Federica Artuso e l’amore per la chitarra
Federica Artuso: l’Amore per la chitarra classica!
Federica Artuso, una promessa della sei corde, unisce alla professione una passione ancestrale per lo strumento. Oltre che in Italia si è fatta notare all’estero con notevoli esibizioni, riscuotendo i favori del pubblico. Ha all’attivo molte incisioni e vincitrice di vari premi, la abbiamo incontrata per saperne di più.
Buongiorno Federica, Innanzi tutto vorrei chiederle quale il legame con la sua chitarra e quando ha capito che le sei corde sarebbero state il suo futuro?
-Buongiorno e grazie per questa opportunità di condivisione.
Come spesso avviene, ho iniziato a suonare proprio grazie alla mia famiglia, nonostante i miei genitori non siano musicisti. Capita che i fratelli maggiori spianino la strada a quelli più piccoli. E infatti ho voluto iniziare a prendere lezioni di chitarra perché lo vedevo fare a mio fratello Alessandro. Avrei anche potuto scegliere un altro strumento: ricordo che da piccola fingevo che il termosifone fosse un pianoforte e appoggiavo lo spartito sul davanzale della finestra, come fosse stato un leggio. Ma una sera di ottobre ci fu la svolta: mio padre tornò a casa con una piccola chitarrina tutta per me. Non potevo usare quella di mio fratello perché ero mancina, così ho avuto fin da subito il mio personale strumento con le corde girate al contrario (ovviamente ‘al contrario’ rispetto a quelle dei destrimani!). Quindi credo di aver scelto la chitarra semplicemente perché era quello che vedevo intorno a me nella vita quotidiana e mi sembrava naturale dedicarmici. Alla fine del primo anno io e Alessandro (che oggi è un ingegnere) avevamo preparato un piccolo repertorio in duo per il saggio finale: anche durante le esibizioni mi sentivo protetta dal mio fratellone!
Nei primi anni suonare era un’attività molto piacevole, in cui mi divertivo, ma non pensavo nemmeno che qualcosa di così divertente potesse essere un lavoro. Durante tutti gli anni in conservatorio più che progettare di diventare una concertista o docente pensavo a migliorare e a capire in maniera sempre più profonda la musica. Poi il desiderio che diventasse una professione con il passare del tempo si è fatto sentire, ma non osavo nemmeno sperare che un giorno si sarebbe trasformato in realtà. Poi un pomeriggio, quando avevo 19 anni e avevo appena terminato una lezione con il mio Maestro, stavo camminando per strada con la chitarra in spalla e riflettevo sul fatto che aspettavo sempre da qualche docente la fatidica benedizione: “La chitarra potrà diventare il tuo lavoro e la tua vita!”; poi però quando mi veniva detto qualcosa del genere non ci credevo. In quel momento ho capito che invece la prima persona che avrebbe dovuto dire questa frase a me stessa ero io. Avuta quindi questa illuminazione ho iniziato a vedere in modo diverso i miei progetti e a sentirmi totalmente responsabile per il mio futuro musicale: una sensazione di vertigine ma anche di libertà.
Che ricordi ha degli anni di studio?
