Caffë Manouche
Un nuovo album solista per Hernán Navarro.
Siamo al quarto disco solista del Maestro Hernán Navarro, chi segue Italian’s News ricorderà che abbiamo parlato di lui in occasione del suo “Doctor Honoris Causa Guitarra” presso l’Università di Perugia.
Dodici tracce di pura magia e pregne di sperimentazione, sia per le location in tre differenti paesi Spagna, Italia e Argentina. Abbiamo incontrato il Maestro Navarro con il quale abbiamo scambiato alcune riflessioni.
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Buongiorno Maestro, inizierei con il chiederle, come nasce il suo ultimo lavoro: Caffë Manouche?
Buongiorno “Caffë Manouche” è un altro passo del progetto Gypsy Jazz che ho chiamato “Déjà Vu!” Curiosamente, il mio album precedente, “Déjà Vu!” (il mio terzo CD da solista), è emerso da un progetto indipendentemente dall’idea di formare un gruppo. Tipicamente, i musicisti formano un gruppo, un trio, quartetto, suonano insieme, danno concerti, ecc., e poi registrano l’album, ma “Dèjá Vu!” iniziò come registrazione e poi è diventato un gruppo. Ho fatto il percorso inverso. Ci faccia una panoramica sui musicisti che hanno collaborato all’incisione?
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Ci faccia una panoramica sui musicisti che hanno collaborato all’incisione?
In questo CD ho avuto diversi musicisti italiani. Potrei dire che è una produzione italo-ispanica-argentina. Il contrabbassista si chiama Luca Pisani, musicista di altissimo livello, che ha inciso il contrabbasso in tutto il CD, e poi, nel terzo brano, in “Chinatown” compaiono due chitarristi italian ottime persone con le quali ho un’ottima amicizia e stima reciproca: Pietro Lazazzara e Filippo Dall’Asta. Mentre il violinista è José Manuel Badía, insegnante di violino spagnolo, che ha anche il precedente CD
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Quindi sono stati coinvolti tre paesi per la realizzazione, quale è contributo che ogni singolo paese ha dato all’identità del disco stesso?
In Italia il livello dei jazzisti è molto alto e ci sono centri didattici di primo livello, per molto più tempo che in Spagna, senza dubbio. Poi il jazz ha un linguaggio comune che lascia le persone comunichino senza parole. Possono riunirsi tre musicisti provenienti da paesi diversi, che non si conoscono e si capiscono a malapena quando parlano, ma sono sicuro che se uno di loro lo dice “Autumn Leaves”, o “All of Me” tutti direbbero “sì”, e inizierebbero a suonare e improvvisare con un ottimo risultato senza averlo mai fatto prima. “nb. Il Jazz è l’arte dell’improvvisazione per antonomasia”
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Dall’ascolto sembrano molte sia le influenze che le sperimentazioni che lo rendono le dodici tracce molto interessanti, l’idea sulla linea stilistica è stata prevalentemente sua o è stati condivisa con i suoi colleghi?
Le composizioni e gli arrangiamenti sono tutti miei. Non è una questione di egocentrismo, tutt’altro, e stata una ragione pratica, poiché riunire i principali musicisti, Luca Pisani e José Manuel Badía, e stata un’impresa. Il primo motivo è che non conosco personalmente Luca Pisani, ha registrato le parti di contrabbasso nella sua casa di Padova e poi me li ha inviati online. José Manuel Badía ha fatto qualcosa di simile dalla sua casa in Spagna.
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Com’è avvenuto il processo creativo?
E’ stato un lavoro molto lungo, quando mi viene un’idea per una nuova canzone la registro, poi smetto di suonarla o ascoltarla per alcuni giorni. Quando sono passati due o tre giorni e ho dimenticato la melodia, la ascolto di nuovo a mente fredda decido se va bene, se serve modificare qualcosa o se non ne vale la pena. Inoltre la mia compagna Julia Beamud che ha curato la copertina in “Collage in Austrian Secession style” è un’artista visiva e ha suonato il sax per 20 anni. Ha un ottimo orecchio e quando ho un dubbio sul fatto che valga la pena ascoltare la melodia, se troppo lunga, o troppo corta, ecc. chiedo a lei.
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Questo è il suo quarto disco ci faccia un quadro su questi quattro lavori
“Kithara” è stato il mio primo lavoro. Fondamentalmente è un CD con la musica per chitarra che mi piace suonare, dal flamenco, al blues, alla bossa nova al jazz. “Zen” il secondo CD, è completamente diverso. È un album in cui ho adattato melodie tradizionali di diversi paesi asiatici (dal Nepal alle Filippine), ovviamente la chitarra e ho aggiunto suoni di percussioni come gong, campane, ecc. Potrei dire che è una registrazione che ho progettato per la meditazione. Il terzo album è stato “Déjà Vu!” (il mio primo CD Gypsy Jazz), e ora Caffè Manouche.
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Sappiamo che lei ama l’Italia, il Bel Paese ha contribuito a condizionare le sue scelte stilistiche, e se in quale modo?
Adoro suonare in Italia! È un Paese che amo e in cui il pubblico apprezza molto l’arte e cultura. Inoltre una parte della mia famiglia, da parte di mia madre, era di Vicenza, città che curiosamente ha uno dei teatri più antico del mondo. Potrebbe essere una semplice coincidenza che mi sia dedicato alla musica?
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Maestro quale è il rapporto con la sua chitarra?
La chitarra è il mio mezzo di espressione ed è il modo in cui posso esprimermi con il resto degli esseri umani, quali sono le mie idee e sentimenti musicali e cosa considero qualcosa di bello o interessante per l’orecchio e per lo spirito, musicalmente parlando. Non so proprio cosa farei né di chi sarei senza chitarra e senza musica.
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Quali sono i suoi piani futuri?
Attualmente sto lavorando a un nuovo libro di trascrizioni di Paco de Lucía e sto componendo una suite di musica popolare argentina per chitarra e orchestra d’archi. Sto preparando anche i concerti estivi e l’esecuzione dal vivo di “Caffë Manouche” per la prossima stagione.

