Il gigante San Cristoforo
Dal terzo capitolo del nuovo rivoluzionario libro di Ruggero Marino “La verità nascosta su Cristoforo Colombo” (Editoriale Delfino).
Finalmente capirete che era il navigatore che sbarcò in America e diede una strambata alla storia umana.
Christo Ferens, portatore di Cristo, come già visto, si firmava, con un criptico sigillo a forma di triangolo Cristoforo Colombo. Perché? Un gigante era il santo, un gigante sarà l’uomo che lo incarnerà. Così lo descriveva, nella “Legenda aurea”, Jacopo da Varagine. Un predicatore domenicano dell’odierna Varazze, in provincia di Genova che, nel 1292, fu costretto da papa Nicolò IV ad accettare la sede arcivescovile della città ligure. Una personalità dalla quale traspare «una profonda fede con toni entusiastici, in cui non c’è differenza alcuna fra vita quotidiana e vita soprannaturale, e i due piani si intrecciano continuamente: indizio questo di una mentalità di tipo quasi magico». NOTA – Da Varagine Iacopo, L’invenzione della Santa Croce, a cura di Carlo Lapucci, Editrice Le Balze 2000, pag. 44.
A ennesima conferma di una delle piste, quella magica-esoterica-alchemica, che è doveroso percorrere inseguendo le tracce di Cristoforo Colombo. In una scia che traccia nei secoli un filo misterico. Già condannato dalla fede come complicità con il demonio. Messo all’indice nei secoli dalle autorità sia civili sia religiose. Una pista, però, nel tempo di Colombo, da ripercorrere, non per avallare acriticamente un modo di interpretare la realtà. Ma perché quello era uno dei modi imprescindibili per comprendere la realtà stessa, all’epoca dei fatti di cui ci occupiamo, verso la fine del 1400.
Magia non nell’odierno senso deteriore, equivalente a pura mistificazione o nel migliore dei casi a folclore. Ma intesa come retaggio di un sapere esclusivo, ermetico, iniziatico, gnostico in grado di studiare le forze e di utilizzare le energie della natura. In modo da governarla, interpretarla, a volte superarla. Una natura, specchio del divino, interpretata come grande madre: un libro aperto per gli occhi e la mente di chi sa scandagliarne i segreti. In una pratica riservata agli eletti.
In una scia che risale alla “prisca sapientia”, alla “philosophia perennis”, alle prime forme di teologia comuni a tutte le culture e a tutte le epoche. Senza distinzioni geografiche, religiose o di razza. Una magia che non divide, ma avvicina e può anche affratellare. Consentendo di oltrepassare ogni linea di confine e ogni divisione, sia politica sia religiosa. Una disciplina che riaffiora dopo il 1000.

In un crescendo che trova il suo massimo fulgore proprio nel Rinascimento. Quando i legami con altri percorsi esclusivi come l’astrologia, la cabala e l’alchimia si fanno quanto mai stretti. Se la magia è un modo di operare in senso positivo la stregoneria è il suo contrario, la prima governa le forze del bene, la seconda scatena quelle del male. La luce contro le tenebre. Gli scacchi bianchi contro gli scacchi neri. Colori base che ritroviamo nel beaucent templare e nella massoneria. Gli scacchi erano anche nello stemma di papa Cybo.
La “Legenda” di Jacopo Da Varazze fu un autentico best-seller, uno dei testi che ebbero maggiore seguito, stabilendo un punto fermo nella pratica del culto. Spesso di una venerazione preesistente, adattata al credo cristiano. San Cristoforo «portò Cristo in quattro modi: sulle spalle allorché lo traghettò al di là del fiume; nel corpo, attraverso la mortificazione della carne; nello spirito, grazie al raccoglimento interiore; nella lingua, grazie alla sua professione di fede e alle sue prediche.» A cominciare dal XIII secolo, fu tra i santi più diffusi e popolari dell’iconografia cristiana nell’arco dell’intero Medioevo. Una devozione venuta da lontano. Nel libro delle celebrazioni liturgiche della Chiesa d’Oriente, del X secolo, veniva descritto come «un antropofago dalla testa di cane che si converte al cristianesimo». Un preannuncio di sottomissione. Antropofagi saranno gli idolatri che incontrerà Colombo, cinocefali sono i seguaci dell’idolatria, i Caribi-cannibali dell’Oriente meraviglioso. Cinocefale sono le genti di Gog e Magog, alle quali farà riferimento Colombo, in una delle molteplici citazioni dell’Apocalisse.