-Quando a 6 anni ho iniziato a prendere lezioni di chitarra, il mio primo Maestro Carlo Bozzi ha saputo incoraggiarmi e nutrire la mia curiosità musicale di bambina. Poi all’età di 10 anni ho superato l’esame di ammissione al conservatorio. A dire la verità l’avevo già superato un anno prima, ma l’allora direttore voleva farmi ricominciare dal principio impostando la chitarra da destrimane; fortunatamente mio padre si è rifiutato categoricamente e, quando ho nuovamente sostenuto l’esame l’anno successivo, lo stesso direttore si è convinto a lasciarmi l’impostazione mancina. Sono così entrata a studiare nella classe di un grande chitarrista e Maestro: Stefano Grondona (uno degli allievi prediletti del leggendario Segovia). Il primo anno è stato difficile: la mia mente era ancora troppo piccola per gli insegnamenti che lui impartiva. Parlava spesso con un linguaggio figurato, ricco di metafore auliche: meditava sull’idea che dà vita all’esecuzione e sul senso della gestualità. Per il mio sguardo di bambina era un monaco della chitarra che si esprimeva con formule magiche. Inoltre ha giustamente chiesto fin da subito ritmi di studio molto sostenuti ed io inizialmente mi sono un po’ spaventata: mi sentivo inadeguata, mi sembrava tutto troppo ‘da grandi’! Come se non bastasse, gli altri allievi della classe erano tutti un po’ più grandi di me, perciò avevano gli strumenti per comprendere meglio le sue lezioni. Nonostante questo impatto arduo, ho cercato affannosamente di tenere il passo. Probabilmente il fatto di essere così piccola mi ha in qualche modo protetto, perché non mi rendevo totalmente conto della situazione. Il Maestro ha avuto pazienza e, alla fine del primo anno, ho avuto una sorta di illuminazione e ho iniziato a comprendere il suo linguaggio prima così oscuro. Da lì ho imparato a fidarmi del mio suonare e ad avere un’ispirazione e un orientamento quando mi esercitavo. Così è nata una grande intesa con il Maestro, intesa che mi ha portato a studiare con lui per molti anni. Ad accompagnarmi in questa strada e ad indicarmi la giusta direzione è stata anche Laura Mondiello, un’altra chitarrista dalle spiccate doti comunicative, che nel suo insegnare rende immediati anche gli aspetti più complessi. La sua arte è frutto di un lungo percorso di tenace ricerca personale e ha acquisito una forza accogliente in grado di farsi carico delle difficoltà degli allievi. In seguito ho studiato per vari anni con Oscar Ghiglia all’Accademia Chigiana di Siena e agli Incontri chitarristici di Gargnano, dove ho potuto incontrare studenti di varie parti del mondo e di scuole diverse dalla mia e questo ha nutrito la mia ispirazione ed il mio entusiasmo. Infine un incontro per me fondamentale degli ultimi anni è stato quello con Paul Galbraith, che definirei uno sciamano della chitarra: durante le sue lezioni il contatto umano e la musica si fondono in un tutt’uno.
Parlando di Studio, lei ha conseguito una Laurea di I livello in Filosofia. Musica e Filosofia, quale è il collegamento tra le due discipline?
-Quando è arrivato il momento di iscriversi all’università ero indecisa tra le Lingue e la Filosofia. In quel periodo ho fatto un viaggio ad Amburgo, dove ho conosciuto ragazzi di tutta Europa. Lì ho potuto constatare che le lingue mi erano sì necessarie per comunicare con gli altri, però se non hai nulla di profondo da comunicare puoi conoscere tutte le lingue del mondo, ma è difficile trovare un contatto vero con le persone che incontri. Così, pur sconsigliata in modo perentorio dalla mia insegnante di Filosofia, ho deciso di iscrivermi proprio a… Filosofia! Anche perché speravo di risolvere le questioni esistenziali con cui di solito si confrontano gli adolescenti. Poi ho capito che la Filosofia non dà risposte, ma è una ricerca che si concentra sulle domande (anche se può sembrare paradossale!). Studiando entrambe le discipline -la Musica e la Filosofia- mi sono sorpresa del fatto che non sono poi così diverse. Anche la musica è un’interpretazione della realtà, come lo è la Filosofia. Entrambe ti cambiano il modo di vedere. Non si è musicisti soltanto perché si esegue un brano in modo piacevole; si è musicisti perché si ha una visione musicale delle cose, ed ogni accadimento diventa motivo di ispirazione, così come si è poeti perché si ha una visione poetica delle cose. Musica e Filosofia sono discipline che plasmano qualcosa di immateriale, che continua a trasformarsi: una il suono e l’altra il pensiero. Entrambe prendono vita dalla sensibilità di una persona, dalla sua capacità di scavarsi dentro, di ascoltarsi e di osservare. Sono entrambe esperienze irrinunciabili, perché aiutano a trovare una propria dimensione di senso e di autenticità, una dimensione che non è semplicemente fornita dall’esterno con regole e precetti.
Molte delle sue esecuzioni sono brani di compositrici, da cosa è motivata questa scelta?
