La vera via della felicità
Le beatitudini capovolgono i criteri del mondo. La gioia la costruiamo ogni giorno: non nel possesso e nella chiusura, ma nel dono, nella mitezza e nell’operare per la pace. Oggi ricorre la 48ª Giornata per la vita.
Vogliamo un futuro per noi, per le nostre famiglie, per tutto il pianeta? Il profeta Sofonia ce ne indica la strada: «Cercate la giustizia, cercate l’umiltà!». Giustizia e umiltà sono la via verso un domani di luce. Esitiamo? Allora, come già le folle sul monte delle beatitudini, avviciniamoci a Gesù che si è messo a sedere come un nuovo Mosè e ascoltiamolo. Anche Gesù afferma che un futuro di luce è possibile. La via che vi conduce è la povertà nello spirito del discepolo, la mitezza, la ricerca della volontà di Dio, la misericordia, la purezza di cuore, il coinvolgimento nell’artigianato della pace. È una via di umiltà che sposa la croce, che ci unisce alla passione di Gesù, sì, ma il suo esito è tutto luminoso, è consolazione e pace. Con una novità straordinaria: è già beatitudine quaggiù. L’umiltà evangelica è già gioia. Perché ci innesta fin da ora su Gesù risorto! Per la cultura odierna è stoltezza, è debolezza? Purtroppo, sì! Ma è, e rimane, la via regale per il vero bene dell’umanità. Signore Gesù, prendici per mano e guidaci sulla via della tua umiltà!
fr. Antoine-Emmanuel, Frat. Monast. de Jérusalem – Vézelay FR
Sulla via di Damasco
L’apostolo Paolo probabilmente non ha conosciuto Gesù, né ha fatto parte del gruppo dei suoi discepoli. Fece però l’esperienza di Gesù risorto sulla via di Damasco, una grande città (nell’attuale Siria), verso la quale era diretto per arrestare e imprigionare i cristiani. Aveva ricevuto questo incarico da parte delle autorità di Gerusalemme, le quali ritenevano la predicazione di Gesù e il movimento che ne era originato un tradimento della loro tradizione religiosa, radicata nella Legge data da Dio a Mosè. Lungo il cammino verso Damasco, Gesù appare a Paolo nello stesso modo in cui era apparso agli apostoli dopo la risurrezione (cf. 1Cor 15,3-11). Questo “incontro” con Gesù ebbe un tale effetto su Saulo (nome ebraico di Paolo) che, da persecutore («Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»: At 9,4) diventa apostolo, convertendosi alla causa di Gesù e del Vangelo. Pensando all’evento di Damasco, Paolo esprime profonda gratitudine verso il Signore Gesù, che lo ha guidato a una svolta decisiva per la sua vita: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede» (1Tm 1,12-13). «Reso forte da Cristo», Paolo diventa l’apostolo che annuncia il Vangelo con lo stesso ardore che lo distingueva nel praticare l’ebraismo: «Superavo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri» (Gal 1,14). È perciò l’evento di Damasco a svelarci la vera identità di Paolo, convertito a Cristo e apostolo del suo Vangelo. Tarso, sua città natale, lo ha reso, sì, uomo di tre culture (ebraica, greca, latina): ma Paolo non è un intellettuale. Gerusalemme è, sì, il cuore e il centro della fede di ogni ebreo, ma dopo l’evento di Damasco Paolo è cristiano.
don Primo Gironi, ssp, biblista

