Filo rosso
Nel libro di Raffaele Romano: “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” in modo evidente c’è un “filo rosso” che attraversa la Storia della Repubblica italiana e che parte addirittura da prima della sua stessa nascita: l’interferenza sugli affari interni che potrebbe essere sfociata in una vera e propria violazione della sovranità nazionale.
Quel filo che scopre, spesso, l’intromissione nelle vicende interne del Paese a cui non vengono risparmiati problemi che si scaricano sull’intera collettività.
Si incomincia col permettere ad un nemico comune, la mafia, di esercitare un’azione di supporto ed appoggio militare fino a reinsediarla laddove, con metodi certamente molto duri, era stata ridotta e di molto con un lavoro decisivo durante gli anni ’20 del secolo scorso.
Si può supporre che con quel rapido reinsediamento, durante lo sbarco in Sicilia, si sia dato novello vigore a quel terreno di coltura e la conseguente possibilità di radicarsi di nuovo e, da lì, riespandersi.
Ed è a questo periodo, molto probabilmente, fa riferimento Giovanni Pellegrino che, da Presidente della Commissione d’inchiesta sulle stragi e in qualità d’autore di “La guerra civile”, parla apertamente di una “generale confessione” da compiere e del “patto di indicibilità” su cui era nata e cresciuta veramente la nostra Repubblica.
Solo questa duplice azione avrebbe potuto chiudere politicamente la prima repubblica ed unitariamente predisporla a costruire la seconda.
Invece fu fatto l’esatto contrario.
A supporto della pista siciliana prova ne è che l’ufficio dei servizi strategici statunitense nel loro Confidential Appendix II al Report on conditions in liberated Italy n. 11 dell’11 gennaio 1944 (135), evidenziavano che i leader principali del partito separatista siciliano erano composti per la quasi loro totalità dagli aderenti che provenivano dalle seguenti categorie: aristocrazia, grandi proprietari fondiari latifondisti, capi massimi e intermedi della mafia, professionisti mediocri e politici che sarebbero stati altrimenti condannati all’oscurità in un paese avanzato.
Per poter seguire rigorosamente il percorso del filo rosso bisogna che si tenga sempre ben presente che la tanto sbandierata rivoluzione interna nei confronti della prima repubblica, in relazione ai giornalistici fenomeni di mafiopoli e a tangentopoli, fu l’effetto e non certamente la causa. Infatti dalla bibliografia utilizzata si nota che a Milano fu innestato un detonatore che una volta esploso generò una reazione a catena con le altre biglie poste sul tavolo: magistratura, industria, stampa, tv, assicurazioni e banche. Tutti molto appassionatamente interessati a porsi in prima fila nel nuovo “gattopardo” messo in scena nel XX secolo. Senza dimenticare l’importante definizione andreottiana per cui, a proposito degli Stati Uniti e cosa fossero, affermò che “La CIA è una cosa, il dipartimento di Stato un’altra, la DIA un’altra ancora e la Casa Bianca sta per proprio conto” e che, in aggiunta a certe decisioni piene di spregiudicatezza, ne danno l’esatto quadro in cui vogliono apparire: monolitici, ma non lo sono affatto. Riprendendo il filo rosso si è scoperto che almeno alcune parti della superpotenza americana, hanno giocato su tavoli impensabili in Italia in quel periodo storico.
Si è a cavallo fra gli anni sessanta e settanta e già si legge, da documenti ufficiali desecretati, che c’erano dei rapporti fra alti dirigenti del Pci e l’ambasciata americana a Roma quando, vista l’epoca, si riteneva la sola Democrazia Cristiana l’unica forza politica depositaria di una speciale relazione, per lo meno in Italia.
Invece risultano incontri con Luciano Barca, Giorgio Amendola, Sergio Segre, Alfredo Reichlin, Giuseppe Boffa, Giorgio Napolitano e dall’articolo di Marroni si apprende della cena con lo spione della CIA a cui partecipa addirittura l’inflessibile Giancarlo Pajetta.