-Ho iniziato a suonare musiche di donne compositrici stimolata da una ricerca di Nicoletta Confalone, musicologa dalla personalità vulcanica, con cui collaboro da vari anni in spettacoli incentrati su questo tema.
Alcuni pensano che se un’opera musicale non è arrivata fino a noi è perché non ha superato la spietata selezione della storia e non vale la pena che sia tolta oggi dall’oblio. Il caso delle donne compositrici però è un po’ diverso. Nel passato, infatti, alle donne era concesso esercitare la propria arte soltanto entro le mura della loro casa, regno in cui erano regine incontrastate; ma spesso non erano regine per propria scelta, bensì per volontà degli uomini. Insomma le donne erano protagoniste di una relazione di amorevole cura e accudimento che vedeva la sua massima espressione proprio negli spazi privati della casa. Fatta eccezione per le cantanti, non era di norma concesso alle donne essere musiciste di professione nell’ambito pubblico, nel quale potevano esprimersi quasi esclusivamente gli uomini. Così è andata anche con compositrici dalle capacità straordinarie, come Fanny Mendelssohn, alla quale tutti riconoscevano un grande talento che, a differenza dei quello del celebre fratello Felix, non ha potuto esprimersi pubblicamente. È perciò importante dare alle opere di queste compositrici, almeno oggi, una reale possibilità di essere conosciute. Poi saranno il pubblico e la critica a decidere quanto la loro musica abbia un valore artistico. Dopotutto negli ultimi tempi molte altre discipline del nostro sapere europeo stanno sviluppando una visione della storia e della società che non sia soltanto incentrata sulla figura del maschio occidentale; questa ricerca sulle donne compositrici può essere inserita proprio all’interno di questo filone. La narrazione ufficiale è fatta di elementi limitati, ma la storia reale ha molti più punti di vista. Si veda ad esempio il fatto che è nata una medicina di genere, perché ci si è resi conto che i farmaci erano realmente efficaci soltanto sugli uomini, in quanto studiati e sperimentati quasi esclusivamente su di loro.
Naturalmente, proprio perché non amo le discriminazioni, non eseguo soltanto le musiche di donne compositrici… altrimenti sarebbe una discriminazione! Cerco invece di selezionare musica che abbia un valore, musica in cui credo.
All’attivo lei ha molti concerti, rassegne, non solo in Italia ma anche all’estero, quale le è rimasta più impressa e perché?
-Una rassegna che mi è rimasta nel cuore è stata “Les Jeudis de la Guitare” di Ginevra, dove ho eseguito sia brani da solista che con il duo chitarristico “Phèdre Adroit”, di cui faccio parte. In quella stagione si respira un’atmosfera di vivo interesse per lo strumento; una tale atmosfera non nasce per caso, ma si costruisce lentamente con gli anni, grazie alla determinazione e alla competenza degli organizzatori e in particolare del liutaio Jacques Vincenti, anima di questa stagione concertistica.
Altra rassegna, questa volta in Italia, a cui sono molto affezionata, è “Un Paese a Sei corde”, che si svolge sul Lago d’Orta. Gli organizzatori Lidia Robba e Domenico Brioschi con la loro passione e la loro tenacia hanno dato vita ad un festival internazionale dove la chitarra classica e quella acustica convivono, senza che ognuno dei due strumenti perda la propria identità.
In Veneto, la regione dove vivo, c’è il festival internazionale “Mario Castelnuovo-Tedesco”, al quale il direttore artistico Giancarlo Rado presta la sua amorevole dedizione e competenza, a partire dalla scelta degli spazi di cui la chitarra ha bisogno: spazi con un’acustica che ne valorizzi tutte le nuance. Naturalmente al giorno d’oggi è sempre possibile usare l’amplificazione, ma un luogo dove si può sentire il suono “naturale” della chitarra è un’esperienza magica, che consiglio a tutti.
