Intervista a Ilaria Buonaiuto
- Che artista si sente?
Mi sento un’artista in continuo movimento, curiosa e in ascolto. Non amo definirmi attraverso un’unica etichetta: mi sento prima di tutto un’interprete, qualcuno che cerca di mettersi al servizio delle storie, dei personaggi e del pubblico. L’arte, per me, è un percorso di crescita costante, fatto di studio, dubbi, tentativi e di una grande attenzione alla verità emotiva.
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L’esordio e la visibilità crescente: ci racconta?
Il mio esordio è stato teatrale e molto formativo. Il teatro mi ha dato basi solide, disciplina e un forte senso di responsabilità. Negli anni successivi ho cercato di ampliare il mio percorso, avvicinandomi al cinema, alla televisione e al doppiaggio. La visibilità è arrivata in modo graduale, come conseguenza del lavoro e della continuità, non come obiettivo immediato.
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Fra gli impegni più interessanti la troviamo quale fondatrice di una scuola in campo artistico, “La Pirandello”. Com’è nata l’idea e cosa intende realizzare con tale progetto?
L’idea de “La Pirandello” nasce da un’esigenza molto semplice ma profonda: creare uno spazio che io stessa avrei voluto trovare quando mi stavo formando. Un luogo che non fosse un’Accademia nel senso tradizionale, né una realtà amatoriale, ma un ambiente di studio, ricerca e crescita, dove l’arte fosse prima di tutto uno strumento umano. Con “La Pirandello” intendo costruire uno spazio culturale aperto, accessibile e non elitario, in cui teatro, cinema, parola e corpo dialoghino tra loro. Un luogo in cui si lavora seriamente, con rigore e disciplina, ma senza giudizio, senza finzioni e senza promesse vuote. L’obiettivo non è formare attori o artisti, ma persone più consapevoli, capaci di ascolto, di relazione e di presenza. Che poi queste competenze trovino forma sul palco, davanti a una macchina da presa o nella vita quotidiana, per me è secondario: ciò che conta è il percorso. “La Pirandello” è un progetto radicato nel territorio ma aperto al dialogo, che vuole fare cultura senza vendere fumo, mettendo sempre al centro le persone prima dei risultati.
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Ha lavorato accanto a Giancarlo Giannini e Lello Arena. Quanta soddisfazione?
Non ho lavorato con loro come collega sul set, ma ho avuto l’opportunità di incontrarli in ambito formativo: un workshop di recitazione cinematografica con Giancarlo Giannini e un laboratorio con Lello Arena. Sono state esperienze preziose, perché confrontarsi con artisti di questo calibro, anche da allieva, è estremamente stimolante. Ovviamente mi piacerebbe, un giorno, ritrovarmi con loro sul lavoro da pari, come collega e non più come studentessa.
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Cosa si aspetta dall’attività di attrice e doppiatrice? Successo? Notorietà? Denaro? Oppure, oltre ciò, cosa la stimola in questo percorso?
Il successo, la notorietà e anche la stabilità economica sono elementi importanti, ma non sono il motore principale. Quello che mi stimola davvero è la possibilità di raccontare storie, di mettermi alla prova con personaggi diversi e di crescere come artista e come persona. Sentire di essere credibile, utile, necessaria a un progetto: questo per me è il vero traguardo.
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Spesso la carriera delle donne è contrastata da difficoltà e luoghi comuni. È stato così anche per lei? Ha difficoltà ad ottenere ruoli?
Sì, come per molte donne, non è sempre semplice. Esistono ancora stereotipi legati all’età, all’aspetto, ai ruoli “concessi”. Ho incontrato difficoltà, rifiuti e momenti di stallo, ma cerco di non viverli come un limite personale. Fa parte del mestiere e credo sia importante continuare a lavorare su se stesse, senza perdere lucidità e dignità.
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Qualche aneddoto sui primi incontri con produttori, colleghi, personaggi vari?
Ricordo i primi provini con una grande emozione e anche una certa ingenuità. Col tempo ho imparato che questo lavoro è fatto di incontri umani prima ancora che professionali. Alcuni incontri sono stati deludenti, altri sorprendenti, ma tutti mi hanno insegnato qualcosa sul modo di stare in questo ambiente.
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Qualche rivelazione importante o anticipazione artistica per il 2026?
