La musica da riscoprire: Giovanni Ferrua
Oggi parliamo di un compositore completamente dimenticato, Giovanni Ferrua (1843-1919).
Solo grazie a un meticoloso lavoro di ricerca, condotto dal Maestro Igor Bergese si è riusciti a riportare in vita le sue memorie e le sue musiche. Ricordiamo il successo del concerto a Cherasco, città natale del Ferrua, in cui abbiamo potuto godere nuovamente la bellezza delle sue musiche.
Abbiamo incontrato il Maestro Bergese per farci raccontare alcune cose a riguardo
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Buonasera Maestro, chi era Giovanni Ferrua?
Buonasera a lei e a tutti voi appassionati di cultura e storia musicale a 360 gradi. Grazie per questa domanda che mi fa particolarmente piacere, anche se mi costringe ad una incredibile sintesi, non facile, di informazioni e conoscenze storiche raccolte in quasi trent’anni di ricerche storico-musicologiche nella mia opera editoriale “Giovanni Ferrua e Gina Lagorio, una trama avvincente”. Giovanni Ferrua nasce dunque a Cherasco il 31 maggio del 1843, figlio di calzolai ma ricco di talento musicale da vendere (già a dodici anni sostituiva l’organista di S. Pietro) che avrà modo di esplicare, grazie all’aiuto della potente famiglia Galateri, studiando a Bologna al Conservatorio ed ottenendo il Diploma di Maestro Onorario nella stessa Accademia, dove cento anni prima Mozart aveva trionfato con tutti gli onori. Successivamente ritorna in patria e dal 1872 fino al 1922 (con la sua numerosa famiglia) gestisce la complessa realtà musicale cheraschese, ricca di concerti, balli presso le dimore aristocratiche e manifestazioni filarmoniche per tutta la cittadinanza. Morirà nel 1919, contemporaneamente alla scomparsa della Belle Époque, che tanto aveva animato a livello provinciale e nazionale, con la diffusione capillare della sue musiche.
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Che musica fu quella del Ferrua?
Fu la musica del suo tempo, alla moda e scritta bene, con tutti i crismi e la valentia tecnica che richiedeva dal punto di vista contrappuntistico (anche insospettabilmente nei ballabili) ed armonico. Una produzione davvero sterminata, oltre 600 opere tra brani per pianoforte, pièces e romances de salon, musica corale per coro maschile e misto, messe e opere liriche, trascrizioni per organici vari del suo amato J. Strauss che diffuse in tutto il cuneese, danze popolari autoctone e straniere, marce e brani per complessi misti di fiati e archi (società filarmoniche), musica sacra (ad es. Vergine Madre sul canto XXXIII del Paradiso di Dante) dal rossinismo al cecilianesimo, organistica e liturgica per ogni occasione ed infine musica didattica e patriottica per l’educazione musicale a scuola.
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Fu molto legato alla sua città Cherasco, dove ambientò un’opera, giusto?
Proprio così, legatissimo e perfettamente inserito nella comunità cheraschese (non immune, tuttavia, da beghe e dispute con le varie amministrazioni, che spesso lesinavano o tardavano a pagare le prestazioni artistiche svolte) al punto da creare in combinata con altri due amici benemeriti della città, padre G. B. Adriani e il pedagogistica Bartolomeo Rinaldi il grande progetto “Adalgisa di Manzano”, l’opera lirica dove l’eroina, con il sacrificio della sua vita, permise l’unione di più casate nobiliari (spesso in lizza fra di loro) e la realizzazione di Cherasco (Clarascum, la città dall’aria chiara per i Romani) come libero Comune nel 1243.
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Da quello che è emerso ricevette anche dei premi importanti, come si spiega la scomparsa delle sue memorie?
Certamente ottenne molti successi, quando era in vita: Diploma accademico filarmonico, Un matrimonio impossibile all’Opera Comique di Parigi e a Venezia, Premio internazionale di Tosti, rappresentazioni liriche al Teatro Alfieri e altri pubblici encomi, non solo nella sua piccola ma preziosa Cherasco, un “piccolo nucleo lucente” come sottolineava la mia mentore Gina Lagorio. In tutto questo fu supportato pure dalla sua numerosa famiglia (almeno tredici figli, se tutti gli atti di nascita sono stati ritrovati) all’interno della quale la maestra Pia, don Ernesto, Giuseppe, Carlo fino a giungere all’ultima discendente la nipote cantante Anna (1923-1984), si dedicarono alla realizzazione e alla diffusione della sua musica. Come accade in tutti gli ambiti, è necessario proseguire la tradizione e rimanere al passo con i tempi, ma ciò che avvenne dopo la prima e seconda guerra mondiale spazzò via un certo mondo musicale e culturale che soltanto dagli anni ‘80 la musicologia ufficiale incominciò a considerare con attenzione e senza snobismo. Voglio ricordare che i miei studi si sono recentemente e proficuamente incrociati con il poderoso lavoro sulla musica concentrazionaria di matrice ebraica realizzato dal valente amico Raffaele Deluca in “Tradotti agli estremi confini” (Ed. Mimesis, 2019), poichè Anna, l’ultima erede, si era sposata con Kurt Sonnenfeld, musicista ebreo internato nell’Italia fascista, oggetto di tali studi. Dunque, altre scintille son vive sotto la brace (sorridendo)!
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Qual è l’importanza di riscoprire questo compositore?
Direi che si tratta di un gioco di scatole cinesi, dove ne apri una e scopri altri riferimenti che ti portano avanti nelle ricerche, così come mi sono contemporaneamente dedicato ad altri autori piemontesi che a poco a poco mi hanno squadernato davanti un mondo provinciale e poi regionale di grande qualità, perlopiù ignoto ai musicologi di settore. Lo devo, questo amore crescente degli antichi manoscritti, sicuramente, all’incontro e collaborazione (ormai quasi trent’anni fa) con Alberto Basso e l’Istituto per i beni musicali in Piemonte, una vera fucina di talenti musicologici ed expertise. Riscoprire, dunque, Giovanni Ferrua e poi Adolfo Gandino, Vincenzo Davico, Vittorio Baravalle e molti altri musicisti-compositori di elevato interesse musicologico, permette di visualizzare un ricco e brulicante mondo di personalità che hanno scritto buona musica in contemporanea con le grandi genialità del momento e che meritano di essere ascoltate per riannodare una gloriosa tradizione in sinergia con l’incalzante progresso tecnologico. Per chi fosse interessato alla storia completa di Cherasco con i Ferrua e i potenti Galateri, vi invito sulla mia pagina Facebook “Giovanni Ferrua & Gina Lagorio, una trama avvincente”, dove avrete l’opportunità di ottenere il frutto adorato e sudato del mio lavoro con un piccolo investimento molto speciale. Grazie per questa opportunità di condividere con il pubblico le mie passioni e il contributo ad un ascolto sempre più consapevole.

