Intervista a Angelo Gallippi
Professore, Funzionario, Autore.
Un curriculum di tutto rispetto: un aggettivo che la definisce?
Eclettico. Mi ha sempre mosso la curiosità verso argomenti che non conoscevo, a partire dal funzionamento del mondo fisico, per la cui comprensione mi sono sobbarcato la fatica di studiare la necessaria matematica: una disciplina che, considerata da un punto di vista solo formale e astratto, non mi ha mai appassionato. Poi è venuta la curiosità per le macchine calcolatrici, scattata forse per una singolare coincidenza. Era il 1971, e appena laureato divenni assistente presso l’Istituto di genetica umana dell’Università cattolica del S. Cuore, forse per il fatto che avevo svolto la tesi in biofisica, sul crossing over del Dna. L’istituto era retto dal padre Angelo Serra, che era abilissimo a usare uno strano aggeggio che poi seppi si chiamava “Comptometer”, un groviglio di ingranaggi con il quale era velocissimo ad eseguire non solo addizioni, ma anche sottrazioni, moltiplicazioni e perfino divisioni (non gli chiesi mai come facesse, e ora lo rimpiango!). Ma contemporaneamente dotò il dipartimento del nuovissimo “calcolatore da tavolo programmabile” Olivetti P 101, mentre uno dei privilegi che avevo come assistente era la possibilità di utilizzare il grosso calcolatore dell’università, ma solo la sera nei momenti di inattività della macchina. Questa infatti eseguiva programmi in Cobol, mentre i miei erano in Fortran e richiedevano ogni volta che un tecnico vi inserisse un grosso tamburo che “interpretava” i miei programmi. Ecco, fu allora che mi venne anche la curiosità per l’informatica.
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Quale, delle attività che ha svolto o sta svolgendo la fa sentire maggiormente appagato?
Mah, in realtà mi sono sentito abbastanza appagato da ciascuna delle attività svolte, o meglio: ho avuto la fortuna che, quando cominciavo ad annoiarmi, mi si sia presentata l’opportunità di cambiare. Così sono passato dall’insegnamento nelle superiori a quello nell’università. Contemporaneamente mi sono appassionato per la tematica, allora emergente, della privacy, lavorando per un decennio presso il Garante privacy. Intanto scrivevo libri d’informatica, e quando ho visto che l’offerta editoriale in questo settore era davvero completa sono passato a scrivere biografie di personaggi importanti che ne erano privi. Questa è un’attività davvero appagante, perché fonte di continue scoperte.
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È stato presidente del Corecom per la Regione Lazio. Incarico difficile?
All’inizio è stato difficile per diverse ragioni. La prima è che ho ricevuto l’incarico quando ancora il Corecom non esisteva, quindi si è trattato innanzi tutto di scrivere la legge istitutiva, ispirandosi a quelle dei Corecom già funzionanti (Umbria e Toscana), ma adattandola alle specifiche esigenze della nostra regione. Poi la seconda difficoltà, affrontata e risolta, è stata quella di ottenere le cosiddette “deleghe” da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Infatti i Corecom dipendono per gli aspetti logistici dalle rispettive regioni, e per quelli funzionali dall’Autorità, che demanda a essi lo svolgimento di quelle attività che richiedono una presenza sul territorio. Ad esempio, la verifica del rispetto della “par condicio” da parte delle Tv locali durante le campagne elettorali e referendarie richiede ovviamente che si riceva il segnale di queste Tv, quindi è un’attività che può essere svolta solo a livello regionale (e anche questo, talvolta, con qualche difficoltà tecnica). Un’altra delega importante che abbiamo ottenuto è stata la mediazione nelle controversie tra utenti e gestori dei servizi di telecomunicazioni, e come è evidente anche questa delega è stata concessa solo dopo il raggiungimento di precisi standard da parte della struttura operativa del Corecom. C’è stata poi la questione delicata e talvolta difficile di mantenere l’indipendenza che la legge prescrive al Corecom, e in questo siamo sempre riusciti grazie alla cooperazione fattiva e costante delle diverse componenti politiche presenti nel comitato.
