Munch. Il grido interiore
Inaugurata alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Regina Sonja di Norvegia a Roma, a Palazzo Bonaparte, presente anche il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, la mostra racconta l’universo di Edvard Munch (Norvegia, 1863-1944), il percorso umano e la produzione, evidenziando quanto l’artista abbia perseguito la costante ricerca dell’ispirazione visiva.
Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione col Munch Museum di Oslo, la mostra è a cura di Patricia G. Berman che è una delle più grandi studiose al mondo di Munch, con la collaborazione scientifica di Costantino D’Orazio.
“Siamo onorati ed orgogliosi di aver potuto realizzare questo grandioso progetto – commenta Iole Siena, Presidente di Arthemisia -. Munch mancava da molti decenni in Italia e il grande successo riscosso nella prima tappa a Milano ci ha confermato quanto grande sia l’amore del pubblico verso questo artista immenso, capace di darci emozioni fortissime”.

Tra i padri fondatori dell’arte moderna, Munch è considerato un precursore dell’Espressionismo e uno dei più grandi esponenti simbolisti dell’Ottocento, rappresentando sentimenti, passioni e inquietudini del suo mondo interiore in maniera potente e tragica.
Plasmato inizialmente dal naturalista norvegese Per Lasseu Krohg, col quale iniziò la carriera pittorica nel 1880, nel 1885 a Parigi subì le influenze impressioniste e postimpressioniste con un uso del colore più intimo, drammatico ma soprattutto un approccio psicologico.
A Berlino contribuì alla formazione della Secessione Berlinese, nel 1892 tenne la prima personale reputata scandalosa, incarnando la figura dell’artista eversivo e maledetto.
La sua vita è stata segnata da grandi dolori che lo hanno trascinato ai limiti della follia: la perdita prematura della madre e della sorella, la tragica morte del padre e di un fratello, la pazzia di una sorella, la tormentata relazione con la fidanzata Tulla Larsen. Una vita precaria vissuta “sull’orlo di un precipizio” che lo portò all’alcolismo e a una crisi psicologica, fino al ricovero in alcune case di cura tra il 1908 e il 1909.
Decidendo di vivere isolato, si rifugiò nella sua proprietà di Ekely a Oslo, dove morì nel 1944.
La capacità di cogliere sensazioni e sentimenti lo colloca all’avanguardia dell’arte europea del XX secolo. La sua esplorazione artistica della percezione e la messa in discussione dell’oggettività della vista, che si collegano storicamente ai nuovi campi della psicologia, lo rendono consapevole che l’esperienza del mondo è filtrata dalle emozioni. Negli scritti afferma che la sua vista veniva influenzata dai sentimenti e dalle impressioni sensoriali, come il suono: “non dipingo la natura, prendo spunto da essa, non dipingo ciò che vedo ma ciò che ho visto”. Nell’Urlo, infatti, il grido silenzioso riempie il cielo di onde sonore.

La sua arte, non giustificabile solo dall’infelice biografia, assurge a livello universale grazie a un eccezionale talento, che trasforma il grido interiore in capolavoro. I suoi volti senza sguardo, i paesaggi stralunati, l’uso potente del colore riescono a raggiungere ogni essere umano, trasformando le opere in messaggi universali del malessere esistenziale che affligge ogni essere umano. Ciò lo ha reso uno degli artisti più iconici del Novecento.
Nel corso della sua lunga vita l’artista realizzò migliaia di stampe e dipinti, riempì fogli di annotazioni, aneddoti, lettere e una sceneggiatura per il teatro, comunicando le proprie percezioni su temi universali come la nascita, la morte, l’amore e il mistero della vita, le instabilità dell’amore erotico, il disagio prodotto dalle malattie fisiche e mentali e il vuoto lasciato dalla morte.
L’inizio della sua carriera coincide, alla fine dell’Ottocento, col dibattito tra scienziati, psicologi, filosofi e artisti sulla relazione tra la visione dell’occhio e la percezione della mente. Il suo interesse per le forze invisibili che danno forma all’esperienza condizionerà l’intera espressione artistica che punta a rendere visibile l’invisibile.
Prima sezione – Allenare l’occhio. Le visioni interiori dei ricordi danno forma alla percezione della realtà. Negli anni berlinesi entra in una stretta comunità di scrittori, scienziati e libertari che studiano la teoria psicologica e le espressioni dell’inconscio. Presta attenzione a immagini, suoni, colori e vibrazioni percepibili nell’aria, che filtrano le sue esperienze del mondo.
Seconda sezione – Quando i corpi si incontrano e si separano. Nonostante intenda il rapporto tra uomini e donne come una battaglia tra i sessi, Munch esprime empatia verso le persone dominate dalla seduzione e dalla dissoluzione dell’amore. Negli anni ‘90 comincia a organizzare le immagini di desiderio erotico, risveglio sessuale e desolazione nella serie “Amore” che nei decenni successivi trasforma nella serie “Il Fregio della vita”.
Terza sezione – Fantasmi. L’artista rappresenta l’infanzia costellata di lutti in opere allucinate con immagini di corpi che si dissolvono, quasi una caccia ai fantasmi, come nella scenografia per la rappresentazione berlinese di Spettri di Henrik Ibsen.
Quarta sezione – Munch in Italia. Il primo viaggio in Italia nel 1899 assieme a Tulla Larsen, a Firenze è segnato da malattia e alcol. A Roma studia Raffaello, e i dipinti monumentali successivi sono un tributo al Rinascimento italiano: “Penso alla Cappella Sistina… Trovo che sia la stanza più bella al mondo.” Torna in Italia nel 1922 (“più gloriosa che mai”) e visita la Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Nel 1927 trascorre un mese a Roma, dove si reca in pellegrinaggio al Cimitero Acattolico sulla tomba dello zio, Peter Andreas Munch, lo storico più famoso di tutta la Norvegia, morto a Roma lo stesso anno della nascita di Edvard.
Quinta sezione – L’universo invisibile. La cosmologia personale di Munch è modellata sull’idea che l’ambiente fisico e i corpi umani agiscano gli uni sugli altri, permettendo alle energie invisibili (come le radiazioni solari, l’elettromagnetismo, la telepatia, la crescita cellulare) di interagire con il mondo visibile.
Sesta sezione – Di fronte allo specchio (Autoritratto). Munch è stato prolifico di autoritratti, esplorando su sé stesso espressione, postura, piani di luce e ombra e altre caratteristiche, per condividere il suo stato psicologico. A settant’anni si rappresenta come una figura instabile, e lo specchio è uno strumento complice durante i tentativi di auto-invenzione.
Settima sezione – L’eredità di Munch. L’artista ha intrecciato vari generi con un potere evocativo contemporaneo. Il suo immaginario disturbante, inquieto, eppure seducente, emerge dalla personale costruzione dello spazio attraverso una prospettiva irregolare. Amalgama la tradizione rinascimentale con le novità dirompenti del Postimpressionismo e con la generazione emergente degli espressionisti in un linguaggio personale che apre alle Avanguardie del XX Secolo, destinate a definire il nostro immaginario e a raccontare le nostre emozioni più profonde.
La mostra ha come main partner Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Poema, e gode del patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Lazio, del Comune di Roma-Assessorato alla Cultura, della Reale Ambasciata di Norvegia a Roma e del Giubileo 2025-Dicastero per l’Evangelizzazione.
A corredo è previsto un ricco palinsesto di eventi che coinvolgerà diverse realtà culturali della città per approfondire la figura dell’artista e i temi delle sue opere.

