Colui che è “con noi” è Dio
Giuseppe si affida alle parole dell’Angelo e, obbediente, accoglie Maria e Gesù. La famiglia è un dono che va custodito con amore, sostenuti dalla fede.
Non deve essere mai scontato riflettere sul fatto che il Signore è il “Dio-con-noi”. Nella vita sperimentiamo tante compagnie: cosa giusta, positiva, cosa che ci permette di condividere esperienze, pensieri, azioni. Tutto, però, nella vita, è relativo e destinato a terminare. Avere la certezza che abbiamo un “con noi” che è Dio, invece, ricolma l’animo di profonda serenità, rende stabile il nostro proiettarci nel futuro, perché la sua realtà non solo è dall’eterno, ma anche verso l’eterno, quella vita senza fine, quella comunione da cui nessuno potrà mai strapparci. Stiamo accingendoci a celebrare il Natale del Signore: occasione per riprendere nuovamente coscienza che l’identità di Dio non è lontana da noi, è una realtà incarnata, che assume la natura umana senza svilire la sua divinità. Solo così noi, che viviamo nel male del divenire, possiamo avere la certezza che siamo destinati a un bene eterno, quello della vita di Dio stesso. Non perdiamoci mai d’animo: colui che rimane sempre con noi ha un nome: è Dio!
don Tiberio Cantaboni
Custode della Vergine e del Bambino
San Giuseppe, sposo casto di Maria e custode di Gesù, è una figura centrale nella devozione cattolica. Tuttavia, è essenziale comprenderne il ruolo alla luce della Tradizione, evitando interpretazioni che, seppur devote, potrebbero offuscare il mistero dell’Incarnazione. Un aiuto prezioso ci viene dalla precisione teologica dell’iconografia orientale che, raffigurando Giuseppe, evita ogni ambiguità: egli è l’umile protettore della Vergine e del Bambino, e non il padre terreno di Gesù. Ciò appare chiaro nell’icona della Natività, dove Giuseppe appare in disparte, a sottolineare il racconto scritturale e l’insegnamento della Chiesa secondo cui Cristo è nato da una Vergine per opera dello Spirito Santo, senza intervento umano. Questo non sminuisce Giuseppe, ma custodisce una verità fondamentale, che fu cara anche ai latini sant’Agostino e sant’Ambrogio: Gesù è “senza padre secondo la carne”, generato eternamente dal Padre. L’immagine della “Santa Famiglia”, cara alla pietà moderna, è, salvo qualche eccezione, assente nell’iconografia orientale. Generalmente, l’accento resta sulla maternità divina e verginale di Maria, pilastro dell’Incarnazione. Ciò non toglie nulla alla grandezza di Giuseppe, la cui santità non sta in una paternità che non gli spetta, ma nell’aver accettato, obbediente, il ruolo di servo e custode. Prudenza e rispetto per la verità sono, per i Padri orientali, importanti perché le immagini sacre sono «libri per gli analfabeti» (san Giovanni Damasceno) e devono trasmettere la fede senza ambiguità. Veneriamo dunque san Giuseppe con affetto, ma senza attribuirgli un ruolo che Scrittura e Tradizione non gli riconoscono. La famiglia di san Giuseppe e della Vergine Maria con Cristo, non era una famiglia di carne, ma una famiglia «di mente e di propositi» (sant’Agostino), che fu riunita da un ordine divino per assicurarsi che Cristo compisse la sua opera di salvezza per redimere il genere umano. Riscoprire questa verità ci aiuta a vivere una devozione equilibrata, rispettosa del mistero. San Giuseppe, silenzioso e fedele, ci indica la via: servire Dio con umiltà, senza mai oscurare la verità rivelata.
don Pietro Roberto Minali, ssp