Ma l’incarico mi ha procurato anche grandi soddisfazioni. La maggiore è stata senz’altro l’opportunità d’incontrare due pontefici: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dato che ogni anno il papa riceve i vertici della Regione Lazio e poi dona a ciascuno una medaglia ricordo.
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All’Università di Roma “Tor Vergata” ha prestato servizio quale professore di informatica. Quali difficoltà ci sono oggi nell’essere un insegnante?
Direi nell’essere “un bravo insegnante”. Nel mio settore direi che è fondamentale l’aggiornamento, dando per scontato un solido background matematico che deve essere lo zoccolo duro di chiunque insegni questa disciplina. E per tale aggiornamento non vi è purtroppo uniformità di supporti istituzionali nelle varie università. Inoltre il piano di studi universitario viene aggiornato più lentamente di quanto richieda il mercato del lavoro, cosicché abbiamo spesso la spiacevole sensazione d’insegnare competenze non più o non tanto richieste ai futuri laureati. Ci possono poi essere difficoltà locali, legate a un elevato numero di studenti per docente, a un sovraccarico di compiti extra didattici o alla implementazione di supporti didattici. Da ultimo, si assiste a un progressivo abbassamento del livello di preparazione fornito dalle scuole, con differenze talvolta marcate tra i livelli di conoscenze posseduti dagli studenti.
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Come Autore ha scritto innumerevoli testi. Spaziando su varie tematiche. Quale argomento l’ha coinvolto maggiormente?
Ho iniziato nel 1984 con un testo, Introduzione all’informatica, che ha conosciuto numerose edizioni, non tanto per merito suo, quanto perché la veloce evoluzione della materia gli procurava un invecchiamento precoce. Quindi per circa venti anni ho seguito l’evoluzione di questa disciplina che, sì, devo dire, mi ha coinvolto profondamente, con un solo sconfinamento, nel 2009, costituito da Dossier OGM Conoscere gli organismi geneticamente modificati. È stato un tentativo di spostare il dibattito su questo tema dal piano in prevalenza polemico dell’epoca a uno oggettivo e documentato. Intanto nel 2002 ho scritto un libro-ponte – Faggin il padre del chip intelligente – che mi ha traghettato dall’informatica al nuovo filone che sto seguendo attualmente. Si tratta delle biografie di personaggi famosi o comunque importanti, per i quali curiosamente nessuno ha pensato di scrivere qualcosa di più di una pagina Wikipedia, dedicando loro una biografia che sia al tempo stesso completa, rigorosa e leggibile, magari prima di addormentarsi, se si soffre d’insonnia.
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Fra i tanti titoli pubblicati ricordiamo Sergio Mattarella, 40 anni di Storia Italiana e il recente I Cardinalissimi. Ci racconta?
Ecco, appunto. Sergio Mattarella è il tipico caso di studio di un personaggio amato e stimato dalla stragrande maggioranza di noi italiani, ma altrettanto poco “conosciuto”, almeno per quanto riguarda la multiforme attività svolta prima di salire al Quirinale. Scriverne la biografia è stata per me una ricerca e una sorpresa continua, mossa dal bisogno di trovare la risposta a una domanda in apparenza paradossale: come mai i più autorevoli rappresentanti della Seconda Repubblica, dopo avere celebrato la fine della Prima, sono riusciti a trovare proprio in essa la figura politica più adatta al ruolo di arbitro autorevole e imparziale? La rielezione di Mattarella, avvenuta pochi giorni dopo l’uscita del libro, ha poi confermato la bontà della loro scelta, condivisa questa volta da un numero ancor maggiore di Grandi elettori.
Invece I cardinalissimi è stato il tentativo non di rispondere a una domanda, ma di azzardare una previsione: “chi potrebbe essere il prossimo papa”? Anche su questo argomento c’era in precedenza poco materiale: un libro in inglese del 2020, due o tre siti web e molti articoli di stampa, basati più che altro su informazioni e punti di vista giornalistici. Il libro traccia le biografie di 18 “papabili”, e soprattutto ne analizza il pensiero attraverso i loro scritti, dichiarazioni pubbliche, interviste. Il dato più evidente che emerge è la grande varietà di posizioni che si riscontrano tra i componenti del sacro collegio, sia su questioni teologiche sia su temi più “politici” e di attualità, per cui la vera incognita non sarà tanto il nome del successore di Francesco, quanto la visione di Chiesa che egli intenderà e potrà attuare.
