Il salario sarà immenso!
L’invidia è veleno, ma la bontà di Dio sovverte le nostre logiche: impariamo a gioire del bene altrui come se fosse un dono fatto anche a noi. Oggi è la Giornata di sensibilizzazione per il sostentamento del clero.
Perché dare il medesimo salario a chi ha lavorato l’intera giornata e a chi ha lavorato solo un’ora? Questa la nostra reazione spontanea alla parabola del Vangelo. Ma, a dire il vero, perché non farlo? Perché essere invidiosi? Perché Dio sarebbe costretto ad agire secondo i nostri criteri? In realtà, sapere che i disegni e i modi di fare di Dio non sono simili ai nostri è un lietissimo annuncio: vi è una speranza sulla terra e per l’eternità che va ben oltre i nostri meriti! La tenerezza di Dio si espande su tutte le creature e la sua misura è di non avere misura, per riprendere le parole di san Bernardo. Ne era convinto l’apostolo Paolo. Per lui, vivere, vivere pienamente non è cavarsela e costruirsi un futuro con le proprie forze: per lui vivere è Cristo! Bisogna acconsentire a un disegno divino che non nega ma sovrasta il nostro pensiero. La vita vera è vivere di Gesù, con Gesù e per Gesù. In qualunque ora della nostra vita ci troviamo, il Padre ci chiama a vivere di Gesù lavorando con impegno alla vigna dell’amore reciproco. Il salario sarà immenso. Sempre sproporzionato rispetto al nostro lavoro!
fr. Antoine-Emmanuel, Frat. Monast. de Jérusalem – Vézelay FR
L’abbraccio con “sorella Morte”
Che cos’è il morire di un seme se non il suo puro abbandonarsi alla madre terra che lo ha accolto? Così, come un piccolo seme, frate Francesco morente «si fece deporre nudo sulla nuda terra». Un gesto simbolico, quasi liturgico: il ritorno al grembo originario che lo aveva partorito e che ora, come uomo, lo generava alla vita eterna. A contatto con la terra respirava il proprio humus, ciò di cui l’umano è plasmato e, per questo, libero, cantava: «Laudato si’, mi’ Signore…».
Dopo otto secoli questa immagine, suggestiva e sobria allo stesso tempo, sembra ridire all’uomo la grande verità che spesso dimentica: è nella nudità e fragilità della condizione umana che ritroviamo la bellezza della nostra forma originaria, quell’umiltà (da humus) che ci restituisce a noi stessi, liberi di essere quello che siamo realmente. Spoglio di ogni apparenza, l’uomo rimane quello che è, riconciliato nel suo limite creaturale, nudo senza provare vergogna o voler intrecciare foglie di fico per coprirsi, consegnato nella sua verità più profonda. Poiché «tanto vale l’uomo quanto è davanti a Dio e non di più» (san Francesco).
Francesco abbracciava sorella Morte segnato già da un altro abbraccio: quello con Cristo crocifisso, che aveva impresso nel suo corpo i segni del suo amore trasformante: a ricordarci che andiamo a Dio con tutto quello che siamo e che, ciò che ha bagnato di amore e di dolore la nostra vita, diviene, in Cristo, evento pasquale.
San Francesco ci ricorda anche che con il corpo si vive, con il corpo si muore, ma anche che con il corpo si risorge!
Poiché è «morendo che si risuscita a vita eterna» (Preghiera semplice). La morte non è solo il passaggio all’eternità della nostra anima immortale, ma la promessa che risorgeremo con tutto quanto siamo stati. Il nostro «corpo spirituale» (cfr. 1Cor 15,44), come seme germogliato, lascerà trasparire dalle sue stesse ferite i segni della sua identità umano-divina più personale e profonda.
Sorelle Clarisse, Monastero Immacolata Concezione – Albano L. (RM)

