Una luce rifulse sulle nostre tenebre
Gesù inizia la missione in Galilea, terra di frontiera. Anche noi, come i primi discepoli, siamo chiamati a lasciare le nostre “reti” sicure per seguirlo e servire il suo Regno con coraggio. Oggi ricorrono la Domenica della Parola e la 73ª Giornata dei malati di lebbra, e si conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
«Convertitevi!». È questa la prima parola di Gesù all’inizio del suo ministero in Galilea. Perché convertirsi? «Perché il Regno si è fatto vicino!». Perché un dono di Dio straordinario ci viene offerto nella persona di Gesù. Come san Paolo, abbiamo bisogno di convertirci, di passare alla novità del Vangelo. La conversione non è un fatto del passato riservata ad alcuni santi famosi come Agostino: è la nostra comune chiamata proprio oggi. Convertirsi significa accogliere la vittoria di “Madian” nella nostra vita, ossia la vittoria di Dio, la vittoria della luce sulle tenebre nascoste del nostro cuore. Perché c’è in noi una “Galilea” che aspetta la luce di Cristo! Quale sarà il frutto della conversione? È il divenire comunità con gli altri fratelli e sorelle. La conversione si verifica nella “unione di pensiero e di sentire” che Paolo raccomanda ai cristiani di Corinto, nel non permetterci mai più di coltivare divisioni e rancori. Oggi, Gesù passa sulla riva della nostra vita e ci chiama a seguirlo insieme ad altri fratelli e sorelle. Lasceremo le nostre reti per seguirlo insieme ad altri?
fr. Antoine-Emmanuel, Frat. Monast. de Jérusalem – Vézelay FR
L’apostolo Paolo e le sue lettere
Le prime comunità cristiane hanno saputo esprimere grandi figure: fra queste emerge l’apostolo Paolo. Conosciamo questo importante personaggio attraverso le sue lettere e attraverso il libro degli Atti degli Apostoli. Paolo, infatti, ha scritto 13 lettere alle comunità cristiane da lui fondate (eccetto quella di Roma), servendosi di questo particolare modo di comunicare, per sentirsi unito a loro, per guidarle e rafforzarle nella fede. Gli Atti degli Apostoli sono il libro del Nuovo Testamento che descrive le origini delle prime comunità cristiane. L’apostolo Paolo vi è presentato nella sua attività di evangelizzazione che lo spinge verso il mondo dei non ebrei (i “gentili”), per portare anche a loro l’annuncio del Vangelo, affrontando la fatica di lunghi viaggi missionari, che da Gerusalemme lo condurranno a Roma.
La città di Tarso, nell’attuale Turchia meridionale, è il luogo della nascita di Paolo (forse il 9/10 d.C.) e della sua prima formazione. Qui ebbe una profonda educazione religiosa, ispirata all’ebraismo più rigoroso, quello praticato dal gruppo dei farisei (cf. Fil 3,4-6), mentre a Gerusalemme perfezionò la conoscenza delle Scritture, alla scuola di un maestro famoso, Gamaliele (cf. At 22,3).
A scuola il giovane Paolo imparò l’ebraico, la lingua della Bibbia, il libro della fede, che egli cominciò subito ad amare e studiare, fino a farlo vita della sua vita. In casa parlava l’aramaico, la lingua usata anche da Gesù nella sua predicazione, raccolta nei Vangeli. Paolo parlava e scriveva bene anche il greco, la lingua più diffusa nell’impero romano, la “superpotenza” che dominava gran parte del mondo allora conosciuto. Questa lingua gli rese più facile la predicazione del Vangelo fuori dai confini del limitato mondo ebraico. Ma favorì anche la composizione delle sue lettere, giunte a noi scritte in greco e che alla domenica ascoltiamo in ogni chiesa, tradotte nelle nostre lingue moderne.
don Primo Gironi, ssp, biblista