Il gigante, era alto dodici cubiti come il numero degli postoli per portare nell’aldilà il nuovo Verbo. Soffrì il martirio in Licia. Narra ancora la leggenda che, entrato nell’esercito imperiale, Cristoforo si convertì al Cristianesimo. Fu a sua vola come gli indios un convertito e come Colombo un evangelizzatore. Denunciato, fu condotto davanti al giudice, che lo sottopose a svariati supplizi. Il gigante buono prima fu battuto con verghe, in seguito colpito con frecce, poi gettato nel fuoco e infine decapitato.
Miti che vengono da lontano rielaborati nel tempo in versione cristiana. Come Atlante che porta il mondo sulle spalle. Ercole che porta Eros. E chi era Ercole, l’eroe di stirpe divina più popolare della mitologia classica? Figlio di Zeus, attraversò l’oceano per giungere al palazzo dell’astro solare posto ad Oriente. Al ritorno, approdò a Tartesso, la capitale di un’antica civiltà marinara, che un tempo potrebbe essere fiorita in Spagna sul fiume omonimo. La prosperità di quel popolo, precedente la nascita di Cristo, era dovuta al traffico dei metalli, anche pregiati. E se per assurdo la Tartesso spagnola fosse l’approdo iberico di un’altra Tartesso da dove veniva l’oro per il tempio di Gerusalemme e originaria dell’altra parte dell’Atlantico? Tartesso, o meglio Tarsis citata nel libro di Ezechiele: «Tarsis commerciava con te [Tiro] per le tue ricchezze di ogni specie, scambiando le tue mercanzie con argento, ferro, stagno e piombo…» Con quel nome in effetto i Greci indicavano l’occidente estremo. Sfavillante di minerali e pietre preziose. Sembra la fotocopia della Tarsis meta di Colombo.
Ercole, secondo il mito, innalzerà poi le due colonne, che chiudono il Mediterraneo: la rocca di Gibilterra e quella di Ceuta che Colombo varcherà. La presenza del dio è menzionata fra gli Argonauti di Giasone lanciati alla ricerca del “vello d’oro” in grado di sottrarre, ingannando proprio Atlante, i pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, le isole felici che per Colombo sono le Indie. Una serie di elementi che ancora una volta offrono mitologiche rifrazioni alle imprese del navigatore. Che va a cercare l’oro, in un emisfero dove si trovano il paradiso come l’al di là.
Si trasfigurano i connotati animaleschi, ma Cristoforo continua ad essere personaggio fuori del comune, assumendo dimensioni fisiche abnormi. Un titano che la tradizione germanica trasforma in un gigante di Canaan. Che nei secoli delle pestilenze preserva anche dalla malattia. E cura infine da quel male agli occhi, di cui soffrirà sempre più gravemente Colombo, nel corso delle sue peregrinazioni-pellegrinaggio.
In seguito al suo ruolo di traghettatore, l’“atleta di Cristo” diventa uno dei santi “ausiliatori”: particolarmente invocati e particolarmente “efficaci”, secondo la credenza popolare. É lui che, superando le acque, porta il Gesù Bambino, è lui che affonda sotto il peso del “re del mondo”, che reca in mano la sfera perfetta del pianeta terra. É in lui, «Christophoros” per eccellenza, che si identifica, come “Christo Ferens”, colui che porta il Cristo o che porta a Cristo. Non a caso il figlio Fernando Colombo scrive che suo padre come «San Cristoforo ebbe quel nome perché accedeva a Cristo passando con grande pericolo attraverso acque profonde” e perché non ci fosse dubbio sul significato del suo nome firmava “Xpo Ferens” o “Cristum Ferens” espressione latina che significa “colui che porta Cristo.” » In «una formula magico-scaramantica diffusa per tutto il medioevo … «Cristoforo è il classico prodotto cultuale canonizzato non dalle gerarchie ecclesiastiche, ma generato direttamente dal popolo in forza di una immagine ed una leggenda che corrispondono ad un bisogno psicologico collettivo.» NOTA In viaggio con San Cristoforo, a cura di Loretta Mozzoni e Marta Paraventi, Giunti 2000, pag 14 dell’introduzione.
