Visita a Calatabiano
Calatabiano (Cattabbianu in siciliano) è un comune italiano di 5.099 abitanti della città metropolitana di Catania in Sicilia.
Calatabiano è posta a 62 metri d’altitudine, a meno di 3 chilometri dal Mar Ionio. Il suo territorio, delimitato a nord dal corso del fiume Alcantara, è costituito da una fertile ed ottimamente irrigata piana alluvionale e dalle retrostanti colline. Dista 42 chilometri da Catania e 58 chilometri da Messina.
La popolazione è concentrata per circa il 75% nel centro capoluogo, e per la restante parte nella frazione di Lapide Pasteria.
Calatabiano è un comune facente parte del Parco fluviale dell’Alcantara.
La storia di Calatabiano è strettamente collegata a quella del suo castello, che si erge su un’altura a 160 metri d’altitudine, all’imboccatura meridionale della Valle dell’Alcantara. Con tutta probabilità, stante l’importanza strategica e militare del sito, una fortezza doveva già essere presente in epoca greca e forse addirittura sicula. A tal proposito Julius Schubring sostenne che i Siculi dovevano tenere un caposaldo all’imboccatura della valle, di fronte al monte Tauro, nominato come Castello di Bidio, ma tale ipotesi non è mai stata suffragata dai reperti archeologici rinvenuti, che hanno invece datazione posteriore al IV secolo d.C..
Il castello, nella sua conformazione attuale, con l’annesso borgo collinare cinto da mura merlate, è riconducibile a una prima fortificazione sommitale di epoca normanna. La monetazione bizantina ritrovata va dall’epoca dell’Imperatore Eraclio all’Imperatore Leone VI. I ritrovamenti archeologici dell’ultima campagna di scavi del 2008/2009 non hanno dato alcun segno di frequentazione araba del sito. Il toponimo del paese è di derivazione dall’arabo kalaat (castello), mentre -biano non è riconducibile a un nome arabo.
Sotto il dominio normanno, regnando Ruggero II, nel 1135 fu fondata l’attuale Calatabiano e fu elevata a baronia. In epoca sveva, dopo la morte di Federico II, il castello fu dato da Corrado IV a Giovanni Moro, servitore musulmano di suo padre. Dopo la morte di Corrado, Giovanni passò al fianco di Innocenzo IV mettendosi contro Manfredi di Hohenstaufen: in una lettera del 3 novembre 1254, il papa conferma a Giovanni Moro alcuni possedimenti, tra cui il castrum di Calatabiano, in cambio dei quali Giovanni doveva garantire, alla bisogna, aiuto militare per la difesa del Regno di Sicilia.
Tra i vari signori che si succedettero nel corso dei secoli, il periodo più fulgido nella storia di Calatabiano si ebbe con la signoria dei Cruyllas. Famiglia di origine catalana, i Cruyllas ottennero la baronia nel 1396 tenendola per circa un secolo, ingrandendo il castello ed edificando la Chiesa del Santissimo Crocifisso. Esauritasi la successione per linea maschile, questa continuò per linea femminile con il passaggio della signoria prima ai Moncada e poi ai Gravina, principi di Palagonia.
Nel 1544 si ebbe la venuta del pirata Dragut che, sbarcato sul lido di San Marco, espugnò e saccheggiò il borgo. Nel 1677, a seguito della rivolta antispagnola di Messina i francesi assediarono lungamente il castello, venendo respinti dai 150 difensori spagnoli e poi sopraffatti dai soverchianti rinforzi.
Il borgo e il castello vennero completamente abbandonati a seguito del Terremoto del Val di Noto del 1693, che danneggiò gravemente l’abitato. La popolazione si reinsediò ai piedi della collina da dove da qualche decennio insisteva già un piccolo insediamento, primo nucleo della Calatabiano moderna, che progressivamente si espanse sulla pianura.

Nel 1813 il parlamento siciliano decretò la fine del feudalesimo nell’isola, elevando nello stesso anno il territorio di Calatabiano a comune autonomo, con i confini che ha mantenuto fino ad oggi.
L’economia di Calatabiano è storicamente basata sull’agricoltura: le colture che insistono sul territorio sono prevalentemente agrumicole in pianura, mentre le colline, più povere d’acqua, sono coltivate prevalentemente ad ulivi. Coltura tipica è la nespola del Giappone, la cui produzione si aggira sulle 800 tonnellate annue. L’allevamento è prevalentemente ovino e bovino. Le attività della piccola industria si sono sviluppate soltanto recentemente, aggiungendosi alla lavorazione della carta e alla produzione della calce. Il lido di San Marco, con i suoi 2,5 chilometri di spiaggia di ciottoli, costituisce il principale polo turistico.
I solenni festeggiamenti in onore di San Filippo Siriaco, protettore e compatrono della città, avvengono ogni anno nel mese di maggio. Il fitto programma è sempre ricco di tante iniziative sia religiose che civili. Il tutto ha inizio la prima domenica di maggio.
