titolo, una scritta tra parentesi, particolarmente idonea a definire l’intera produzione di Van Gogh, che si staglia, da sempre, Alle porte dell’eternità.

