Gesù “Buon Samaritano” si è chinato su di noi
La parabola del buon samaritano risponde a tanti nostri interrogativi. La risposta che ci viene donata è che solo nell’amore autentico possiamo incontrare Dio.
Oggi è la Domenica del Mare.
Oggi potremmo rendere grazie a Dio per tutte le volte in cui ci siamo fermati per prenderci cura di una persona vittima dei tanti traumi della vita. Le situazioni in cui abbiamo disobbedito alla paura, ai nostri programmi, alla voce interiore “non ho tempo”, e ci siamo fermati. Come il samaritano, siamo stati creativi e generosi perché quel fratello, quella sorella riprendesse vita. Allora, davvero, la Parola di Dio non è stata per noi un ideale lontano dalla vita, bensì una Parola viva, vicina a noi, fino a entrare nel nostro cuore e trasformare la nostra esistenza.
Com’è avvenuto? È semplice: Gesù buon samaritano, per primo, si china su di noi per guarirci dalle ferite che ci infliggono i briganti, cioè il demonio, la mondanità e l’uomo vecchio in noi. Poi dà all’albergatore, alla Chiesa, due denari: dona sé stesso perché abbiamo la vita, ci dà lo Spirito perché amiamo come lui ama. Ci ha contagiati con il suo amore, perché diventassimo buoni samaritani! Davvero in lui, in Gesù, siamo stati creati, da lui siamo stati liberati, ed in vista di lui esistiamo, come pellegrini verso la pienezza dell’Amore!
fr. Antoine-Emmanuel, Frat. Monast. di Gerusalemme, Firenze
I profeti, voce di Dio
La missione dei profeti, che spesso viene intesa come la capacità di prevedere il futuro, nella Bibbia è invece quella di “parlare in nome di Dio”. La parola che essi annunciano è sempre una parola di speranza. E poiché i profeti guidano la storia del popolo biblico, ogni sua epoca (come il tempo della monarchia, l’epoca dell’esilio a Babilonia e il ritorno nella Terra dei Padri) è caratterizzata da un particolare messaggio di speranza. I profeti non si scoraggiano davanti alle colpe e alle trasgressioni dei re e del popolo, ma insieme con il richiamo alla conversione annunciano anche la speranza del perdono. Questa speranza si rafforza dal sapere che alla conversione del popolo e dei re che lo guidano corrisponde la “conversione” di Dio stesso: «Dio vide che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia e si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (Giona 3,10).
Nella nostra conversione noi pure scopriamo un messaggio di speranza, che ci rincuora e ci apre nuovi cammini e nuovi orizzonti. Nella triste situazione dell’esilio a Babilonia, il popolo di Israele sembra ritornare all’epoca della schiavitù egiziana. È senza terra, senza tempio, senza speranza. Ma i profeti diventano nuovamente annunciatori di speranza: come al tempo dell’uscita dall’Egitto, il Signore ora ripeterà il suo intervento liberatore, aprendo al suo popolo una strada nel deserto, per ricondurlo nella Terra dei Padri: «Ecco, io faccio una cosa nuova: aprirò anche nel deserto una strada» (Is 43,19).
Il ritorno nella Terra dei Padri porta a compimento la speranza che i profeti avevano annunciato al popolo di Israele: «Verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali cambierò la sorte del mio popolo, di Israele e di Giuda, e li ricondurrò nella terra che ho concesso ai loro padri e ne prenderanno possesso» (Ger 30,3). Ormai nella sua terra, il popolo di Israele può camminare nella speranza verso il Messia, per entrare nel Regno da lui promesso.
don Primo Gironi, ssp, biblista

