Strumenti di amore e di pace
Dio si rivela ai piccoli. Pur nella stanchezza e nell’oppressione, chi si rivolge a Gesù trova ristoro e impara la sua umiltà e mitezza, e non resta deluso.
Quante volte sentiamo la parola “pace”, e in tutte le lingue del mondo… È il grido sofferto di tanti popoli oppressi da guerre senza fine. Oggi, il profeta Zaccaria ce ne indica la via (I Lettura): la pace verrà dal “dominio” di un re. Non un re bellicoso e assetato di potere, ma un re umile che si riconoscerà dal suo cavalcare un piccolo puledro figlio d’asina. La pace viene dal “dominio” di Gesù Cristo. Solo in lui si riconcilierà l’umanità.
Ma – il Vangelo odierno lo dice chiaramente – solo ai piccoli viene rivelato il mistero di Gesù; ai sapienti e agli intelligenti viene nascosto. Per conoscere Gesù e ricevere la sua pace, bisogna scendere, allontanarsi da ogni presunzione, da ogni arroganza. «Venite a me, io vi ristorerò!»: la vera pace ci verrà proprio dal prendere su di noi il dolce giogo di Gesù, ossia dall’obbedire al suo comandamento di amarci a vicenda come egli ci ha amati. È ciò che vuole realizzare in noi lo Spirito Santo: col suo aiuto, ci dice Paolo, siamo liberati dal dominio dell’uomo vecchio, carnale ed egoista, e diventiamo servi della vita, strumenti di amore e di pace attorno a noi (II Lettura).
fr. Antoine-Emmanuel, Frat. Monast. de Jérusalem – Vézelay FR
La musica del dramma interiore dell’uomo romantico
Il XIX secolo presenta in Europa fermenti rivoluzionari che nel campo artistico segnano una rottura coi secoli precedenti. In particolare, l’Ottocento italiano è apogeo di nuove sensibilità musicali che condizionano anche l’ambito liturgico: s’impone lo stile operistico con le sue “forme” e i suoi “attori”. Non stupisce, dunque, che la musica di chiesa fosse pensata dagli autori del momento al pari di quella proposta nei palcoscenici teatrali: la musica strumentale veniva filtrata dall’adozione di “forme” (come l’ouverture, la cavatina e altre) che, durante la celebrazione della Messa, riecheggiavano o addirittura riproponevano “arie” del melodramma italiano che tanta presa aveva sul popolo; la musica vocale subiva il medesimo influsso, pur salvando i testi liturgici, dal momento che non era ancora concessa l’inserzione di novità letterarie nel culto, se non nelle preghiere e canti al di fuori dell’azione rituale.
A ciò si aggiunge il soggettivismo che contraddistingue la temperie culturale del Romanticismo, con ripercussioni anche nelle forme della spiritualità: in questo periodo la preghiera cantata fa predominare il sentimento del singolo, favorendo così una qualche privatizzazione nell’espressione della fede. In parallelo al mondo dell’opera teatrale, il mondo spirituale è suggestionato dai drammi interiori, sofferti e patetici, dell’uomo romantico. I testi dei canti, dunque, riflettono l’anelito alla salvezza e, insieme, la nostalgia del divino che il precedente “secolo dei lumi” aveva oscurato.
La preghiera cantata che prende il sopravvento è l’Ave Maria che, sebbene riproposta dai solisti nei toni enfatici del momento, è motivo per esprimere “coralmente” la supplica alla Madre celeste di pregare «nunc et in hora mortis nostrae». Le stesse apparizioni mariane del XIX secolo provocano nel popolo un ritorno alla fede e alle pratiche di devozione che, come quella del canto, rischiavano di scomparire di “scena” in un individualismo crescente. In questo clima, però, si fa strada un desiderio di ritorno al protagonismo del popolo nel cantare la fede nell’azione liturgica, un vero e proprio cambiamento di “sipario” d’opera, dove non si fosse più spettatori ma coprotagonisti nel canto, ovvero nell’espressione efficace di unire le masse dei fedeli in un risveglio spirituale.
M° Sergio Militello