“A Calata di San Fulippu”
La tradizionale “calata” di San Filippo Siriaco (conosciuto meglio come S. Filippo d’Agira) si svolge dall’ormai lontano 1766, il sabato che precede la terza domenica di maggio. (“A calata”, dal dialetto siciliano, “la discesa”). L’antica tradizione vuole che il fercolo con il ligneo simulacro reliquiario del santo venga portato di corsa,a spalla in soli 6 minuti da 100 devoti portatori dalla chiesa del S.s. Crocifisso sul monte castello (l’antica chiesetta del 1484, dimora e luogo ove per tutto l’anno è custodita la statua dell’esorcista e ovviamente il punto di partenza della folle discesa) fino alla chiesa matrice Maria S.s Annunziata situata nella piazza centrale del paese. Il significato profondo e interno di questo secolare rito è legato alla vita di San Filippo. Egli infatti, secondo fonti storiche, fu in vita un presbitero con le doti di esorcista, uno “scaccia demoni”, quindi l’emblema di questa corsa non è altro che la rievocazione della stessa corsa che il santo faceva per inseguire i demoni fino all’inferno dal quale ne usciva ricoperto di fuliggine (motivo per il quale il volto e le mani del statua sono dipinte con il colore nero). La mattina del Sabato, i fedeli si recano alla chiesa sul colle per “vestire il santo con i fiori”, si tratta di una particolare liturgia nel quale, il fercolo che poi verrà utilizzato, viene adornato con fiori benedetti di vari colori e la statua del santo viene posta su di esso. Vi è la vestizione del simulacro dei paramenti sacri e dei vari simboli come il Vangelo nella mano destra e le piante con la croce in argento nella mano sinistra.
La “Calata” ha inizio alle 18:30, quando tre colpi di cannone annunciano l’inizio della spettacolare e vertiginosa discesa. Il busto reliquiario del Siriaco, contenuto all’interno di un apposito fercolo dal peso di circa una tonnellata e sorretto a spalla dai prima citati devoti, parte dalla Chiesa del Ss. Crocifisso e percorre l’accidentata e impervia strada in gradoni di pietra bianca che oltre che alla suddetta chiesa, conduce anche all’antico castello collocato sulla sommità della collina e alla antica chiesa della Madonna del Carmelo, situata qualche metro dopo la chiesa del Ss. Crocifisso. Durante tutta la spericolata e folkloristica processione, i fedeli che vi assistono e che vi partecipano assiepati lungo il cammino provano grande pathos e devozione, specialmente quando il simulacro di San Filippo giunge al termine del ripido sentiero, la cosiddetta “curva pericolosa”; questo punto della discesa si rivela sempre molto difficile per i portatori del santo e diverse volte (la più recente nel 2006) si sono verificati degli incidenti con la caduta del fercolo. Superata quest’insidia, la “calata” prosegue fino alle porte di Calatabiano, nel luogo denominato “prima croce” dove la processione sosta per alcuni minuti (in modo da concedere ai devoti un attimo per rifiatare) per poi riprendere fino alla Chiesa Matrice ove la statua del protettore viene posta alla venerazione dei fedeli.
“U giru”
L’indomani, la terza domenica di Maggio verso sera, ha luogo la solenne processione con il simulacro di San Filippo per tutte le vie della città, in questo caso però la processione viene effettuata con un apposito fercolo a ruote. “U giru” (dal dialetto) si conclude con l’esecuzione di uno spettacolo pirotecnico ed il rientro del santo in chiesa.
“L’acchianata”
I festeggiamenti si concludono la domenica successiva, il giorno della denominata “ottava”, con “l’acchianata” (dal dialetto sciliano, “la salita”), ovvero la risalita del fercolo al monte Castello che avviene alle 19:00. Dalla chiesa matrice Maria S.s Annunziata fino alla chiesa del S.s. Crocifisso. Questo non è altro che il percorso inverso alla “calata”, in questo caso più faticoso estremante. In poche parole è difficile esprimere la grande commozione e l’emozione provata dai fedeli presenti e la fatica espressa dai devoti portatori durante il ripido cammino in salita, e questo lo si ha prova soprattutto quando la statua del santo raggiunge l’ultimo tratto di strada che lo separa dalla propria dimora. Si assiste veramente ad una scena toccante, che vede il fercolo ondeggiare, a tratti quasi barcollare e avanzare lentamente sorretto dall’indomita forza dei portatori e di quei fedeli che si sono uniti durante il percorso e che contribuiscono anche loro con le proprie forze ad aiutare, a spingere in avanti per riportare San Filippo “a casa”.
Osteggiato e vinto anche l’ultimo “pericolo”, il santo giunge all’ingresso della chiesa, dove viene riposto. Infine i portatori ormai stanchi, affaticati, quasi esanimi dopo aver trovato ristoro e dopo aver sostato per alcuni minuti, procedono poi alla traslazione dal fercolo e alla chiusura del santo nella propria cappella. I fiori benedetti che hanno adornato le colonnine del fercolo per tutta la durata dei festeggiamenti, ormai secchi e appassiti vengono raccolti dai fedeli.