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Spesso affermarsi professionalmente è molto dura. Ci possono essere porte difficili da sfondare… È stato così anche per lei?
Francamente devo dire di no, purché naturalmente ci s’intenda sulla portata della frase ”affermarsi professionalmente”. Se, come nel caso mio, ci si “accontenta” d’insegnare nelle scuole e nelle università, di scrivere e vedere pubblicati libri con tirature normali, di condurre un tenore di vita decoroso ma senza eccessi, direi che non è necessario sfondare porte particolarmente difficili. Certo, il discorso cambia se nello zaino delle nostre ambizioni mettiamo la vincita di un premio Nobel, un successo editoriale alla Dan Brown o la possibilità di viaggiare in Ferrari… Allora sì, penso che non solo si debbano avere i grimaldelli adatti, ma anche una buona dose di fortuna che, come dicevano gli antichi, aiuta gli audaci… Non vorrei che qualcuno si scandalizzasse per l’accostamento Nobel-fortuna (o Nobel-sfortuna). Nel suo piacevole libro In un volo di storni Giorgio Parisi ci racconta come già all’età di 25 anni, per una banale disattenzione, gli sfuggì il Nobel, per il quale dovette poi attendere 48 anni, mentre il mio professore Nicola Cabibbo non lo ricevette mai, sebbene avesse fatto una scoperta in base alla quale lo vinsero tre giapponesi.
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Ha qualche “rivelazione” importante che ha voglia di svelare in questa intervista? Qualche “Anticipazione” a cui sta lavorando?
Sto terminando di scrivere la biografia di Angelo Secchi: un astronomo gesuita dell’Ottocento considerato il padre della “spettroscopia stellare”. Detta così la frase sembra sufficientemente astrusa da tenere alla larga dal poliedrico scienziato chiunque non sia già un esperto del settore. E invece la mia sfida, innanzi tutto con me stesso, è stata proprio quella di rendere comprensibile questo concetto a un pubblico di non esperti, perché penso che conoscere la differenza tra astronomia e astrofisica, di cui Secchi fu un pioniere, debba rientrare tra le conoscenze di ogni persona di cultura almeno media. Ma il libro affronta anche altri temi tuttora attuali: il rapporto fede-scienza, personalizzato appunto dal protagonista del libro che fu allo stesso tempo grande scienziato e profondo credente, il dibattito creazionismo-evoluzionismo, la possibilità di vita extraterrestre, le moderne teorie sulla struttura ed evoluzione dell’universo.
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Quali sono i Sogni che sente di aver già realizzato e quelli ancora nel cassetto?
Sicuramente un sogno che ho realizzato è stata la conoscenza di Rita Levi-Montalcini. Ricordo che quando frequentavo l’università noi studenti tifavamo perché ottenesse il Nobel, e alla fine di ogni anno rimanevamo puntualmente delusi. Infatti il premio le arrivò quando mi ero ormai laureato da 15 anni. Però, dopo la pubblicazione della biografia di Faggin, sono stato contattato dalla segreteria della professoressa, che mi chiedeva di organizzare un incontro tra lei e Faggin la prima volta che egli fosse tornato in Italia. È così iniziato un decennio di frequentazioni sempre più intense e cordiali, nel corso delle quali la professoressa mi disse addirittura di darci del “tu” (cosa che ovviamente non sono mai riuscito a fare), e culminato con la prefazione che ha firmato per l’ultima edizione della biografia di Faggin, probabilmente il suo ultimo scritto.
Nel cassetto ho ancora il sogno d’incontrare il presidente della Cei, Matteo Zuppi, al quale ho dedicato l’ultima biografia uscita da pochi giorni: “Vangelo e bicicletta. Don Matteo Zuppi, cardinale”. Sono curioso di verificare se e quanto il personaggio umanissimo che emerge dalle pagine del libro – scritto mettendo insieme le numerosissime tessere di un complesso puzzle – corrisponda alla persona reale che porta il suo nome. E che il puzzle sia davvero complesso lo dimostra l’indice dei nomi, con ben 557 voci, a testimonianza della vastità di rapporti e situazioni che hanno visto protagonista il religioso romano.