Senza contare gli innumerevoli rapporti fra i consolati e le strutture regionali e provinciali del partito, nonché gli eletti a livello locale come testimonia nel suo libro da ex ambasciatore R.N. Gardner, Mission Italy, “Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981”, Mondadori, Milano 2004 a pag. 125 dove l’estensione di queste relazioni fu enorme e che, come narra sempre l’ambasciatore, in un bilancio «della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale». Sempre a cavallo degli anni ’60 e ‘70 gli stessi Stati Uniti, mentre parlavano coi dirigenti del Pci, insediavano Graham Martin, quale ambasciatore USA in Italia dal 1969 al 1973, il quale aveva ufficialmente ricevuto chiarissime istruzioni per fermare lo spostamento a sinistra dell’Italia e riportarla al centro con milioni di dollari versati alla destra parlamentare e anche a quella extra parlamentare. Mentre il suo successore, John Volpe ambasciatore dal febbraio 1973 al gennaio 1977 che, pur avendo ricevuto una risposta negativa dal Dipartimento di Stato a cui aveva chiesto l’autorizzazione ad aprire un canale diplomatico coi comunisti italiani, lo realizzò segretamente e ne affidò il compito, come documentato, a Martin Weenick.
È molto complicato, ne converrà il lettore, districarsi fra tante posizioni così apparentemente contrastanti. Ma le apparenti e contrastanti asimmetrie arrivano fino ad Allen Holmes, il diplomatico più alto in grado a via Veneto, che invia un lunghissimo e dettagliatissimo telex al Segretario di Stato Cyrus Vance: A dissenting View of American politicy in Italy. In questo telegramma definisce esplicitamente l’interventismo degli Stati Uniti sull’Italia come una nazione a sovranità limitata.
Nel prosieguo affonda sempre più il coltello nella piaga denunciando che, oltre all’azione propria, agli stessi Stati Uniti veniva anche richiesto di intervenire negli affari interni italiani e che “La conseguenza di questa robusta filosofia è stato il nostro interventismo che pervade le nostre relazioni con l’Italia, fino al punto che accettiamo e pratichiamo una faziosità politica e un grado di coinvolgimento che sarebbe impensabile in un’altra nazione dell’Europa Occidentale.”
Impensabile in qualsiasi altra nazione dell’Europa occidentale e qui Holmes riferisce anche di operazioni di intelligence gonfiate ma, soprattutto, si chiede “in base a quale diritto presumiamo di avere tale ruolo e pensiamo di sapere cosa è meglio per l’Italia rispetto agli italiani stessi? ……………..Ma quali che siano le motivazioni politiche e morali, il risultato di tale approccio è che noi americani trattiamo l’Italia come un Paese a sovranità limitata” appunto un Paese a sovranità limitata spesso imposta e qualche volta addirittura richiesta dagli stessi interessati.
Questa, più o meno, era l’Italia degli anni ’70 ed il filo rosso a ridosso del rapimento e della uccisione di Aldo Moro. Purtroppo, essendo trattata come uno Stato a sovranità limitata anche altri si mossero allo stesso modo, probabilmente in diretta connessione con gli Stati Uniti. In alcuni documenti del 1976, come affermano Fasanella e Cereghino nel loro saggio “Le menti del doppio Stato” edizioni Chiare Lettere nel 2020, si ricava che “il governo inglese aveva discusso in quella primavera l’ipotesi di sferrare un golpe o una diversa azione sovversiva………con l’obiettivo strategico di sabotare con un’azione di forza il compromesso storico tra Dc e Pci.” Anche la Gran Bretagna, pare, si sia spesso interessata ad aumentare il grado di penetrazione nelle cose interne all’Italia ed irrobustendo, sempre più, quel filo rosso con due a dir poco particolari e specifici provvedimenti al di sopra delle proprie leggi.
