La regalità sociale di Cristo
Promuovere i veri valori cristiani per non piegarsi ai poteri umani.
La dottrina della regalità sociale di Cristo, sorta necessità di realizzare il regno di Cristo non solo in senso spirituale ma anche tramite l’istituzione di una società fondata sui principi morali cristiani.
Scriveva Leone XIII nell’enciclica Tametsi futura: “Anche nel convivere umano e nella civile società deve imperare la legge di Cristo, così che non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica essa sia guida e maestra». Egli spiegava che rifiu tare l’impero di Cristo nell’illusione di essere più indipendenti, espone al rischio di cadere nelle mani di un potere umano. La dottrina fu sostenuta dai successivi pontefici, da Pio X a Pio XI, il quale istitui la festa di Cristo Re con l’enciclica Quas primas (1925). Egli paventava il rischio di un disordine sociale causato dalla laicizzazione dello stato.
Allontanato, infatti, […] Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire».
La teoria della regalità sociale di Cristo si intreccia strettamente col culto del Sacro Cuore, immagine visibile del “Re d’amore”, e una delle sue pratiche è l’intronizzazione del Sacro Cuore nelle famiglie. Si tratta di un gesto concreto, un rito celebrato da un sacerdote col quale un’immagine del Sacro Cuore viene solennemente posta in un luogo centrale dell’abitazione, per diventare il fulcro materiale e spirituale della famiglia, intesa come cellula fondamentale della società. Un’idea tutt’altro che sorpassata; su un concetto molto simile si basa, infatti, la spiritualità promossa da san Josemaría Escrivá de Balaguer per i laici, incentrata sull’aspirazione alla santità dei singoli e delle famiglie per costituire una società di persone libere, tutte con gli stessi diritti e doveri davanti allo stato, che insieme si impegnano concordemente e attivamente a promuovere il bene comune, applicando i principi evangelici».
Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor hominis (1979) ribadiva la necessità di spalancare le porte a Cristo in ogni aspetto della vita sociale. Nel muovere l’accorata esortazione egli era stato senz’altro influenzato dalla propria esperienza in un regime totalitario. A circa 50 anni di distanza, la realtà dell’Occidente post-cristiano è, piuttosto, la dissoluzione di ogni principio morale, estrema conseguenza del liberalismo. Se al giorno d’oggi sembra anacronistico parlare di uno stato confessionale, occorre però ammettere che si vanno realizzando i rischi prospettati dai pontefici dello scorso secolo. Un impegno, almeno personale, di tutti i fedeli nel promuovere gli autentici valori cristiani, è necessario perché sia garantita una vera libertà, rispettosa della dignità umana, dei più deboli, delle minoranze e della vita in ogni sua stagione.
p. Giorgio Maria Faré, OCD