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Se tornasse indietro, cosa non rifarebbe e cosa invece farebbe senza esitare?
Forse non rifarei la domanda d’insegnamento nelle scuole secondarie superiori, alla quale sono stato spinto dalle parole del relatore della mia tesi, Mario Ageno: “Il problema non è trovare chi ti le faccia fare ricerca, ma chi la paghi!”. Probabilmente preferirei affrontare le incertezze iniziali di una carriera difficile pur di vivere da protagonista l’esperienza affascinante della ricerca scientifica, che soprattutto ai giorni nostri non manca di stupirci con continue scoperte e suggestioni strabilianti. Forse troverei anche il tempo per affiancare alla lettura di testi tecnico-scientifici quella dei grandi capolavori della letteratura, molti dei quali sono riuscito a scoprirli solo in età avanzata.
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Quali valori sono importanti per Angelo? Quali prova a trasmettere?
Quando ero al liceo rimasi molto impressionato da una famosa frase, che diceva più o meno: “Non condivido la tua idea ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. Pensavo fosse di Voltaire, ma non importa chi l’abbia detta, perché mi ha convinto della necessità della tolleranza: un valore tanto più rispettato quanto più gli argomenti a favore delle proprie idee sono solidi, e invece tanto più messo da parte quanto più tali argomenti sono carenti o inesistenti.
Un altro valore che provo a trasmettere con i miei libri è la curiosità, ossia l’attitudine a porsi domande sugli argomenti più vari, perché questa è la via maestra per vincere la superficialità e i luoghi comuni. Uno dei più diffusi è che la scienza (o la matematica, necessaria per comprenderla) sia “difficile”, mentre spesso tale difficoltà è semplicemente l’effetto di come queste materie ci sono state insegnate, badando più alla forma – o alla formula – che alla sostanza. Eppure il fatto che il GPS funzioni solo grazie alle due teorie della relatività, o la spiegazione del perché avvicinandoci al Sole salendo su una montagna sentiamo freddo si possono spiegare a parole senza bisogno di usare neanche una formula!
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Le origini (o Radici), la fede, l’amore, la famiglia, il prossimo; una definizione per ognuno?
Le nostre radici, come quelle delle piante, sono il tramite che ci fornisce il nutrimento per la nostra cultura, i nostri valori, il nostro bisogno di significato e di appartenenza. Se scaviamo in profondità vediamo che le radici di una pianta sono interconnesse con quelle di tutte le altre, e se disponessimo di un microscopio sufficientemente potente non riusciremmo a distinguere il Dna di una dall’altra. Perciò ciascuno di noi è diverso ma non separato né separabile dagli altri, proprio come lo sono le parti di uno stesso corpo, e come già insegnò Menenio Agrippa con il suo famoso apologo.
La fede, per un credente, è un dono gratuito di Dio e, secondo il cardinale Carlo Maria Martini, “rappresenta la situazione di chi si affida, di chi appoggia su una roccia, di chi si sente saldo perché è appoggiato a qualcuno molto più forte di lui”. Per una non credente come Margherita Hack essa è l’opposto dell’atteggiamento di Eva, la cui voglia di conoscere, sperimentare e indagare le leggi che regolano l’universo rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede. Forse una sintesi si può trovare nelle parole di Michelangelo: “la fede nell’esistenza di Dio e la negazione dell’esistenza di Dio hanno un punto in comune: il desiderio di Dio.”
Dare una nuova definizione dell’amore, dopo tutte quelle già fornite da poeti, scrittori, filosofi, religiosi, cantanti, … credo sia proprio impossibile. Perciò mi lasci sottoscrivere quella fornita in una recente intervista dal cardinale Zuppi: “L’amore è sempre intelligente – potremmo anche dire il contrario, che se uno non ama non è intelligente – e rende intelligenti, aiuta a capire le cose, a migliorare, a non accontentarsi, a fare qualcosa in più”.