Durante l’ultimo governo Andreotti, quindi nel periodo più caldo fra il 1989 ed il 1992, alcuni documenti di Downing Street, scritti nel febbraio 1990 dove sedeva ancora Margaret Thatcher, furono secretati fino al 2071. L’anno successivo il 1991, con John Major primo ministro, la Gran Bretagna secreta altri svariati documenti riguardanti l’Italia, addirittura fino al 2074. Dalle ricerche di Fasanella e Cereghino viene fuori che Alan Hugh Campbell, successivamente ambasciatore nel triennio cruciale 1976/1979, riceve il rapporto di un glorioso veterano della Information Research Department come Colin MacLaren in cui “Le minacce sovversive, a cominciare da quelle comuniste, sono serie e pesanti in Italia” e, alcuni mesi prima di piazza Fontana così concludeva: “Se vogliamo raggiungere qualche risultato, dobbiamo usare altri metodi e sta a noi architettarli.” Non è dato sapere in cosa consistessero gli altri metodi di MacLaren, poiché il documento si interrompe. Alla vigilia della desecretazione nel febbraio 2007 del resoconto, i censori inglesi hanno infatti oscurato due terzi della pagina.
Ad un certo punto il filo rosso avvolge positivamente anche Bettino Craxi quando, sotto la presidenza Reagan, viene definito Craxi’s strong will ed affiancato a Giovanni Spadolini quali titolari di un governo filo atlantico ed affidabile con dentro i comunisti.
Si dipana sempre più, all’ombra dei 4.000 miliardi di lire a Saddam, il filo rosso con la BNL di Atlanta e la Central Bank of Irak e la Rafidain Bank di Chris Drogoul e Nerio Nesi, come evidenziato da Henry Gonzalez, presidente della Commissione banche della Camera dei rappresentanti a Washington, e Guido Gerosa vice presidente della Commissione d’inchiesta sulla Bnl in Italia.
Ma il filo rosso prosegue ad attorcigliarsi sempre più negli anni fino ad arrivare a tre importanti interviste riguardanti un periodo a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 in cui, in un modo unico ed incredibile, alti rappresentanti in Italia degli Stati Uniti ammettono diverse e pesanti ingerenze nella vita politica italiana che determinarono la successiva destabilizzazione di un intero Paese. Il tutto concentrato in tre interviste, due portano la firma di Maurizio Molinari per la Stampa di Torino realizzate nel 2012: la prima con l’ex ambasciatore a Roma Reginald Bartholomew e la seconda con Peter Semler ex console a Milano. La terza fu, invece, di Paolo Mastrolilli, che aveva preso il posto di Molinari come corrispondente dagli USA, il quale intervista Daniel Serwer incaricato d’affari e capo della rappresentanza diplomatica a Roma. Nell’intervista all’ex ambasciatore si evidenziano alcune ammissioni di ingerenze negli affari interni italiani: inizia a parlare, senza che gli sia stata posta alcuna domanda di “tangentopoli” ed ammettendo, a questo riguardo, rapporti fra il console statunitense Semler e Di Pietro aggiungendo, altresì, che si era accorto che c’era qualcosa che non quadrava in quanto vi era un buon legame anche col pool di Milano per cui, forte della sua autorità, decide di far cessare questo legame. Come se queste ammissioni non bastassero su pressione di Molinari che lo intervistava ammette, inoltre, che nell’opera della procura milanese c’erano state forti violazioni dei diritti della difesa verso gli imputati con la carcerazione preventiva di molti di loro e, per far cessare questa negativa ed ormai consolidata consuetudine, organizza in ambasciata un meeting con Antonino Scalia, della Corte Suprema americana, e sette importanti e non nominati giudici italiani per spiegare loro le gravi violazioni dei diritti della difesa in quelle indagini delle procure. Nasce il sospetto che Reginald Bartholomew sapendo di essere, ormai, un malato terminale chiede l’intervista perché aveva premura di lasciare una testimonianza ed un messaggio prima della propria dipartita. In un perfetto incastro si colloca l’altra intervista fatta con l’ex console a Milano Peter Semler che si era insediato nel capoluogo lombardo nel luglio del 1990. Questa seconda intervista aumenta gli interrogativi sulle invasioni di campo compiute dagli USA in quanto l’intervistato, a suo dire, fornisce un lungo elenco di importanti soggetti che vanno in processione da lui a confessare che, da lì a poco, sarebbe cambiato tutto in Italia.
