Tutti mangiarono a sazietà
A saziare la fame della gente, oggetto della cura di Gesù, non è solamente un pane che è bastato per tutti, fino ad avanzarne. A saziarla davvero è il modo con cui è stato offerto. Alla sua origine c’è il “poco” che viene condiviso, riponendo la propria fiducia in Dio, che rende persino i nostri limiti, se vissuti in una logica di dono e di condivisione fraterna, capaci di bastare alla fame di tutti. Ci sono poi una cura e una responsabilità personali da vivere. Ai discepoli, i quali vorrebbero che ciascuno si arrangi come può, Gesù dice che devono impegnarsi in prima persona: «Voi stessi date loro da mangiare». A sfamare gli altri non è tanto il pane che offriamo, ma la prossimità relazionale con la quale ci facciamo carico del loro bisogno. In questo stile traspare già il mistero dell’Eucaristia, segno reale del Corpo e del Sangue di Cristo. Egli fa persino del limite estremo, qual è la morte, un dono da condividere, offrendo la propria vita per la vita di tutti. E noi, mangiando il suo pane, siamo chiamati a farlo in sua memoria. È tutta la nostra vita che deve ricordare ciò che celebriamo, attraverso i gesti di condivisione e di cura che possiamo vivere ogni giorno.
d. Luca Fallica, Abate di Montecassino
Eucaristia, roveto ardente
Ripercorriamo alcune profonde meditazioni sull’Eucaristia, che conducono al cuore del mistero dell’Amore divino. Il cardinale Giuseppe Siri (1906-1989) scriveva: «Le Chiese possono essere vuote, ma Cristo nel tabernacolo non è inutile, perché l’Eucaristia, sia attraverso il Sacrificio, sia attraverso il Sacramento permanente, è una fonte di forza, di grazia, di benedizione, di salvezza incessante. Ricordiamoci che è di lì che si germinano i vergini e le vergini, è di lì che sorgono i fond\atori, è di lì che resistono i combattenti, è di lì forse che attraverso una vita apparentemente lontana da Dio si prepara la finale di salvezza nella sua misericordia, ma la si prepara attraverso questa Presenza, che appare a noi silenziosa e inerte, e non è né silenziosa né inerte. Non dobbiamo compiangere la solitudine che spesso è intorno ai Tabernacoli… Dobbiamo rimpiangere, dico rimpiangere e a piena ragione, coloro che si dimenticano che Gesù Cristo sta lì ad attenderli». È quanto sperimentò il beato Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Famiglia Paolina, nella lunga notte trascorsa, giovanissimo, in adorazione del SS. Sacramento, in cui ricevette la grazia di comprendere la volontà di Dio nella sua vita. Lo ricorda nella sua autobiografia: «Una particolare luce venne dall’Ostia santa, maggior comprensione dell’invito di Gesù: “Venite ad me omnes”, gli parve di comprendere il cuore del grande Papa [Leone XIII], gli inviti della Chiesa, la missione vera del sacerdote. Gli parve chiaro quanto diceva Toniolo sul dovere di essere gli Apostoli di oggi, adoperando i mezzi sfruttati dagli avversari. Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e agli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto». Il venerabile mons. Fulton Sheen (1895-1979), a chi gli chiedeva dove attingesse la sua forza, confidava: «In 55 anni non mi sono mai perso di passare un’ora al giorno di Adorazione alla Presenza di Gesù Nostro Signore nel SS. Sacramento. Ecco da dove viene il potere. Ecco da dove nascono i sermoni. È di lì che viene concepito ogni buon pensiero». In effetti fu sempre fedele all’Ora santa di Adorazione, che considerava “partecipazione all’Opera della Redenzione”, dal giorno dell’ordinazione (20 settembre 1919) al giorno della morte (9 dicembre 1979), che avvenne, appunto, davanti al SS. Sacramento. Concludiamo con la beata Maria Candida dell’Eucaristia (1884-1949), la mistica carmelitana per la quale l’Eucaristia è scuola, cibo, incontro con Dio, fusione di cuore, sapienza di vita, tanto da scrivere: «Il Cielo stesso non possiede di più. Quell’unico tesoro è qua, è Iddio! Veramente, sì veramente: mio Dio e mio Tutto».
Maria Pamela Barsotti