La nostra famiglia di origine – genitori, fratelli, sorelle e forse nonni – è la struttura che ha plasmato la parte fondamentale della nostra personalità e ci ha permesso di entrare nel mondo quando non saremmo assolutamente stati in grado di farlo da soli. Questi compiti fondamentali possono essere svolti anche da persone diverse da papà e mamma “biologici” di un figlio, perché il legame di amore può essere uguale o maggiore di quello di sangue.
La migliore definizione di “prossimo” penso sia quella contenuta nella famosa parabola del buon samaritano, che fu l’unico a prendersi cura dell’uomo caduto in mano dei briganti che gli avevano rubato tutto e lo avevano lasciato mezzo morto. Non solo gli curò le ferite, ma lo portò anche in un albergo e si fece carico di tutte le spese necessarie. Oggi purtroppo tendiamo a restringere la definizione di “prossimo”, limitandola a chi è simile a noi per colore della pelle, paese di origine, religione praticata e addirittura accento con cui parla la nostra lingua.
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Vuole raccontare qualche aneddoto su incontri avuti nel corso della sua attività professionale?
Tra gli incontri importanti ricordo quelli con Federico Faggin, l’inventore del microprocessore e del touch pad, i primi in occasione della messa a punto della sua biografia, i successivi in occasione delle numerose lauree honoris causa che ha ottenuto in Italia, ma anche per momenti conviviali e rilassanti. Una volta mi raccontò delle sue fabbriche in Cina, e mi riferì un suo dialogo con un imprenditore locale, parlandomi a lungo in un cinese che mi parve perfetto. Quando gli chiesi cosa avesse detto mi rispose candidamente: “Non ho detto niente, mi sono inventato tutto!”
Una volta ho tenuto un corso di alfabetizzazione informatica, e in prima fila c’era sempre un anziano sacerdote, dall’aria dimessa, che chissà perché percepivo come un curato di campagna. Alle fine del corso mi portò un mezzo metro di libri da lui firmati – Enrico Baragli S.J. – e documentandomi scoprii che aveva insegnato in varie università cattoliche ed era il massimo esperto del suo ordine in cinematografia e più in generale in comunicazioni sociali, di cui era stato perito nel Concilio Vaticano II. Nel corso degli anni, scrivendo sulla medesima rivista, ne apprezzai la profonda dottrina – era uno dei 30 scrittori della «Civiltà Cattolica», sulla quale firmò nel corso di oltre 40 anni 234 articoli e ben 1.533 recensioni – ma anche la fine ironia e auto-ironia. Quando m’invitò a pranzo, nella sontuosa Villa Marta sede dei giornalisti della sua rivista, mi tranquillizzò con un ironico “Non l’avveleniamo mica!” e poi, commentando un mio scritto, mi disse: “Facciamo così: io le regalo una manciata di virgole, e poi lei le sparge qua e là nel suo articolo!”
Ho poi conosciuto l’ex deputato Mario Marazziti, per oltre 40 anni portavoce di Sant’Egidio, una vita spesa a favore di svantaggiati, discriminati e bisognosi, e contro la pena di morte, per la quale ha presentato al segretario dell’Onu una petizione firmata da ben 3,2 milioni di persone. Una volta uscendo da un bar ha salutato un uomo e una donna e poi mi ha spiegato: «Sono due disabili, che a causa della sordità e della solitudine erano condannati a una condizione di isolamento dal mondo. Si sono incontrati nella Comunità di Sant’Egidio, si sono sposati e adesso vivono un’esistenza felice in un alloggio messo a loro disposizione dalla Comunità». Ultimamente non ha risposto ad alcune mie chiamate al cellulare mandandomi dei whatsapp: “Scusa, sono in Kenya per negoziati di pace”. “Ci sentiamo dopo. Sono in Sud Sudan per difficili trattative”…
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Quanto è importante la libertà di azione e di esprimersi per uno scrittore?