Ed è il Santo Cristoforo a comparire al centro della prima mappa del Nuovo Mondo di Juan de La Cosa, che partecipò al primo viaggio ufficiale colombiano e che illustra a perfezione tutto l’arco caraibico sino alla Florida, terra che non sarebbe stata “ancora” scoperta! Nel secondo viaggio del 1493 Colombo battezzò un’isola delle Piccole Antille San Cristoforo (oggi Saint Kitts). Insieme a Saint Croix (oggi Salt River Bay) e altre due isole, guarda caso, costituì una enclave nei Caraibi posseduta in seguito dai Cavalieri di Malta. Colombo, come vedremo, era un cavaliere, erede di sogni templari. Senza contare che specie al nord Italia varie chiese templari, come quella molto conosciuta di Ormelle, sono dedicate a San Cristoforo.
Il popolo lo vuole, la psicologia collettiva lo reclama, la Chiesa se ne appropria e lo plasma in attesa che la profezia si incarni. L’omero del santo, sul quale poggia Gesù Bambino, pargolo divino di una Chiesa nuova in fasce, è conservato in una teca dal papa francescano savonese Sisto IV. Il predecessore di Innocenzo VIII, che fu vescovo di Savona. La reliquia era stata donata dal cardinale Bessarione. É il prelato venuto dall’Oriente portando codici, mappe e conoscenze segrete dopo la caduta di Bisanzio. Cosa contenevano? Era amico di Paolo dal Pozzo Toscanelli, uno degli ispiratori di Colombo, con il quale scambiò lettere di incitamento e suggerimenti. Paolo “fisico” come Innocenzo VIII e lo stesso navigatore soggiornarono a Savona. Oltre che a Roma: il cerchio si stringe.
“La legenda aurea” viene, fra le tante edizioni, pubblicata a Venezia, nel 1483. Il mito è ulteriormente rilanciato, il santo, sempre invocato, è pronto a compiere nuovi miracoli. Verso quale direzione porterà il suo carico di fede?
Chi dovrà essere il gigante? Atlante, Ercole, San Cristoforo o semplicemente Cristoforo? Nuove acque nel Quattrocento si aprono per la Cristianità. Quanti approdi, quante sponde, al di là del fiume e nello stesso aldilà-paradiso, nasconde l’ecumene?
Il patrono dei viaggiatori, dei marinai, dei barcaioli, dei pellegrini è pronto; come è pronto il viaggiatore, il marinaio, il barcaiolo, il pellegrino Colombo. Chi più di lui è andato “alla fine del mondo”? Grandi pittori ritraggono il gigante nelle loro opere. La terra, sormontata dalla croce, è perfettamente rotonda anche per il San Cristoforo del Pinturicchio, uno dei pittori prediletti da Innocenzo VIII, il papa di Colombo. Sono artisti che “scrivono” per immagini, per conto della Chiesa. I quadri rappresentano un vaticinio: non a caso in Spagna si crederà che il navigatore sia l’interpretazione vivente di San Cristoforo. Un Colombo-San Cristoforo compare, come già detto, a cavallo delle due Americhe, sulla prima mappa del nuovo mondo. La successione, a ben riflettere, appare calcolata. Programmata nei secoli da una Chiesa, che non tiene conto dello scorrere del tempo e che si muove solo nel tempo giusto. Che va incontro all’eresia di un quarto mondo conosciuto da tempo per cavalcarla.
Visto che non si può ulteriormente nascondere la verità da quando il sapere non è più esclusiva dei chierici, in seguito alla scoperta della stampa e nell’avanzata delle conquiste oceaniche e delle ambizioni delle teste coronate.
Trasformato nell’immaginario popolare il pagano Eracle nel nuovo Cristoforo cristiano, non resta che dare vita ad un uomo che lo rappresenti nell’avverarsi della profezia. Da quanto tempo si attendeva il Christo Ferens?…
(continua)