Preferisco non sbilanciarmi troppo. Posso dire però che sto continuando a formarmi e a lavorare, soprattutto sul fronte del doppiaggio e della recitazione audiovisiva. Il 2026 lo immagino come un anno di consolidamento e di nuove opportunità, più che di “colpi di scena”.
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Se tornasse indietro, artisticamente, cosa non rifarebbe e cosa rifarebbe senza esitare?
Forse non rifarei alcune scelte dettate dalla fretta o dal bisogno di conferme esterne. Rifarei invece senza esitazione tutto il percorso di formazione, anche quello più faticoso: è lì che ho costruito davvero le mie fondamenta.
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Vorrebbe lavorare all’estero?
Sì, mi piacerebbe molto. Credo che confrontarsi con realtà internazionali sia estremamente arricchente, sia dal punto di vista artistico che umano. Non lo vivo come un “fuggire”, ma come un ampliare lo sguardo.
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Una stella di Hollywood del passato che ha la sua ammirazione? E del presente?
Del passato ammiro profondamente Audrey Hepburn, non solo per il suo talento e la sua eleganza, ma per la misura, l’umanità e la forza silenziosa che riusciva a portare nei personaggi. Del presente considero Meryl Streep un riferimento imprescindibile: un’attrice capace di reinventarsi continuamente, attraversando generi e linguaggi diversi con intelligenza, rigore e grande libertà espressiva.
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Cinema italiano, TV, teatro, eventi, radio, web: differenze con le produzioni estere?
In Italia abbiamo una grande tradizione e una forte qualità attoriale, ma spesso meno risorse e meno continuità produttiva rispetto all’estero. Le produzioni americane ed europee hanno spesso una struttura industriale più solida, che permette una maggiore sperimentazione e tutela dei professionisti.
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Secondo lei il mondo è a rischio conflitto nucleare? Gli artisti come possono dare il loro contributo?
Viviamo un periodo storico molto complesso e fragile. Credo che l’arte non possa fermare i conflitti, ma possa contribuire a creare coscienza, empatia e dialogo. Gli artisti hanno il dovere di non anestetizzare, ma di porre domande.
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Quanto è cambiato il mondo artistico dopo la pandemia e con le crisi attuali?
È cambiato profondamente. La pandemia ha messo in luce la precarietà del settore, ma ha anche accelerato nuove forme di produzione e fruizione. Oggi è necessario essere più flessibili e consapevoli.
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Quanto influisce la tecnologia nel suo lavoro?
Molto. Uso quotidianamente smartphone e computer per studio, comunicazione e lavoro. La tecnologia è uno strumento potentissimo, purché non sostituisca il contatto umano e l’esperienza diretta.
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Sull’Intelligenza Artificiale: opportunità o rischio?
Entrambe. Può essere un’opportunità se regolamentata e usata con responsabilità. Il rischio di disumanizzazione esiste, soprattutto in ambito creativo, ed è per questo che credo sia fondamentale difendere il valore dell’interprete umano.
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Se non fosse diventata attrice e doppiatrice, quale altro lavoro?
Probabilmente qualcosa legato all’insegnamento o alla comunicazione. Mi piace trasmettere e condividere.
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La sua soddisfazione più grande, ad oggi?
Essere riuscita a costruire un percorso coerente con me stessa, senza rinunciare alla mia identità, anche nei momenti difficili.
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Quali valori sono importanti per Ilaria?
Il rispetto, l’onestà, la disciplina e l’empatia. Sono valori che cerco di vivere e trasmettere ogni giorno.
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Amore, fede, patria, famiglia, solidarietà: quanto contano oggi?
Credo molto nella solidarietà e nelle relazioni autentiche. In un mondo sempre più veloce e individualista, questi valori restano fondamentali per non perdere l’umanità.
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Un grande sogno nel cassetto?
Interpretare un ruolo complesso e stratificato in un progetto che sento davvero necessario, che lasci qualcosa a chi lo guarda.
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Come immagina il futuro? E come si vede Ilaria?
Immagino un futuro incerto ma ricco di possibilità. Mi vedo ancora curiosa, in ricerca, con il desiderio di continuare a raccontare storie con onestà.
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Ilaria Buonaiuto: a chi pensa di voler dire un semplice “grazie”?
Alla mia famiglia, ai miei maestri, a chi ha creduto in me quando io stessa avevo dei dubbi, e a chi continua a darmi fiducia, anche nei piccoli passi.