Infine vorrei ricordare un’esperienza che ho vissuto una decina d’anni fa con il duo chitarristico di cui faccio parte, quando dopo una lezione in Italia con il Maestro belga Sigiswald Kuijken (un ‘guru’ della musica antica) siamo stati invitati da lui e dalla moglie nella loro casa di Kortrijk, dove abbiamo passato delle giornate splendide immersi nella musica, potendo suonare e ricevere i suoi preziosi insegnamenti su un vasto repertorio. Ci ha colpito la generosità nel donare la sua sensibilità musicale e nel condividere in modo genuino la sua competenza. Pur accomunati con lui da una smisurata passione per la musica, eravamo in fondo delle persone estranee. Tuttavia questo non ha frenato il suo entusiasmo per la condivisione di un’esperienza musicale ed umana così profonda.
Ci parli del progetto Duo Phèdre Adroit.
-Il duo chitarristico Phèdre Adroit è formato da me e da Andrea Bissoli ed è nato nel lontano 2006, epoca in cui stavamo concludendo i nostri studi al conservatorio. L’attività con questa formazione ha costellato tutti questi ultimi 16 anni e alcune nostre incisioni in duo sono state pubblicate per la major discografica Naxos all’interno di un innovativo progetto sul compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos (progetto di cui lo stesso Andrea Bissoli è ideatore, direttore artistico e principale interprete).
Ci dedichiamo anche alla musica dell’Ottocento suonando degli strumenti originali dell’epoca, realizzati proprio dai maggiori liutai di quel periodo. I due liutai sono Lacote e La Prevotte, che avevano il loro laboratorio a Parigi, uno dei centri europei per la chitarra, tanto che molti virtuosi italiani del nostro strumento trovavano il successo proprio lì.
In duo abbiamo allestito degli spettacoli anche con l’attore Adriano Marcolini, una personalità artistica dalla sensibilità musicale sorprendente. Il nostro ultimo spettacolo con lui è intitolato “La Serenata Interrotta” e mette in musica i brani di 4 importanti compositori le cui vicende si sono intrecciate a quelle della Grande Guerra (Ravel, Debussy, Granados e De Falla).
Tra i prossimi progetti c’è l’uscita di un nuovo album dedicato alla musica di Villa-Lobos, la cui tracklist è interamente composta di trascrizioni per due chitarre realizzate da Andrea Bissoli.
Parlando di incisioni lei ne ha molte all’attivo, tra cui l’opera omnia di Emilia Giuliani per l’etichetta discografica Tactus, ci parli un po’ delle sue pubblicazioni.
-Questo doppio CD comprende tutta la produzione che ci è rimasta della compositrice ottocentesca Emilia Giuliani, figlia del grande chitarrista Mauro, amico di Beethoven e di altre star dell’epoca. A quel tempo, come avrete capito, per una donna suonare la chitarra in pubblico era un atto rivoluzionario. A noi oggi una frase del genere fa sorridere, ma all’epoca si poteva essere punite ed emarginate socialmente semplicemente per aver osato far sentire le proprie note in pubblico.
Si pensi a quanto sia pericoloso oggi in alcuni Paesi del mondo per le donne uscire senza il velo che copre il capo. Fare le concertiste era qualcosa di simile, era una questione che aveva a che fare con la sopravvivenza della società umana, in quanto le donne dovevano occuparsi di altro, in modo da garantire l’equilibrio della comunità.
Emilia Giuliani, tuttavia, è riuscita pur tra mille difficoltà ad avere un’attività concertistica e a pubblicare i suoi brani con i maggiori editori dell’epoca. Forse ci è riuscita proprio perché aveva una situazione famigliare d’origine disastrata e questo le ha permesso di agire come se da quel punto di vista non avesse nulla da perdere. Purtroppo è morta a soli 37 anni, ma è riuscita a lasciare un’impronta nel mondo della musica attraverso le sue composizioni, che prevedono delle tecniche particolari sulla chitarra e che sono orientate ad un linguaggio intimamente romantico, che va oltre la sua epoca.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
-I progetti musicali sono molti, ma quelli più prossimi sono delle incisioni di brani di Schumann. Inoltre sto portando a compimento un percorso di laurea magistrale in Scienze filosofiche con una tesi sull’influenza della musica in ambito politico. Attualmente sono docente al Conservatorio di Riva del Garda (sezione staccata di Trento), dove spero di poter condividere a lungo l’entusiasmo per la musica con colleghi e allievi.
Ringraziamo Federica Artuso per il tempo dedicatoci.