In quel capolavoro che è il film Le vite degli altri, premio Oscar 2006, un personaggio pronuncia una frase significativa poco prima di suicidarsi: “Che resta a un regista di teatro che non può più dirigere?” Ovviamente essa vale anche nel caso di uno scrittore che non possa più esprimersi, e questa situazione è assai più diffusa di quanto non si pensi. Il World Press Freedom Index del 2004 presenta una carta geografica in cui tutta l’Asia e buona parte dell’Africa hanno i colori corrispondenti a “situazione molto grave” e “situazione difficile”, e le uniche aree con “situazione buona” sono la Groenlandia e il Nord Europa. Ma, a differenza di un regista, uno scrittore può continuare a esprimersi anche in assenza di libertà, come testimoniano decine o centinaia di casi, a partire dal Dottor Živago di Boris Pasternak. Il nostro Giuseppe Gioacchino Belli, invece, volle che i suoi sonetti con pericolosi accenti anticlericali fossero pubblicati solo dopo la sua morte, e si tratta di più del doppio dei versi della Divina Commedia.
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Il sistema italiano ed estero nella pubblicazione di libri attraverso le case editrici note. Quali differenze secondo lei?
La differenza principale consiste senz’altro nella presenza e nel ruolo degli agenti letterari, quasi indispensabili a un esordiente per entrare nei circuiti delle grandi case editrici in Usa e Gran Bretagna, meno diffusi in Italia, dove molti autori propongono i lavori direttamente agli editori. In Italia sono anche più diffuse che all’estero le case editrici a pagamento – spesso poco più che stampatori – le quali tuttavia forniscono scarso o nullo supporto nella promozione e nella distribuzione. Questa in Italia è dominata da pochi gruppi editoriali di grandi dimensioni, mentre all’estero esiste una maggiore varietà di distributori indipendenti.
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Talento e Merito: quanto servono per affermarsi seriamente?
Diciamo subito che in Italia, tra i vincitori di una selezione o di un concorso pubblico, ci sono senz’altro persone che vedono così riconosciuto il loro talento/merito. Il problema è però quello di conoscere la loro percentuale rispetto a quanti sono invece passati per raccomandazione, e su questo aspetto non ci sono ovviamente dati ufficiali né ufficiosi verificabili. È vero che gli esclusi hanno sempre la possibilità di ricorrere per via amministrativa, e che talvolta ottengono ragione, ma questa strada non viene molto praticata, per i costi e i tempi lunghi. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: soprattutto nella scuola secondaria, la possibilità di ricorso costituisce uno spauracchio per molti professori, i quali nel fare le medie dei voti riportati da un alunno inseriscono talvolta anche il costo di una eventuale difesa legale, con il risultato di ottenere un rassicurante innalzamento della media.
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La sua opinione di professionista informatico sull’avvento della tecnologia?
Su questo tema è veramente difficile dire o sentire un discorso privo dei soliti luoghi comuni detti e sentiti migliaia di volte, del tipo: “Ogni tecnologia di per sé è neutrale e dipende da come viene usata [seguono esempi del coltello, del fuoco, dell’analisi genetica, …]”. Oppure: “Ogni tecnologia non distrugge posti di lavoro, ma richiede solo che i lavoratori aggiornino le loro competenze” e via sentenziando. Perciò richiederei ai moderni luddisti un sussulto di coerenza e la rinuncia a usare ciascuna delle tecnologie che contestano, comprese quelle da esse derivate che magari sono essenziali per salvare vite umane o migliorare sostanzialmente la loro qualità.
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Oggi va di moda il tema sulla Intelligenza Artificiale applicata ovunque, quindi anche il mondo culturale sembra non sarà risparmiato; che ne pensa?