A supporto di questa presunta ventata rivoluzionaria cita le diverse fonti che gli rappresentavano l’imminenza della “rivolta” e a tal riguardo parla di anonimi leghisti, del Di Pietro, altri anonimi giudici, l’allora cardinale di Milano (Carlo Maria Martini? nda), Mario Monti e Leopoldo Pirelli. In conclusione afferma che ben quattro mesi prima dell’arresto dello sconosciuto presidente del Pio Albergo Trivulzio il sostituto Di Pietro gli preannuncia l’arresto e che da Mario Chiesa sarebbe arrivato fino a Craxi e alla DC.
A questo punto il filo rosso si attorciglia a mò di trecciolina per rinforzare la lenza da pesca, infatti il trittico di interviste si chiude con quella di Paolo Mastrolilli a Daniel Serwer, incaricato d’affari e quindi capo della rappresentanza diplomatica americana a Roma, quale autore di un rapporto su tangentopoli nel quale afferma che un protagonista dell’inchiesta in corso «potrebbe essere un pupazzo manovrato dagli Usa». All’ovvia domanda dell’intervistatore su chi fosse il pupazzo la risposta è molto imbarazzante: “Non ricordo con esattezza, ma, come sapete, chiunque potrebbe essere accusato di esserlo in Italia, specialmente durante quel periodo!” Un forte rilancio sul piano della cultura del sospetto oltre che un atteggiamento spocchioso e sprezzante di chi fa capire chiaramente quello che c’è stato ma che si sente inattaccabile per cui decide di prendere in giro un po’ tutti ma, fra le tante cose dette e non dette, fa delle affermazioni che mal si conciliano con quanto si asseriva in giro e cioè che Giovanni Falcone, con cui era in ottimi rapporti, gli aveva detto che Andreotti non era un mafioso. Ad un certo punto il filo rosso passa dalle mani di Bush senior al democratico William Jefferson Clinton, detto Bill, laddove l’ex Governatore dell’Arkansas in una riunione nello Studio Ovale decide che fosse tempo di invertire la politica di Bush che era stata quella di accompagnare la destabilizzazione del sistema politico italiano, accompagnare……………….
Nel suo volume “Presunto colpevole” Marcello Sorgi edito da Einaudi nel 2020 afferma che nel maggio 2008 Stefania Craxi “è appena approdata alla Farnesina come sottosegretario agli Esteri del governo Berlusconi. Sulla sua scrivania al ministero, con la posta ordinaria e i biglietti di congratulazioni, trova una lettera, non firmata ma con il timbro del consolato USA di Milano, che le suggerisce di andare ad approfondire quale fosse il ruolo di un certo (Richard Fallis) Stolz nell’ambito del corpo diplomatico americano di stanza in Italia.”Stolz risulterà essere stato uno specialista“ nelle attività clandestine, tra le quali influenzare i governi o intervenire in situazioni di regime change”. Prima di Clinton il filo sempre più rosso era passato nelle mani di George Herbert Walker Bush 41° Presidente, da non confondere col figlio George Walker Bush il 43° Presidente, che nel 1989 decide di avviare la destabilizzazione del sistema politico italiano e la lotta al narcotraffico e alla corruzione sudamericana e italiana, nonchè lo sganciamento da Giulio Andreotti, così come riportato da Fabio Martini nel suo “Controvento” edito da Rubbettino nel 2020 a pagina 162. Sempre da Fabio Martini si apprende che Giuseppe De Tomaso, all’epoca direttore della Gazzetta del mezzogiorno, afferma di aver incontrato “un altissimo esponente dell’amministrazione degli Stati Uniti che mi raccontò uno scenario mai sentito prima: nel 1989 il presidente George Bush si rende conto che la proliferazione degli stupefacenti mette a rischio la possibilità di poter formare forze armate perfettamente efficienti………………dispone una drastica svolta politica: spezzare i rapporti con