Eccomi, manda me!
Rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio è la risposta di Gesù a una domanda tranello.
È chiaro che solo a Dio si deve dare tutta la nostra persona e che, al contempo, va dato il proprio contributo leale alle istituzioni civili. Questo Gesù lo insegnerà con la sua vita e l’obbedienza della Croce, quando i suoi avversari sceglieranno di stare dalla parte del potere umano e non dalla parte di Dio.
Oggi ricorre la 97a Giornata missionaria.
«Eccomi, manda me!»
l racconto della vocazione di Isaia – un profeta vissuto otto secoli prima di Cristo – è ambientato nella cornice luminosa e solenne del tempio, dove risplendono la santità e la gloria di Dio («Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria»). Il profeta riconosce la propria indegnità di fronte alla chiamata che ha ricevuto («Un uomo dalle labbra impure io sono»). Ma Dio gli pone su queste stesse labbra una parola piccola piccola (“Eccomi”), ma ricca di efficacia (“Manda me!”). La chiamata di Simon Pietro si colloca nella cornice della vita quotidiana di pescatore, che scorre sul lago di Tiberiade. Dopo una notte di fatica e di insuccesso («Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla») interviene Gesù con l’efficacia prodigiosa della sua parola («Prendi il largo e gettate le reti per la pesca») e con la promessa di trasformare il lavoro di pescatore sul lago di Tiberiade nella missione di portare la salvezza a quel lago che d’ora in poi sarà il mondo degli uomini («Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini»).
È la salvezza annunciata da Paolo, dagli apostoli e oggi dalla Chiesa (II Lettura).
don Primo Gironi, ssp, biblista
Scoprire la gioia nel proprio dolore
La serva di Dio Rossella Petrellese, morta giovanissima dopo un’esistenza consumata fra enormi sofferenze fisiche, morali e spirituali, negli ultimi due anni di vita ricevette la grazia di comprenderne l’immenso valore redentivo nel piano della salvezza e le accettò con amore e per amore. Il padre benedettino dom Mariano Grosso, ricorda nella biografia di Rossella, come il sacramento della Confermazione, in un’anima tanto conformata a Cristo, le donò la luce e la forza necessarie a maturare il desiderio di offrirsi vittima all’Amore Misericordioso, per il sollievo dei sofferenti nel corpo e nell’anima.
Con l’aiuto della grazia divina, Rossella comprese infatti che, affinché i suoi sacrifici fossero graditi al Signore, era necessario offrirli con amore e con gioia. Leggiamo nel suo diario: «Signore, tu mi colmi di gioia in tutto ciò che fai. Esiste una gioia più grande che soffrire per il Signore? Attraverso il mio dolore e grazie alle mie sofferenze, ho potuto conoscere, Signore, la grandezza del tuo amore e capire quanto è bello amarti».
E in un altro passaggio: «È meraviglioso fare l’esperienza del dolore. Quanto è meraviglioso, Signore, fare l’esperienza del dolore, conoscere la sofferenza e viverla con gioia e con serenità, offrendola a Te con amore. Nessun male al mondo sarà mai più grande di tutto il bene che Tu mi hai donato. Nessuna croce, Signore, sarà più pesante e dolorosa di quella che Tu portasti per amor mio… Desidero offrirmi a Te, totalmente. Fa’ che io possa servirTi: qualunque cosa sia necessaria voglio viverla fino in fondo per amor tuo, anche a costo delle più grandi sofferenze…».
Attraverso i secoli e le generazioni è stato possibile constatare come nella sofferenza si nasconda una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti santi.
Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo ne scopre il senso salvifico, ma soprattutto che nella sofferenza si rinnova spiritualmente, si radica ancor di più nella fede, confermata e vissuta nella carne.
Sono le parole di san Paolo concretizzate nella propria vita: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Maria Pamela Barsotti