Mi viene in mente la nota contrarietà di Platone nei confronti della scrittura, che egli accusava di indebolire la memoria e soprattutto di creare nelle persone l’illusione di sapere le cose che apprendevano attraverso di essa. Critica a posteriori paradossale, considerato che il filosofo greco è il primo del quale la scrittura ci ha tramandato tutti gli scritti, ma che si è ripetuta puntuale alla introduzione di ogni nuova tecnologia. Basterà citare la macchina per scrivere del film satirico Policarpo ufficiale di scrittura e le prime locomotive, temute e ostracizzate per gli effetti che la loro velocità (30 chilometri all’ora) avrebbe potuto produrre sulla salute. Dagli anni 1950 la nuova sospettata è l’intelligenza artificiale, che invece crescendo si è rivelata utilissima addirittura nello svolgimento di compiti altrimenti impensabili, come il riconoscimento facciale tra i passeggeri in transito in un’affollata stazione ferroviaria. In altri casi va usata con giudizio, come il pilota automatico di un aereo o di un’astronave, che libera da una serie di compiti banali e ripetitivi il pilota umano, che però rimane il solo responsabile del volo.
Anche nel campo culturale l’intelligenza artificiale si può rivelare utile, ad esempio fornendomi una lista di libri che trattino un determinato argomento, o abbiano una particolare parola nel loro titolo o una determinata frase nel loro testo. Certo, se poi devo usare questa informazione farò bene a controllarla, ma teniamo presente che i più prolifici produttori di fake news non sono i chatbot, ma gli operatori umani che operano con consapevolezza e con intenti malevoli.
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Lei per scrivere un suo racconto ha mai fatto uso della AI?
In ambito letterario non ho mai fatto uso di AI per la semplice ragione che non ho (ancora) scritto un racconto, e comunque ho saputo dell’esistenza di ChatGPT solo dopo aver terminato le opere che avevo già in cantiere. Ciò non significa che io sottovaluti le potenzialità di questa nuova tecnologia, che invece offre delle possibilità straordinarie, molte delle quali ancora da esplorare. Essa andrebbe usata con le stesse precauzioni con cui si usa un motore di ricerca, del quale non va preso necessariamente per buono il primo risultato fornito, che invece va verificato confrontandolo con altri, fino a trovare una ragionevole conferma della sua validità. A parte il fatto che ci sono diversi programmi che permettono di “scoprire” se un testo sia stato scritto da una intelligenza umana o artificiale… A questo proposito vorrei citare il caso di due avvocati americani, multati di 5mila dollari da un giudice per aver presentato un’arringa scritta di sana pianta da una AI: il documento citava, a suffragio, dei casi analoghi che i due frettolosi avvocati non si erano nemmeno presi la briga di verificare, e che purtroppo erano del tutto inventati.
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Gli avvenimenti socio-politici nazionali ed internazionali degli ultimi tempi stanno minando molte certezze a più livelli. Secondo lei l’Italia e l’Europa quanto rischiano?
Lei allude al precipitare della situazione internazionale iniziato con l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, e poi proseguito con l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, con l’uccisione di 1200 persone e il rapimento di 250, fino alle recenti minacce di Trump di annettersi Groenlandia, Canada e Canale di Panama, e iniziare una guerra commerciale con l’Europa. Ma già nel 2014 papa Francesco aveva coniato l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, riferendosi ai numerosi conflitti che in quell’anno avevano coinvolto, tra gli altri, ben otto milioni di bambini. Ovviamente l’Europa rischia, come hanno dichiarato i suoi massimi esponenti, e tanto più quanto più si dimostrerà disunita, con le pericolose prese di posizione concilianti o remissive nei confronti del nuovo padrone dell’America che già cominciano a spuntare. Certo, l’Europa rischia, e forse potremo avere presto una valutazione quantitativa di tale rischio misurando di quanti chilometri i confini della Russia si saranno avvicinati a quelli dell’Europa, a seguito dalla “pace” che Trump e Putin stanno pensando d’imporre all’Ucraina.
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Il mondo degli scrittori, giornalistico e della comunicazione in genere, cosa può fare per “convincere” i potenti del mondo a rinunciare alle guerre e promuovere la pace?
Libri, servizi giornalistici e comunicazione elettronica possono influenzare profondamente le opinioni di vasti settori delle società, fino a produrre effetti importanti sui regimi politici. Basta ricordare che secondo Metternich Le mie prigioni di Pellico danneggiarono l’Austria più di una battaglia persa. Certo, l’efficacia delle azioni di scrittori, giornalisti e opinion maker è strettamente collegata alla possibilità della loro diffusione, e spesso penalizzata dai tempi lunghi necessari perché un’opinione anche maggioritaria si traduca poi in risultati elettorali. Teniamo anche presente che i regimi e le istituzioni democratiche si trovano spesso in difficoltà nel reagire tempestivamente alle iniziative violente di regimi autocratici, per la stessa ragione per cui chi rispetta le regole di un combattimento è svantaggiato rispetto a chi le infrange.