tutti i regimi corrotti del Centro e Sudamerica collegati col narcotraffico. In quella occasione gli viene fatto notare quanti problemi arrivino anche dalla mafia italiana………collegata ad alcuni politici italiani. È in questo contesto che inizia lo sganciamento da un personaggio come Giulio Andreotti e l’interessamento di Bush per la figura di Giovanni Falcone …………nel maggio del 1989 il presidente degli Stati Uniti, a Roma per una visita di Stato, invita Falcone ad un ricevimento a Villa Taverna………. è l’unico magistrato presente e Bush chiede di potergli parlare in privato…………Da quel che mi fu detto confidenzialmente, l’amministrazione avrebbe visto bene Falcone per la guida di un nuovo corso italiano. All’inizio era lui, non Di Pietro “l’eccellenza sulla quale puntavano gli americani”. Così riporta Fabio Martini a pag. 160 del suo volume “Controvento”. De Tomaso potrebbe fare il nome, oggi, di chi gli fece questa terribile anticipazione allora sulla destabilizzazione dell’Italia. Invece per quanto riguarda Bush padre va evidenziato che, come novello Carlo Magno imperatore, si era arrogato il diritto di investitura nella penisola ma, evidentemente, con Falcone non dovette andare come desiderava visto lo sviluppo successivo dei fatti.
Ad accrescere sempre più il filo rosso aveva già contribuito il voluto declassamento dell’Italia che era diventata “più un oggetto che un soggetto di politica estera, una sorta di grande malato d’Europa, la cui malattia avrebbe potuto creare seri problemi agli equilibri internazionali e a quelli comunitari” con la nascita del Political Directorate da cui l’Italia fu esclusa insieme a tutto il sud Europa.
Il filo rosso riemerge con forza per merito di Paolo Guzzanti, in un articolo del 21 novembre del 2019 sul Riformista dal titolo “La vera storia di Mani Pulite (che nessuno vi vuole raccontare)” riporta che l’ex Presidente Francesco Cossiga gli aveva raccontato che, quando l’emissario del Pci tornava da Mosca con i contanti che Boris Ponomariov gli aveva fatto sistemare in una valigia, ad attenderlo in Italia trovava alcuni uomini del Viminale e due funzionari del Tesoro americani, che
dovevano verificare l’autenticità dei dollari. Successivamente alla verifica si recavano nel vicino Stato del Vaticano e, più precisamente, allo IOR per poter cambiare i dollari in lire. Segreti di Pulcinella, si potrebbe dire, di cui molti dei vertici istituzionali italiani e stranieri sapevano e cooperavano e che Valerio Riva, nel suo libro “L’oro di Mosca”, ha riportato dettagliatamente in una ricostruzione basata per la prima volta anche su documenti provenienti dagli ex archivi sovietici. Il tumore maligno che ha colpito l’epoca contemporanea è la rimozione della storia, che è poi il rifiuto del destino che ci è toccato (Rosario Romeo). Ma la storia non l’ha rifiutata Paolo Guzzanti, tutt’altro, il quale svela che, quando era stato alla guida come Presidente della Commissione bicamerale d’Inchiesta sulle influenze sovietiche in Italia, aveva avuto modo di leggere un interessante libro: A Cardboard Castle? – An inside story of the Warsaw Pact 1955-1991 (Un Castello di Cartone? Una storia interna del Patto di Varsavia 1955-1991). Di questo volume non c’è traccia in Italia in quanto nessun editore l’ha mai pubblicato ma, dai verbali delle riunioni dei membri del Patto di Varsavia, emergeva sempre la loro principale e costante preoccupazione per “una conquista fulminea dell’Europa occidentale, Italia compresa naturalmente, in cui sarebbero stati instaurati dei governi fantoccio ma con finte coalizioni precotte con ecologisti, finti socialdemocratici, non troppi comunisti per dare una parvenza democratica.”
