Gesù è il divino seminatore
Il profeta Isaia (I Lettura) evidenzia che la parola di Dio è come la pioggia che fa germogliare la terra: è viva, efficace, ha la forza di fecondare, è creatrice. Essa parte da Dio, opera meraviglie nella storia e, simile a un messaggero, ritorna solamente dopo aver compiuto la sua missione. Il salmista ci invita a lodare e a ringraziare Dio che corona l’anno con i suoi benefici, saziandoci con il frumento eucaristico e dissetandoci con l’acqua viva della sua Parola. Nel Vangelo ci viene presentata la parabola del seminatore. Gesù Cristo, Verbo incarnato, senza risparmio, a piene mani, semina continuamente la sua Parola nei solchi dell’umanità, perché porti frutti di giustizia e di pace. Rendiamoci disponibili ad ascoltare, accogliere, custodire e comprendere la sua Parola, perché porti molto frutto per noi e per i nostri fratelli, diventando terreno buono. La Parola ispirata dell’apostolo Paolo (II Lettura) alimenta in noi la speranza, facendoci considerare le sofferenze del tempo presente come le doglie del parto che annunciano cieli nuovi e terra nuova, «la vita del mondo che verrà». Lo Spirito Santo ci renda seminatori costanti e gioiosi della Parola.
Sosta dello spirito in autostrada
Nella liturgia il canto accomuna tutti coloro che professano la fede, facendo avvertire – come dicevano i Padri della Chiesa – quell’«una vox» (unica voce) che contraddistingue l’espressione della preghiera comunitaria. L’intento omiletico dei Padri non si rivolgeva tanto all’aspetto tecnico del canto (riconosciuto necessario), quanto in primo luogo alla sua efficacia spirituale. In particolare, nel promuovere il canto dei salmi, essi si concentravano sulla formazione della comunità che, radunata per la preghiera, attingeva dal canto sacro (melopéa) la forza spirituale per crescere come membra armoniose del corpo di Cristo. Così, per esempio, si esprime Ignazio di Antiochia sul finire del I secolo: «Ciascuno di voi si studi di far coro. Nell’armonia della concordia e prendendo nell’unità il tono di Dio, per mezzo di Gesù Cristo a una sola voce inneggiate al Padre, ed egli vi ascolterà e vi riconoscerà, dalle vostre opere buone, membra del suo Figlio» (Lett. agli Efesini IV,1-2). Il canto è stimato dai Padri per le sue diverse valenze, tra le quali il ritmare e il permeare la vita quotidiana con la lode continua, la sua capacità di favorire lo spirito comunitario: «La salmodia procura il massimo dei beni, l’amore, in quanto introduce l’uso del canto comune come una specie di vincolo di concordia, e in quanto fonde armoniosamente la moltitudine nella sinfonia di un solo coro» (Basilio, In Ps. 1,2).
L’efficacia spirituale del canto si condensa nel celebre detto agostiniano: «Canti la voce, canti la vita, cantino le opere», espressione che lega l’impegno del canto liturgico al rinnovamento della vita e, di conseguenza, alla testimonianza operosa (Agostino, Enarr. in Ps. 148,2). La circolarità di “voce-vita-opere” è sinonimo dell’armonia e bellezza della fede: il canto liturgico è, infatti, davvero espressione della fede che investe tutte le dimensioni e le circostanze dell’esistenza. Nel IV secolo Ambrogio di Milano usa, a questo riguardo, la significativa espressione «Fidei canora confessio» (la professione cantata della fede) per descrivere come la dolcezza del canto sia connaturale alla fede che loda Dio, «espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia» (Enarr. in Ps. 1).
M° Sergio Militello