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Si è mai cimentato nello scrivere una sceneggiatura? Se dovesse farlo su ciò che sta accadendo, quale sarebbe il fulcro del messaggio che vorrebbe arrivasse alla gente?
Una vera e propria sceneggiatura no, anche se nell’ultimo libro che ho citato, Astri, fisica, fede, ho strutturato il testo in modo da ridurre al minimo l’intervento dell’io narrante, a favore di un dialogo continuo tra cinque personaggi, che si scambiano informazioni e opinioni sul grande astronomo gesuita fondatore dell’astrofisica. Uno di essi, la “signora Anna”, pone spesso domande che offrono agli altri personaggi il pretesto di fornire chiarimenti o formulare giudizi, pareri e punti di vista anche diversi su varie questioni tecniche, storiche e filosofiche ricorrenti nei difficili anni dell’unificazione dell’Italia.
Ecco, una possibile sceneggiatura per quanto sta accadendo a livello internazionale dovrebbe dapprima presentare allo spettatore, nello stile cronachistico di un telegiornale, gli scenari in cui si muovono i principali attori delle vicende attuali: Kiev, Striscia di Gaza, Casa Bianca, Cremlino, Bruxelles. Potrebbe poi render conto delle diverse opinioni pubbliche attraverso interviste a esperti e comuni cittadini, mostrare dati quantitativi delle perdite umane e dei danni subiti, raffrontandoli con altri dati relativi al costo necessario per vincere le principali piaghe che affliggono l’umanità: fame, malattie, carenza di lavoro e di abitazioni, …
Concluderei con un remake, attualizzato a oggi, della famosa scena finale del film WarGames, dove il supercomputer WOPR gioca a tris contro se stesso e giunge alla conclusione che, come in un conflitto mondiale, l’esito è “Vincitore: Nessuno”, e che in certe situazioni “L’unica mossa vincente è non giocare”. Quindi, dopo i titoli di coda, proietterei la famosa frase di Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni”.
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La classica domanda: Come si vede Angelo Gallippi nel “futuro”?
In continuità con il presente, nel senso che penso di continuare a cercare personaggi importanti di cui raccontare la vita, perché ho la sensazione che ce ne siano molti, e che i potenziali lettori curiosi di conoscerli siano ancora più numerosi.
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Lei è un “Vince Award” ovvero ha ricevuto nel 2023 il prestigioso Premio Vincenzo Crocitti International. Vuole dire qualcosa in merito?
Francamente non conoscevo il Premio, della cui esistenza sono stato informato per caso da un’amica. Per me è stato una rivelazione, perché conoscevo invece i meccanismi di tanti premi letterari, con relative “cordate”, e il caso emblematico del ministro che, dopo aver votato come membro della giuria, ha detto di un libro in concorso “proverò a leggerlo”. Nel premio Crocitti, invece, non ho visto altro criterio di selezione che quello del merito, come infatti è dimostrato dal semplice elenco delle opere e degli artisti premiati.
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Angelo: a chi pensa di voler dire un semplice grazie?
Sicuramente agli editori che mi hanno dato fiducia, premiando con la pubblicazione le opere che ho inviato loro da perfetto sconosciuto: il compianto Giuseppe Nardella, di Tecniche Nuove, Giuseppe Marra di AdnKronos, Luciano Tirinnanzi di Paesi Edizioni, Antonio Valletta di Marcianum Press e Cristina Florio, insieme a don Valerio Bocci, di Edizioni Sanpino. E poi i numerosi autori delle prefazioni. Tra gli altri: Rita Levi-Montalcini, Giorgio Sangiovanni, Giuseppe Tanzella-Nitti, Lucia Votano, Cristina Guerra e Gian Piero Jacobelli.