A questo punto il filo rosso ritorna in occidente col volume “Italian Guillotin: operation clean hands and the overthrow of Italy’s first republic” (OPERAZIONE MANI PULITE e l’abbattimento della prima Repubblica) un volume pubblicato nel 1998 negli Stati Uniti da Rowman & Littlefield ed anch’esso mai pubblicato e tradotto in Italia in cui lo storico Stanton H. Burnett ed il giornalista Luca Mantovani rivelano che questa operazione era stata ben concepita. Il filo rosso, nello stesso periodo storico analogo a quello italiano, esce dalle Alpi e sotto le vesti di tangentopoli e mafiopoli cerca di affondare i suoi artigli su Helmut Kohl in Germania, su Francois Mitterand in Francia e Felipe Gonzalez in Spagna con centinaia di miliardi di lire in ballo e depositati, quasi prevalentemente, in Svizzera. Il risultato in questi Paesi è pressoché nullo, infatti le procure non indagano quasi per niente, i media sorvolano e gli imprenditori che, per logico buon senso, si trovavano all’altro capo del filo non confessano proprio nulla l’esatto contrario capeggiato ed attuato da Cesare Romiti col benestare degli Agnelli, molto verosimilmente.
A questo punto il filo rosso si affida alla carambola che, come si è scritto precedentemente, si cimenta “nell’ottavina” un colpo da maestro del tavolo da biliardo con cui si colpiscono 8 volte le sponde e poi si genera una reazione a catena fra le palle e queste non sanno nemmeno da dove è partito il colpo iniziale, cioè “il detonatore”. Infatti a fine anni ’80 alcuni iniziano, verosimilmente, a sentire l’effetto del colpo di biliardo partito e si assiste alla discesa in campo anche di Enrico
Cuccia che, alla fine del 1989, chiede a Salvatore Ligresti di poter incontrare Bettino Craxi per parlargli personalmente. Dopo qualche mese, nella primavera del 1990 c’è un primo incontro nel quale Cuccia propone al leader socialista di guidare un processo di totale rinnovamento politico con lui a capo. Oltre ad alcune richieste di acquisizioni la proposta viene accompagnata da un totale ed incondizionato appoggio da parte del mondo industriale, finanziario e mediatico che l’avrebbe totalmente sostenuto ed appoggiato per realizzare quell’auspicabile e totale
“rinnovamento politico”. Dopo qualche tempo, marzo 1991, una simile proposta la riceve Paolo Cirino Pomicino da Carlo De Benedetti. Proposte insistite ma rinviate al mittente da parte di entrambi che ritengono fondamentale l’autonomia della politica.
A quel punto, sempre nel 1991, parte la controffensiva industriale e finanziaria con alla guida Enrico Cuccia che, in una riunione tenuta in via Filodrammatici e raccontata a Cirino Pomicino dall’allora presidente dell’Enel dell’epoca Franco Viezzoli, il salotto buono del capitalismo italiano decide di partire all’attacco. Viene deciso, in quella sede, che bisogna brigare contro questa classe politica mettendo in atto gli stessi comportamenti ed azioni di quando il capitalismo italiano decise di abbandonare il fascismo che loro stessi avevano finanziato e portato al potere. Il trasformismo entrava, a pieno titolo, nel filo rosso. A seguito di questa riunione ci fu, nel mese di settembre dello stesso anno, un forsennato attacco al pentapartito al “Forum The European House – Ambrosetti” che si tiene ogni anno dal 1975 nella Villa d’Este di Cernobbio, sul Lago di Como. La caratteristica del Forum è quella di consentire che i lavori si svolgano a porte chiuse, secondo la Chatham House Rule: in base a tale regola, i partecipanti possono liberamente divulgare le informazioni ricevute senza rivelare l’identità né l’eventuale affiliazione di chi le ha fornite, né degli altri partecipanti.
