Gesù è venuto per dare compimento
Gesù ci chiama a superare una giustizia puramente formale, invitandoci a costruire relazioni autentiche che partano dalla sincerità del cuore e da un amore senza ipocrisie.
La sola legge che interpella ogni coscienza e la rende responsabile di fronte a Dio e agli altri è l’amore. L’amore di cui parla Gesù non è puro sentimento, ma è sentirsi responsabili del bene e della felicità propria e altrui. L’amore senza una regola, seguendo l’istinto, senza la “legge” appunto, a prima vista sembra pienamente libero, ma porta solo infelicità perché nutre unicamente il proprio egoismo. L’amore che chiede Gesù, lui l’ha vissuto sulla croce, dando tutto sé stesso. L’amore, che è pieno compimento della legge e che dona la felicità e la pienezza della vita, non è soddisfacimento dei propri bisogni, ma è frutto dell’amore di Dio che il Signore ha effuso nei nostri cuori. Per questo il Vangelo indica sei casi della vita quotidiana nei quali viene chiesto al discepolo di fare scelte di amore vero e coraggioso: essi riguardano i temi della riconciliazione, della rabbia, dell’insulto, dell’adulterio, della distanza dal peccato, del divorzio. Il Libro del Siracide (I Lettura) ci dice che i comandamenti non sono una gabbia, ma il modo per essere custoditi nel bene e conoscere la vera sapienza rivelata da Dio per mezzo dello Spirito (II Lettura).
don Antonio Sozzo
Missionario nelle grandi città
Molte cose accomunano il cristianesimo del nostro tempo, ormai giunto al terzo millennio, alla vita delle comunità che l’apostolo descrive nelle sue lettere. Innanzitutto, la comune realtà delle grandi città in cui viviamo noi oggi e le grandi città dell’impero romano evangelizzate da Paolo: Corinto, Atene, Tessalonica, Efeso, Filippi, Colossi, Roma. Sono città che vivono in una dimensione orizzontale, il cui ritratto negativo è delineato dall’apostolo nei primi tre capitoli della Lettera ai Romani: idolatria, degradazione morale, violenza, chiusura a Dio e alla sua Parola. È il ritratto della città di Corinto, racchiuso nel verbo greco korinthiázesthai (“vivere alla corinzia”), con il significato negativo di corruzione e vizio. In un suo progetto di sceneggiatura per un film su san Paolo, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) intendeva mettersi sulle orme del grande apostolo, riproducendo questo ritratto negativo in una metropoli dei nostri giorni, New York. Questa è la grande città di oggi che, insieme a tante altre, presenta molte analogie con le grandi città del tempo di Paolo: commercio, finanza, cultura, benessere, ma anche corruzione, violenza, povertà, migrazione, droga, prostituzione. Pasolini vede in Paolo il missionario che vive qui oggi, scrive e parla, esorta e ama per portare alla luce la dimensione verticale, quella dello spirito, che rischia l’irrilevanza nelle città del nostro tempo. È la dimensione che l’apostolo descrive come un “vivere (o camminare) secondo lo Spirito”, in contrapposizione alla dimensione orizzontale del “vivere (o camminare) secondo la carne” (Rm 8,1-27; Gal 5,13-26). Le grandi città sono diventate la vera “periferia” a cui siamo inviati noi cristiani di oggi, come Paolo, ad essere missionari di Cristo e del Vangelo. Questa dimensione verticale a cui ricondurre le grandi città ci è rivelata dallo stesso Gesù: «In questa città io ho un popolo numeroso» (At 18,10).
don Primo Gironi, ssp, biblista.