Agli inizi del 1992, per la precisione il 12 marzo, l’allora Ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, allerta e fa partire una circolare per tutte le prefetture d’Italia per opporsi ad un piano di destabilizzazione istituzionale ma, stranamente, la circolare viene pubblicata dal Corriere della Sera. L’allarme scatta in seguito alla segnalazione proveniente dal magistrato Leonardo Grassi di Bologna nella quale informa di avere acquisito, da fonte non menzionata, elementi conoscitivi per degli attentati da realizzare tra il marzo ed il luglio successivo nei confronti di tre esponenti dei maggiori partiti. In aggiunta a questa segnalazione ne arriva un’altra che, a questo punto, supporta ancor più la prima: quella del SISDE nella quale si segnala l’opportunità di porre in essere tutte le adeguate contromisure, tenendo presente la collusione tra eversione e malavita per destabilizzare il Paese. Anche Gerardo Chiaromonte, Presidente della Commissione Antimafia, mette molto in evidenza, nella propria relazione, l’esistenza di un legame tra la recrudescenza malavitosa e le prossime elezioni politiche.
La prova provata che il filo rosso avanza sempre più è data da uno dei partecipanti all’attacco contro i cinque partiti di governo di allora: Piero Sansonetti quando, nel suo volume “La sinistra è di destra”, denuncia e si autodenuncia su quanto avveniva durante tangentopoli e mafiopoli laddove i quotidiani come la Stampa, Repubblica, il Corriere della Sera e l’Unità ai quali dopo un po’ si accodarono, con un ruolo del tutto ancillare, altre testate come il Messaggero e, alla fine anche il Giornale di Montanelli concordavano le notizie da dare per il giorno successivo, la prima pagina e quant’altro potesse servire a distruggere i vari soggetti del pentapartito. Di pari passo il filo rosso si propaga in altre procure italiane ma, soprattutto, in quella di Palermo che fa registrare un altro balzo in avanti allorchè nei confronti di Giulio Andreotti si avanza la tesi per cui l’omicidio Lima altro non fosse che la vendetta della cupola mafiosa e, in particolare, dei corleonesi perché, contrariamente ai patti, Andreotti, Salvo Lima e Ignazio Salvo non avevano mantenuto gli impegni per annullare in Cassazione la sentenza del primo maxi processo di Palermo in cui erano stati condannati a pene pesantissime boss del calibro di Michele Greco. Questa tesi,
molto politica, naufraga in buona parte con la sentenza del processo di primo grado che assolve Andreotti. Lo stesso Luca Tescaroli, il pm che sostiene l’accusa nel processo per la strage di Falcone e della sua scorta, conclude la requisitoria dicendo che nel 1990 Cosa Nostra non aveva interlocutori e il governo Andreotti stava intensificando pericolosamente la lotta contro la mafia. Va, altresì, ricordato che c’è già stato il famoso decreto-mandato di cattura del settembre 1989 che impedisce la scarcerazione dei boss corleonesi e contro il quale votano i comunisti Luciano
Violante e la rete di Alfredo Galasso e Orlando Cascio.
L’effetto del filo rosso tocca non si sa quanto involontariamente anche Francesco Cossiga che, all’indomani delle elezioni politiche dell’aprile 1992 ed una maggioranza pentapartita ancora forte nonostante gli attacchi di stampa e procure, decide il 28 di quel mese di dimettersi senza dare il tempo necessario ai cinque partiti di eleggere un nuovo governo e, subito dopo, pensare al nome del nuovo Presidente della Repubblica. A quel punto i mesi di aprile e maggio si trasformano nella
tempesta perfetta in cui stampa, tv e procure con avvisi di garanzia ed arresti eccellenti impazzano fortemente ma, nonostante tutto e pur essendo la nave del pentapartito in un mare forza 10, continua pur se fortemente sballottata a tenere il mare. Ed è così che una violenta esplosione interviene prepotentemente il 23 maggio del 1992 con la strage di Capaci e l’eliminazione di Giovanni Falcone. A quel punto la politica tutta ma, soprattutto, il pentapartito comprende che deve dare un’immediata risposta e quindi decide di mettere in atto una mossa che si rivelerà, per
loro, politicamente sbagliata: l’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.
L’attentato provocò reazioni interpretative di vario genere una tesi interessante e supportata, molto verosimilmente dai servizi statunitensi, fu quella che l’ambasciatore americano, Peter Secchia, comunicò al Dipartimento di Stato americano con una nota informativa del 18 giugno 1992: “l’attentato di
Capaci non è stato un atto individuale. Ha richiesto un piccolo esercito e, probabilmente un informatore”.
Per continuare a poter seguire il filo rosso bisogna porsi una domanda: perché uccidere Giovanni Falcone quando, sostanzialmente, non era quasi più un magistrato e svolgeva un compito di alta dirigenza a Roma ed i suoi accusati al maxi processo alla mafia erano tutti in carcere a scontare pene rilevanti? Le stesse domande che Polo Guzzanti si è posto in un articolo sul Riformista del 23 maggio 2020, giorno della ricorrenza dell’attentato e che definisce un vero e proprio “atto di fede” la tesi secondo cui non poteva che essere stato ucciso per la sua colossale opera contro la
mafia. A questa risposta contrappone la sua tesi supportata anche da una testimonianza, quella di Francesco Cossiga. La sua risposta è semplice: perché la mafia lo doveva uccidere dopo tanto tempo e con quel clamore quando avrebbe potuto farlo tranquillamente a Roma dove ormai lavorava da tempo e non aveva più le attribuzioni che gli derivavano dall’aver perso i poteri da procuratore? Un ulteriore elemento che rafforza i dubbi sulla mancata ricerca del movente viene dalla relazione coi soldi del Kgb, ormai discioltosi con la scomparsa dell’URSS, nella quale Falcone
su richiesta di Cossiga e di Andreotti, stava indagando sono confermati da alcuni passaggi di un articolo di Giancarlo Lehner. In questo articolo Lehner racconta di essere stato ricevuto da Giulio Andreotti nel suo studio privato e che gli raccontò di essere stato lui a fargli preparare i documenti che servivano a Giovanni Falcone per l’inchiesta a Mosca sui soldi spariti del Kgb e del PCUS. E Francesco Cossiga confida al Guzzanti che: “L’ambasciatore sovietico e poi russo Adamishin un giorno venne da me e mi fece una scenata. Disse che noi italiani, stavamo compiendo un delitto alle spalle del popolo russo perché non facevamo nulla per impedire che il tesoro dell’Unione Sovietica fosse spedito in Italia per essere riciclato, pagando una gigantesca tangente, affinché tornasse poi in Russia nelle mani di bande di predoni e oligarchi”. Cossiga disse ad Adamishin di non saperne nulla ma che se ne sarebbe occupato. Chiamò infatti Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio, il quale gli riferì di non potersi muovere perché la cosa avrebbe certamente irritato il Pci e, a quel punto, gli propone: “perché non chiami Giovanni Falcone che se ne sta tristissimo a via Arenula e non gli proponi un incarico diplomatico come figura di altissimo profilo che aiuti i magistrati russi nella loro inchiesta?” All’uccisione di Falcone Valentin Stepankov, procuratore generale di Mosca che già collaborava con lui per intercettare le destinazioni del tesoro del Kgb e del Pcus, si dimette dall’incarico sapendo che due giorni dopo si sarebbero dovuti incontrare nella capitale russa per proseguire le indagini bancarie. Con lo sgretolarsi dell’URSS anche a Mosca avevano fatto partire una serie di inchieste e, con massima priorità, quelle che dovevano scovare e riportare a casa gli ingenti capitali svaniti nei mesi concitati della fine della Perestrojka. A supporto ulteriore di questa tesi investigativa c’è la testimonianza scritta di Sansonetti con un suo articolo di sabato 22 agosto 2020 a pag. 3 nel quale riporta il passo di un verbale di interrogatorio fatto alla vedova di Paolo Borsellino: “ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo”.
A seguire il filo rosso viene alla mente che “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!”
Si può preannunciare che a breve uscirà il prosieguo con le stesse ricerche sul mondo del sindacato italiano ed americano fra gli anni ’30 ed ’80 del XX secolo.

